3/2011 Punto G 2011

Editoriale

Donne: la globalizzazione ci sta stretta

diMonica Lanfranco

“E’ il femminismo il vero umanismo, il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide”.

Parola di Nawal El Saadawi, simbolo della lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei paesi del Medio Oriente.

La globalizzazione che stiamo subendo, sia dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire.

Non è la globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere: è quella in cui il capitale e la finanza sono gli unici attori, spietati e schiavisti, che non solo si nutrono dei corpi degli esseri umani già poveri, ma che stanno impoverendo anche chi, come noi, ha avuto la fortuna di nascere in luoghi del mondo che godono di una relativa ricchezza.

Il retaggio della globalizzazione è anche quello della paura, che ci fa chiudere le menti e i cuori di fronte a chi arriva, colpevole a prescindere, e che acceca e generalizza secondo la tremenda categoria del nemico. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità, e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.

Donne e uomini si trovano spesso su due versanti opposti, nella mondializzazione.

Sempre legate al doppio, le donne, anche nell’epoca del global e del digital divide: prima è stato il doppio ruolo, (così veniva chiamato negli anni ’70 dalle prime analisi sociologiche delle studiose femministe), il dividersi tra agone pubblico e lavoro di cura nel privato; poi il doppio impegno nella carriera, perché si sa che anche a parità di condizioni in molte situazioni per emergere nel sociale e nel politico il femminile è un handicap, e chiede surplus di prestazioni.

Infine il doppio livello, nelle mobilitazioni contro la globalizzazione, dentro al vasto e variegato movimento che in Italia ha avuto nel summit di Genova un banco di prova decisivo per misurare la capacità di relazioni tra le sue varie anime, ma anche tra i due generi che si oppongono all’ horreur economique, come chiama Viviane Forrester la globalizzazione.

Perché se per 140 organizzazioni femminili e femministe, che nel 2001 avevano dato vita alla prima edizioni di Punto G – genere e globalizzazione non era bastato  il controvertice di luglio per marcare la propria presenza di senso e di contenuti, allora vuol dire che anche all’interno dell’invenzione giornalistica del nuovo millennio, il ‘popolo di Seattle’, le donne degli uomini si fidano poco, persino movimen­tisticamente parlando.

Ci si posizionò infatti ad un mese dal Summit, aprendo le contestazioni con due giornate di convegno e manifestazione itinerante nel dedalo di stradine della famigerata ‘zona rossa’ il 15 e il 16 giugno 2001, dopo un faticoso e fruttuoso percorso di nove mesi (sarà simbolico?) che ha visto impegnate femministe storiche, giovani comuniste, suore missionarie, pacifiste convinte e dubbiose, tutte comunque d’accordo su un punto: è necessaria una focalizzazione sull’impatto che il fenomeno della globalizzazione ha sul genere, e non la possono fare altri che le donne stesse, visto che nel movimento misto è difficile trovare analisi da questo punto di vista. Lo stesso copione si è ripetuto 10 anni dopo, a giugno del 2011, quando il nuovo Punto G ha dato spazio alle analisi femministe, questa volta vedendo assieme anche le giovanissime che 10 anni prima avevano avuto Genova come battesimo.

Come a dire: gli uomini alla fine si concentrano troppo sulla manifestazione di piazza, e il rischio è di non puntare sui contenuti e sulla sensibilizzazione della moltitudine che oscilla tra ignoranza, paura degli scontri e indifferenza.

Del resto la voce più complessiva e radicale del movimento mondiale è una donna, una femminista, una scienziata, nativa di una delle regioni del mondo maggiormente nel mirino delle multinazionali per la sua straordinaria bio-diversità: l’indiana Vandana Shiva.

Vandana parla un ecofemminismo che affonda le sue radici nell’analisi del quotidiano della vita, proprio laddove l’omologazione della globaliz­zazione mina alle fondamenta l’autonomia di milioni di persone nel continente indiano: “Le varietà miracolo di riso introdotte in India nella Rivoluzione Verde, ad esempio, – racconta Shiva nel suo Biopirateria, (Cuen) – hanno eliminato migliaia di varietà locali di riso, introducendo al loro posto le varietà standard dell’International Rice Research Institute (IRRI). Hanno distrutto la diversità dei raccolti realizzati con i metodi tradizionali, e a causa dell’impoverimento della diversità i nuovi semi hanno finito per favorire la proliferazione degli insetti nocivi. Le varietà indigene sono resistenti agli insetti nocivi e alle malattie locali.

Se si verifica una malattia, alcune famiglie possono esserne colpite, ma ce ne sono sempre altre in grado di sopravvivere. Quello che succede in natura si ripresenta anche nella società. Quando l’omogeneizzazione viene imposta a differenti sistemi sociali, le parti iniziano a disintegrarsi l’una dopo l’altra. Perché la violenza intrinseca all’integrazione globale centralizzata, a sua volta, crea violenza anche tra le vittime”.

“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre. La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, da una razza, e spesso da un solo genere, nonché da una singola specie su tutte le altre”.

