GRAZIE A LEI – la introduzione della strenna 2017

Marea dicem 2017-2 copia-1Perché ringraziarla

di Monica Lanfranco*

qui il sommario della strenna

Questo numero speciale di Marea, la strenna che avete tra le mani, sulla quale molto abbiamo pensato prima di realizzarla, nasce da un desiderio lontano e da una suggestione altrettanto remota. Il desiderio lontano era quello di contribuire anche noi, come rivista femminista ormai ‘storica’, (visto che nasciamo nel 1994), all’impresa di molte realtà che oggi, grazie a strumenti impensabili all’epoca del nostro esordio, stanno lavorando in vario modo alla conservazione della memoria del femminismo.

La rete pullula di archivi, enciclopedie, raccolte storiche e più recenti di video e di audio (una di queste é la nostra www.radiodelledonne.org , primo podcast femminista italiano) passando anche attraverso il considerevole numero di tesi di laurea e ricerche provenienti da dentro e da fuori gli atenei universitari: se, quindi, vogliamo avere informazioni sul movimento delle donne e sulle sue componenti non é davvero difficile, ormai, rintracciare le notizie che cerchiamo.

Quindi l’interrogativo intorno al quale giravamo da tempo era: come possiamo in modo originale e il meno possibile ripetitivo contribuire a questa impresa di raccolta di memoria ritrasmettendola a modo nostro?

Per anni, dopo la decisione di terminare il concorso letterario che dal 2001 al 2006 é stato il quarto numero della rivista, abbiamo provato altre strade per costruire un quarto prodotto editoriale, prodotto che fosse allo stesso tempo diverso dai tre canonici ma che avesse anche il nostre segno distintivo, quello di un trimestrale che prova ad anticipare, e contemporaneamente interpretare, ciò che si muove nel mondo delle donne. L’occasione é venuta quando Rossana Piredda, la nostra colonna in Sardegna, ha pensato al progetto che ha preso corpo in questo volume: perché non raccontare a chi legge la ‘nostra femminista’, la figura di riferimento, l’ispiratrice, la presenza che ci ha accompagnato per poco o molto tempo nella nostra esperienza di attiviste?

Interessante sfida, e certo non facile, specialmente per un motivo di base: di fonti d’spirazione, di guide, di maestre non ce n’é mai una sola, perché le fasi della vita spesso vedono moltiplicarsi e cambiare come noi cambiamo, i modelli di riferimento.

L’arduo compito al quale abbiamo sottoposto le ardimentose che hanno accettato di scrivere é stato principalmente quello di fare una scelta. Una e una sola figura, abbiamo chiesto. Raccontatela con parole vostre, provate a farla vedere attraverso le vostre parole, fatele prendere forma nella vostra restituzione con un ritratto che possa parlare di lei ma anche di voi, del come siete (anche) impastate di quello che lei vi ha trasmesso.

Ecco: ora che lo metto nero su bianco capisco quanto deve essere stato difficile svolgere questo compito per Laura Cima, Laura Paita, Erica Ardenti, Beatrice Monroy, Rossana Piredda, Federica Serra, Chiara Lo Scalzo, Erminia Emprin Gilardino,Francesca Irene Sensini, ed io.

Scegliere una (una sola) figura di donna femminista di riferimento é stata una richiesta quasi crudele, perché sono ben più di una le donne che ci hanno nutrite e ispirate, talvolta con ciò che hanno scritto, talvolta con le loro pratiche, e ci hanno rese donne autonome e autodeterminate, convinte tutte, anche nelle nostre grandi differenze di età, cultura e provenienza, che la nostra libertà é la misura della civiltà del mondo.

Ce l’hanno, ce l’abbiamo fatta a realizzare questo desiderio, che ha preso la forma del numero 4 del 2017, nel quale le nostre autrici hanno raccontato la ‘loro’ donna ispiratrice.

Eccole, dunque: Giuliana Saladino, Louisa May Alcott, Audre Lorde, Armanda Guiducci, Comandanta Ramona, anonima cittadina, Charlotte Bronte, Ryunio, Adrienne Rich. Se riuscirete, mentre avanzate nella lettura delle pagine, a ‘vederle’ nelle parole di chi le racconta allora avremo assolto bene il nostro desiderio di suscitare curiosità, emozioni, fare cultura e trasmissione su figure femminili più o meno note. Per parte mia la suggestione remota che dà anche luogo al titolo é un articolo nel quale mi sono imbattuta mentre preparavo Letteralmente femminista-perché abbiamo ancora bisogno del movimento delle donne. Siamo nel 2008, e uno dei capitoli ai quali pensavo per il libro era quello sull’amicizia tra donne. “L’amicizia delle donne di oggi è una relazione affettuosa fondata sulle affinità e sul rispetto, talvolta perfino sull’ammirazione, per le diversità reciproche in quanto persone adulte. L’assenza di guerra non è pace. Pace è quando la vita fiorisce. E l’amicizia ne è la linfa”.

