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Ecofemminismo e istituzioni politiche

di Laura Cima*

Nel nostro paese non è facile rintracciare percorsi collettivi delle donne impegnate nell’ecologia politica che abbiano contaminato le istituzioni con la cultura ecofemminista. In realtà non mancano episodi storici che sono stati definiti ‘fase del matriarcato verde’ dall’allora ministro dell’ambiente Edo Ronchi. Si riferiva ad
esperienze importanti come un direttivo parlamentare di sole donne nel gruppo dei verdi alla fine degli anni ’80, che di fatto diresse, insieme alle coordinatrici nazionali, anche il partito nelle difficile fase di unificazione con le liste arcobaleno. Non sono mancate neppure dirigenti ecofemministe di rilievo sia nelle associazioni ambientaliste
che nei partiti dei verdi, della sinistra radicale e persino nel Pci-DS-PD. Tra le più autorevoli Laura Conti, eletta in quella che allora si chiamava sinistra indipendente, madre del pensiero ecologista in Italia. In quegli anni la rivista del popolo ecologista
per eccellenza Nuova ecologia aveva una redazione totalmente femminile, le associazioni contavano presidenti come Renata Ingrao di Legambiente, Grazia Francescato del WWF e Rosa Filippini degli Amici della Terra.
Per ritrovare memoria del “femminismo verde” come lo definiva Franca Fossati in un suo articolo su Noi donne nel dicembre 1986 bisogna appunto risalire alle origini del movimento ecologista in Italia, a quello antinucleare soprattutto dopo Chernobyl,
quando vari gruppi femministi hanno aperto un riflessione approfondita sulla scienza, e al movimento pacifista con esperienze come ‘la ragnatela’ di Comiso.
A Pescara, nel settembre di quell’anno, al primo convegno internazionale dei verdi dallo slogan “la terra ci è data in prestito dai nostri figli”, dei 15 forum previsti su tutti
gli aspetti ambientali il nascente ‘arcipelago’, come si chiamò per differenziarlo da partiti e movimenti tradizionali, non ne aveva previsto neppure uno per le donne, madri reali o simboliche di quei figli, di quella generazione futura di cui ci si preoccupava. Fu così che le donne, un centinaio, si autoconvocarono nell’anticamera della sala in cui si tenevano i lavori ‘importanti’ e discussero di sessualità, maternità ed aborto insieme alle conseguenze del disastro nucleare, di risparmio energetico e di come ridurre il tasso di violenza nella società. Subito si parlò della necessità di essere
rappresentate al 50% in tutti i livelli decisionali dell’arcipelago, quando nel PCI le donne si accontentavano della quota del 25%. Nel convegno successivo di sole donne ecologiste e femministe a Milano dal titolo “tra il rosa e il verde” si discusse anche se e
come partecipare alla nascente Federazione dei verdi. Franca Fossati riporta a questo proposito una mia dichiarazione rispetto al dilemma se privilegiare l’identità femminista o quella ecologista: “L’identità che ho ritrovato è quella mia. E’ così che sto nella lista verde di Torino, come un’outsider, libera di cambiare idea quando
voglio, di impegnarmi o di ritirarmi se qualcosa non mi convince.” Lì ritornò la rivendicazione del 50% e qualcuna chiese il 100% come avevano ottenuto le donne della lista verde di Amburgo conquistando il 10,4% di suffragi. I gruppi di lavoro avviati danno un’idea del dibattito ecofemminista allo stato nascente del movimento politico ecologista: donne scienza e tecnologia, maternità e gravidanza, i luoghi e i modi del potere delle donne.