Da un’altrove solo apparentemente lontano alle parole di Vandana fa eco lo sguardo saldo e accusatorio di un’altra donna: Daris Christanco, 29 anni, indigena del popolo UWA, circa10 mila persone che tentano di sopravvivere a nord di Bogotà, in Colombia, uno dei paesi più violenti dell’America latina, teatro di scontri per il possesso delle due ricchezze principali: il petrolio e la produzione di coca, dalla quale poi si raffina la droga dei ricchi.

La  ferocia della globalizzazione è tutta nel suo racconto di giovane madre di 5 tra bambini e bambine: “La Madre Terrasta morendo,- ha detto e ripetuto anche a Genova – offesa e violata dalle ruspe e dalle trivelle della Oxy, la compagnia petrolifera Usa che da dieci anni, senza che il mondo muova un pelo o quasi, sta demolendo uno degli ultimi territori vergini sul pianeta”. Gli indigeni Uwa sono stretti tra il colosso del petrolio e le bande paramilitari mercenarie, che spesso vengono utilizzate anche dallo stesso governo per sgombrare il territorio con la forza; in queste occasioni vengono uccisi bambini, bambine, persone anziane, chiunque si frapponga sulla strada del progresso, la strada lucida del cancro nero senza il quale l’Occidente è perduto.

Daris parla di aria che manca, di alberi secolari che spariscono, di diritto alla vita non solo per loro, ma per tutte le persone che sulla terra rischiano seriamente, oggi, di non ereditare che morte e malattie a seguito della deprivazione del territorio. Il loro territorio, ma anche il nostro territorio, l’intero pianeta. Lei, l’indigena che rischia di estinguersi, alla domanda su cosa pensa dell’Occidente, risponde senza esitazione, e inesorabilmente: “Mi sembrate una cultura triste, perché tutta la vostra ricchezza deriva in gran parte dall’avere saccheggiato il vostro ambiente e quello di altri popoli e terre, come nel nostro continente. Come si può essere felici e in pace se si distrugge ciò che abbiamo di più prezioso?”

E l’economista Christa Wictherich, rincara la dose, sostenendo: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è né un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, fra ed entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.

Se si potesse disegnare le modalità che hanno costruito le donne nel loro fare politica contro la globalizzazione senza dubbio l’immagine che meglio potrebbe riassumerla è quella della rete, della tela, in una parola molto usata nella nostra era digitale, del web.

Ecco come descrive la pratica nonviolenta femminista l’attivista nordamericana Hilary McQuie: “We are the weavers and are the web” – (Noi siamo le tessitrici, e siamo la tela). Nei villaggi del Chiapas, ancora oggi le donne tessono e ricamano i loro huipil: si tratta di una sorta di ‘poncho’ rettangolare, in cui il ricamo forma una croce che va a coprire le braccia, il petto e la schiena. I simboli intessuti sono quelli del cosmo: il mondo, il cielo, gli spiriti, i fiori. I disegni ed i significati degli huipil non sono cambiati dall’epoca Maya ad oggi e sono ancora visibili incisi nelle pietre delle antiche città abbandonate. Nichimal, che significa fioritura, è la parola Tzotzil per dire bellezza: uno huipil raffigura solitamente la terra mentre vi cade la pioggia della primavera, ed i fiori sbocciano. Quando lo indossa, la tessitrice sa di stare mostrando la visione e la speranza che ella stessa ha creato; quando infila la testa nell’apertura centrale, ella diventa l’asse del cosmo, congiunge visibile ed invisibile; attraverso il ricamo il tempo e lo spazio che ha sognato si irradiano da lei, poggiano sulle sue braccia e sul suo corpo”.

Le fa eco una storica del movimento italiano,Lidia Menapace, così ha sintetizzato il sentire di vaste porzioni del femminismo nazionale rispetto ad alcuni atteggiamenti violenti di piazza: “Mi sembra di poter rivolgere agli uomini un caldo appello perché finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme ed è chiaro che la parte non bellicosa della popolazione non partecipa, il movimento diventa sempre più militarizzato, e si va incontro a un sicuro insuccesso: i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità. Nella storia dei movimenti di lotta vi sono altre forme: il movimento sindacale e operaio elaborò e usa nella sua lunga vicenda tutte le forme dell’azione nonviolenta con assemblee, petizioni, scioperi, manifestazioni pacifiche, picchetti e infine sabotaggi; il movimento femminista fin dai tempi delle suffragiste ha trovato altri strumenti ancora, per mostrare dissenso e contrasto e agire il conflitto: manifestazioni, grafica, sit-in, musica, resistenza passiva, training autogeno, danza, sarcasmo, canti, visibilità dei corpi nella loro varietà inerme, tutto il molteplice possibile, niente di uniforme o in uniforme. Nessuna polizia può aggredire un sit-in di ventimila persone, la polizia è in grado di respingere e far del male a gruppi di avanguardie militarizzate ma scarse e di rinforzare con ciò la paura e il senso di insicurezza della popolazione”.

Come in un’omerica costruzione le parole di Shiva lanciano un monito a quanti, potenti e inviolabili, vagano di summit in summit sordi, almeno fin qui, alle parole della contestazione intelligente: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali, spingendo le popolazioni in una situazione di incertezza, paura e scontro sociale. E la violenza contro la sopravvivenza dei popoli porta alla violenza della guerra. Vi è una solo strada per contenere queste epidemie di violenza. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci conla diversità. Dobbiamoimparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali.

E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.