Lo scrive Amrita Pritam, una delle più note autrici indiane connettendo i nostri tristi orizzonti di guerra globale con una parola quasi eretica, assai poco utilizzata nella sintassi tradizionale della politica: amicizia.

Il concetto di amicizia resta sempre in ombra, come fosse meno nobile, meno di sinistra, meno rivoluzionario, meno o del tutto non, appunto, politico.

In tempi di guerra che ti penetra dentro, che ti rende certamente più depressa ma anche più incline alla litigiosità proprio nei tuoi luoghi, persino con le persone che ami, mentre il veleno dell’impotenza ti mette continuamente alla prova i nervi, pronti a scattare, a me alla parola guerra, in un gioco di associazioni, verrebbe da dire amicizia per denotare il suo contrario, forse prima ancora di pace. Fateci caso: in molti appelli di donne contro il terrorismo e la guerra è ricorso il concetto di amicizia. Hanno usato questa parola le femministe nordamericane all’indomani del crollo delle torri, implorando di non usare la guerra nel nome delle vittime, dicendo quel not in my name che ha trovato eco in tutto il mondo calzando anche in situazioni diverse; la usano in molti passaggi dei loro comunicati le afgane di Rawa o di Hawca, le associazioni di donne afgane che lottano e operano per i diritti femminili in uno dei paesi islamici più arretrati sulle pari opportunità.

L’amicizia, l’essere insieme, il moto di curiosità che sospende il giudizio e che muove le persone le une verso le altre nella scelta e nella condivisione è elemento ravvisabile in ogni pratica nonviolenta. Rifiutando di guardare all’altra come una nemica, passando eventualmente attraverso il concetto non distruttivo di avversaria, anche in situazioni drammatiche e apparentemente senza uscita sono milioni (tra loro le donne in nero, le formatrici femministe del Rant per prime a Seattle dentro il movimento antiglobal, solo per citarne due casi) le donne che hanno affermato, e praticato, come si può arrivare alla condivisione: tra i popoli, le culture, le persone. E allora quanto poco banale è questo sentimento, meno celebrato dell’amore eppure così fondamentale nella costruzione dell’esistenza, e della politica.

L’amicizia è uno scandalo, quando è fra donne, scriveva sul Manifesto Rossana Rossanda nel 1984, a proposito dell’intenso film di Margarethe Von Trotta Lucida follia. E continuava: ”L’amicizia è un rapporto che presume autonomia delle persone, una struttura forte, presente o possibile del loro io; sufficientemente forte perché il rapporto con l’altra non sia sovradeterminato dalla passione, cioè da una domanda imperativa per sé, un bisogno, una piaga da risanare. L’amicizia parla un bellissimo linguaggio che comincia con le parole: tu sei come sei, a prescindere da me e non per me. Parliamo, ti ascolto, ascoltami. La ricchezza della tua vita mi rallegra, la tua povertà mi rattrista. Vedo i tuoi difetti con occhio indulgente, mi piacerebbe che non ci fossero, e posso anche dirtelo, perché dalla mia parola non ti verrà né la salvezza né la distruzione, ma se mai solo riflessione o linimento”.

Allora, come ora, ero convinta che non l’amore ma l’amicizia sia il seme dal quale fare germogliare il meglio nelle relazioni umane. Come traspare dalle parole di Rossanda, infatti, il legame dell’amicizia prevede, (più che nell’amore che é anche vincolo non gratuito), il riconoscimento, lo scambio e la gratitudine. E nella gratitudine, che é prima di tutto sapere ringraziare, ecco la bella pagina che ha ispirato il titolo del testo che state per leggere.

Il 24 marzo 2003 in occasione del convegno alla Dominican University, San Rafael, California, su Lavoro di pace/lavoro di costruzione: la storia della pace delle donne l’attivista pacifista, editorialista del Philadelphia Inquirer e docente di Storia Mary Ann Maggiore ha pronunciato un discorso molto lontano dalle logiche accademiche tradizionali, trasudante un profondo e documentato elogio del valore dell’amicizia femminile, e del suo potenziale nel creare un circolo virtuoso di forza, consenso e genealogia.