Il movimento ecofemminista di fine anni ’80 costrinse le liste verdi a candidare a cerniera donne e uomini per il parlamento ed il primo gruppo alla Camera di deputati vide un sostanziale equilibrio tra donne e uomini eletti, equilibrio che permise di aprire
un ampio dibattito sulla politica nazionale e internazionale, in cui le donne furono le protagoniste. Dopo un serrato confronto alla Camera dei deputati sulla mozione ‘per la vita Martinazzoli’, da cui le posizioni ecofemministe riuscirono vincenti perché ruppero i vecchi schieramenti abortista e antiabortista proprio affrontando le
contraddizioni che inducevano le nuove frontiere della scienza, l’elaborazione si concentrò sulle biotecnologie, le manipolazioni genetiche e le tecniche di riproduzione artificiale. Fu promosso dal gruppo parlamentare verde lo storico convegno di
Bologna “Madre Provetta” nel giugno 1988, che vide la partecipazione attiva di moltissime studiose delle discipline più varie: medicina, psicologia, sociologia, storia, fisica. Parteciparono molte giornaliste e politiche e numerose associazioni femministe per discutere di fecondità e sterilità, di sessualità, contraccezione, procreazione e
identità femminile, di gravidanza, parto e maternità, di nuovi rapporti parentali indotti dalla fecondazione artificiale, di cultura medico-scientifica, di regole e norme per la fecondazione artificiale e di modifiche possibili alla legge sull’adozione. Emerse una
forte critica alla scienza medica profondamente maschile nella sua incapacità di darsi limiti, nella sua pretesa onnipotenza e alle tecniche che inducono il bisogno di un figlio a tutti i costi con i mezzi più artificiali, creando dipendenza e spostando la
riproduzione da un’economia della reciprocità a una di scambio, come sostenne la Bimbi. Fu elaborata la proposta di legge molto articolata che rompeva con l’ipocrisia del donatore anonimo, si riaffermò l’autodeterminazione della donna anche rispetto
alla scelta della fecondazione artificiale e si aprì la strada alle successive posizioni contro la brevettabilità della vita e la manipolazione genetica degli embrioni, posizioni
assunte dagli ecologisti in parlamento e nel paese. Rispetto all’inquinamento, la battaglia esemplare per la chiusura dell’Acna di Cengio fu condotta da donne capaci di opporsi alle istituzioni e al sindacato insieme all’associazione della Valbormida.
E dall’Acna partì una proposta per la compatibilità ambientale delle attività produttive e una forte critica alla gestione dei rifiuti tossici e nocivi che viaggiavano con le navi dei veleni verso il Sud. Ilaria Alpi sarà uccisa proprio per le sue scoperte sul traffico di rifiuti e di armi.
In politica internazionale si promosse il confronto tra donne del Nord e del Sud del mondo anche attraverso la Campagna Nord-Sud promossa da Alex Langer, per la restituzione del debito ai paesi poveri distrutti dalle politiche del FMI e della Banca
Mondiale. A Miami il confronto fu durissimo sui modelli di consumo, sulla richiesta di limitare il numero dei figli non accettata dalle donne del Sud e si gettarono ponti come nell’ iniziativa “92 donne a Gerusalemme” insieme alla Casa delle donne di Torino, al
Centro di Bologna e all’associazione della pace. Alcune deputate verdi si incatenarono al ponte di Taranto per impedire la partenza delle nostre navi nella prima guerra del Golfo e si promosse la raccolta di firme su una iniziativa di legge popolare che
prevedeva la riconversione delle fabbriche di armi.
L’autorevolezza conquistata con tutte le associazioni e i comitati di donne che sostennero le deputate ci diede la forza di sfidare la gestione poco autonoma e molto schiacciata sulle posizioni della sinistra. Rimase famosa una frase con cui si definiva il
nostro capogruppo Mattioli, leader del movimento antinucleare: “mi ritengo simile ad un cocomero, verde fuori e rosso dentro”. Proprio la politica eco femminista ci aveva invece fatto capire quanto distante fossero le nostre posizioni dall’allora Pci e dai sindacati sempre pronti ad accettare qualsiasi inquinamento in cambio di promesse di
lavoro e progresso. Trovammo più ascolto nel PSI che ci aiutò convintamente per il referendum antinucleare, il cui appello finale fu affidato a me.
Quando per le dimissioni di Michele Boato nel 1988 il gruppo raggiunse la maggioranza femminile, con una bella e divertente battaglia politica conquistammo la maggioranza del gruppo e, considerato il rifiuto dei deputati di accettare di dirigerlo
insieme a noi sotto la nostra guida, non ci tirammo indietro e costituimmo un direttivo di sole donne che condusse la lista concorrente arcobaleno alla unificazione con il
gruppo originario del sole che ride.
Nel frattempo era caduto il muro di Berlino e la nostra linea di trasversalità, fluidità e di ponti rispetto all’arcipelago, che era stata espressa da Alex Langer nello slogan “né di destra, né di sinistra ma avanti”, stava diventando anche storicamente chiara.
Nessuno osava trasformare in partito la Federazione anche per la nostra opposizione molto determinata. Avevamo già avuto le prime avvisaglie durante le elezioni europee in cui tentammo un primo accordo con gli arcobaleno, del fatto che la trasformazione
in una struttura tradizionale ci avrebbe subito soffocate politicamente. La nostra forza ci veniva dal consenso di tante ecofemministe e ambientaliste delle associazioni, dei
comitati e delle liste verdi locali che ci appoggiavano con entusiasmo. Nel dicembre del 1989 chiarivo al convegno degli arcobaleno la nostra differenza, confutando una frase di Gianni Tamino che aveva affermato “dobbiamo rimettere l’uomo all’interno della natura”, in questo modo: “Io dico che dobbiamo rimettere l’uomo e la donna
all’interno della natura e non dico una cosa formale, ma di sostanza. Sono molto contenta di essere capogruppo in un direttivo di sole donne perché, come dice Manconi, oggi è molto importante agire a livello simbolico. La grossa novità verde ecologista è l’affermazione di un pensiero circolare, e quindi squisitamente femminile,
su un pensiero maschile lineare, dominatore della natura, della donna e dei più deboli, su un modello di struttura della società piramidale con al vertice il maschio bianco. Un ordine di pensiero maschile che ha le sue radici nella filosofia cartesiana della conoscenza si sta sgretolando: separazione tra corpo e mente, tra irrazionale e
razionale, tra soggetto e oggetto, tra natura e cultura, linguaggio neutro. Si afferma un pensiero che spezza le sfere chiuse, che si arricchisce delle differenze, che parte dalla singolarità, dalla temporalità e dalla località cercando le connessioni, per poi separare
diversamente quando è necessaria la chiarezza. Il processo della conoscenza si fa complesso, attraversa sentieri che si intrecciano e si ricompongono. E’ una novità dirompente che trova poi forme organizzative dirompenti, come la sfida che stiamo
giocando di essere arcipelago che sta nelle istituzioni senza trasformarsi in partito”.
La convenzione “Fiore Selvatico” che promuovemmo per consolidare l’eco femminismo praticato nel movimento, nelle associazioni e in parlamento in Italia fu un’occasione di confronto internazionale importante, a cui parteciparono donne di
Boston e della California dove il movimento si era affermato da più di dieci anni coinvolgendo migliaia di donne di tutte le etnie. Insistettero nell’affermazione del concetto di sacralità laica della terra e degli organismi e nella denuncia del fatto che la cultura dello sviluppo occidentale stesse spazzando via i modi tradizionali di produrre
vita e cibo, tramandati per secoli dalle donne che hanno sempre rispettato l’equilibrio degli ecosistemi. La giovane palestinese che raccontava come la colonizzazione dei territori occupati avesse distrutto un’agricoltura in mano alle donne e una
organizzazione sociale che garantiva cibo a tutti, risultava essere in totale sintonia con le statunitensi. Come lo era l’intervento della tedesca dell’est che si augurava di non essere costretta dopo la caduta del muro a ripercorrere gli errori occidentali.
Manuela Fraire tenne una relazione su maternità e potere, dove parlò dello scompiglio creato dalla donna ecofemminista con il suo comportamento di autodeterminazione, che rompe con la complicità con il maschile per promuovere solidarietà e rispetto
della natura: “provate a mostrare quanto sia grande il godimento della singolarità e come possa coesistere con l’esperienza della maternità come un altro modo di godere di se stessa e vedrete se non si scatena la guerra pubblica e privata”. Carolyn Merchant
con il suo invito a scavare nel grembo della natura con il metodo proposto per liberarla da scienza e tecnica maschile e il premio Nobel Barbara Mac Clintock con il suo invito ad ascoltare ciò che le cose hanno da dire, ci avevano fornito la base della
nuova ricerca, Hanna Arendt ci aveva insegnato il valore della politica, Luisa Muraro con il pensiero della differenza era in sintonia con il pensiero ecologista per il concetto del limite . “L’umanità è due”. Uomo e donna sono differenti e non complementari,
“sono due assoluti che si limitano.”
Affermavamo orgogliosamente: “La sfida e la voglia di vincere che ci siamo giocate finora nell’arcipelago verde rischia di essere schiacciata ancora una volta dall’omologazione. Non abbiamo crediti verso gli uomini e lo spazio che ci siamo prese è proporzionale alla nostra assunzione di responsabilità. I nostri progetti
prendono forma e disegnano una società pensata da noi.”
Si trattava di imparare a governarla con il nostro punto di vista.
Ma la restaurazione arrivò presto con la trasformazione in partito e la ripresa del potere da parte di politici navigati come Rutelli e Ronchi che, grazie anche alla introduzione della preferenza unica contro cui, sole, ci eravamo battute inutilmente, riuscirono a far eleggere solo uomini nella legislatura che segnò la fine della prima
Repubblica e del primo esperimento di governo ecofemminista. La battaglia congressuale delle donne a Chianciano, quando i verdi, ormai ridotti a percentuali minime rispetto al grande successo ottenuto all’inizio, tentarono di rifondarsi, portò alla elezione a portavoce di Grazia Francescato ma il femminismo era ormai lontano ela normalizzazione politica compiuta.

*ex parlamentare dei Verdi, Consigliera di Parità Provincia di Torino
www.consiglieraparitatorino.it/