“Faccio lavoro di pace. Organizzo gruppi contro la guerra. Mia nonna cuciva bottoni in una fabbrica. Un penny a bottone, 1.200 bottoni alla settimana, fa dodici dollari. Manteneva una famiglia di quattro persone. Era un’orgogliosa delegata del sindacato tessile. Poichè lei ha fatto ciò che ha fatto, io ho il privilegio oggi di fare ciò che faccio. Vedo con chiarezza di stare sulle spalle delle donne, inclusa mia nonna, che sono venute prima di me. Stasera voglio salutare alcune di esse. In primo Eva: dicono che abbia confuso le cose, e invece le ha rese più chiare. Preferisco soffrire partorendo e avere la mia libera volontà, piuttosto che un paradiso drogato governato da due uomini che controllano tutto. Voglio mandare un biglietto d’amore a Giuditta per aver affrontato Oloferne e a Maria Maddalena, a cui non è importato un fico secco di ciò che gli apostoli pensavano sul ministero delle donne. Voglio cantare le lodi di Giuliana di Norwich e di Ildegarda di Bingen, che hanno mantenuto libero il pensiero e la preghiera delle donne. Ann Hutchinson per essere stata una tal rompiscatole nel Massachusetts che hanno dovuto buttarla fuori, e lei ha fondato Rhode Island. Vorrei ringraziare Mary Fell e Lucretia Mott e tutte le donne quacchere che hanno detto ‘la guerra e il razzismo sono sbagliati, la coscienza è sacra’. Sojourner Truth e Mary McLeod: la loro luce fulgida ricorda che i poveri hanno molto più da dirmi di chi mi propone avidità e ricchezze. Ringrazio Jane Addams per l’indomabile energia che ha messo a favore della pace e Jeanette Rankin che prima della grande guerra era l’unica donna presente al Congresso e che, come Barbara Lee, fu l’unica persona del Congresso ad opporsi al massacro. Vorrei ringraziare Emma Goldman, uccisa per aver detto che la guerra arricchisce i ricchi e rende i poveri schiavi. Alice Paul, Emmeline Pankhurst e Doris Stevens, torturate perché io un giorno potessi votare. Artemisia Gentileschi, Mary Cassatt, Frida Kahlo, Helen Frankenthaler, Judy Chicago, Barbara Cosentino e Shareen Nishat che hanno fatto in modo che l’arte parlasse alle donne e delle donne. Victoria Woodhull, Eleanor Roosevelt e il collettivo lesbico di Filadelfia che mi hanno insegnato che la sessualità ha molte varianti, e che la mia sessualità è mia. Ringrazio Betty Friedan per avermi aiutata a capire che le donne hanno un problema, e che il suo nome è ‘sessismo’. Vorrei ringraziare Gloria Steinem e Ruth Rosen ed Eleanor Smeal e tutte quelle donne bianche che mi hanno detto che il potere è mio e lo merito. Ringrazio le donne di colore e le sorelle in Asia, sulle isole e nelle foreste, Angela Davis, Sandra Cisneros, Gloria Richardson e le coraggiose donne di Rawa che non si sono mai arrese. Arundhati Roy e Rigoberta Menchù, che hanno contrastato i dominatori con la verità e senza timore.

Vorrei ringraziare le donne della Nigeria per aver arrestato la distruzione che le compagnie petrolifere operano nel loro paese. Grazie, Delores Huerta del sindacato dei contadini e Wilma Mankiller del movimento dei nativi americani. Il mio cuore ha anche un posto speciale per Coretta Scott King e Merlie Evars. Un ringraziamento speciale alle donne ebree che lottano per la libertà e la giustizia assieme alle loro sorelle palestinesi. Grazie a Rachel Corrie. La mia gratitudine per tutte le donne che fronteggiano quotidianamente aggressioni, incluse le Donne in nero e tutte le favolose donne di Not in Our Name e di International Answer che hanno organizzato marce per la pace. Ringrazio Donna Sheehan e le Unreasonable Women Baring Witness del West Marin: esse hanno formato con i loro corpi messaggi di pace ed hanno dato inizio ad un movimento che ha eco in tutto il mondo. La storia delle donne è dentro ciascuna di noi. Siamo tutte testamenti del passato. Siamo tutte potenziali avvocate del futuro. Non aspettate. Non pensate solo a voi stesse ed alla vostra vita: pensate a tutte le vite dentro di voi, di coloro che sono morte e di coloro che nasceranno. E la prossima volta che qualcuno vi chiede: Cos’è la storia delle donne?, rispondete: ‘Io sono la storia delle donne’. E credetelo”.

Ecco a voi un piccolo pezzo di storia delle donne, raccontata da donne convinte che le parole e le pratiche di altre donne siano preziose. Buona lettura.

*www.monicalanfranco.it  www.altradimora.it  www.mareaonline.it www.radiodelledonne.org  http://manutenzionilapiece.wordpress.com/ http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mlanfranco/

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