n 1 2018 Tempo Leggo un articolo

Siamo ritmo ininterrotto

di Monica Lanfranco

Proprio mentre stavamo preparando questo primo numero dell’anno 2018 é arrivata la triste notizia della morte di una delle più amate e straordinarie scrittrici di fantascienza e fantasy, Ursula K. Le Guin. Aveva 88 anni, vissuti immaginando e scrivendo di mondi e di tempi solo in apparenza lontani dai nostri.Devo a lei l’essere diventata una lettrice e successivamente un’esperta di questa narrativa, uno dei generi meno frequentati e valorizzati nel nostro paese, a differenza di altre culture europee e del nord America.

Incrociai in libreria, a vent’anni, uno dei suoi testi più importanti, La mano sinistra delle tenebre, e da allora, nonostante in Italia siano davvero poche le scrittrici pubblicate rispetto agli autori, tutto ciò che é stato tradotto é nella mia nutrita biblioteca.

Perché ho amato, e amo, il registro della fantascienza e perché ritengo che sia sbagliato il (superficiale) giudizio di genere di mero intrattenimento attribuito a questa categoria letteraria?

Principalmente perché le autrici di fantasy, e soprattutto di fantascienza,hanno capito,fin da quando era meglio celarsi dietro a pseudonimi maschili per riuscire a pubblicare in un filone tra i più misogini (come accadde, per decenni, ad Andrè Norton,prima scrittrice ad aver ricevuto ilGandalf Grand Master Awarddalla Società Mondiale di Fantascienzanel 1977),che scrivere di altri mondi permette di poter meglio ragionare sul nostro presente e sul nostro tempo. Questa intuizione ha permesso di trattare, attraverso l’uso deformante del tempo e dello spazio che il registro di scrittura della fantascienza offre, di temi politicamente importantissimi e cari all’attivismo femminista: la manipolazione genetica, il controllo sulla riproduzione umana, la guerra, la violenza, la paura della diversità.

Un esempio, ben in anticipo sul dibattito oggi attualissimo sulle tecniche di fecondazione,lo offrì Nancy Kress nel 1999 con Incubo genetico, dove puntò la luce sull’ingegneria delle molecole umane, nella quale i corpi sono ridotti a pezzi di ricambio per sconfiggere la morte.

Suona familiare, di questi tempi, vero? Come illudersi, infatti, che ciò che si legge stia solo sulla carta e che la fantascienza letteraria e cinematografica possano ancora considerarsi un genere di evasione e intrattenimento privo di rilievo a livello comunicativo e di riscontro nella realtà?

In questo rispecchiarsi, ricco di rimandi tra fiction e cronaca dei nostri giorni, di immaginario allucinato e di allucinante realtà quotidiana, la fantascienza delle donne si è fatta portavoce delle inquietudini che ci animano quando ragio­niamo dello scorrere deltempo: il corpo, infatti, èla prima superficie riflettente della ciclicità dentro e fuori di noi, a livello personale così come collettivo.

Kress non può aver scelto questo argomento senza evitare di fare i conti con unillustre precedente: I figli degli uomini, unico romanzo di fantascienza della straordinaria giallista P.D.James, datato 1992 e alla fine dei ’90 diventato un film di successo con omonimo titolo.

Il plot é ancora una volta legato al tema del corpo e della riproduzione: l’umanità è stata punita duramente con la sterilità per avere dilapidato i suoi frutti, in un futuro non più lontano rispetto al nostro che di una quarantina d’anni.

Il pianeta, privato del suono e della magia della voce dei cuccioli, è sterile nello sperma come nella speranza, e questo mutismo definitivo della generatività porta con séanche la fine della creatività umana e inserisce la violenza come unica possibile valvola di scarico della frustrazione e della disperazione.

Così Faron, io narrante del libro, descrive il clima emotivo della Terra: “Non possiamo provare nulla se non il presente, non possiamo vivere che nel momento presente e capire che questo significa arrivare il più vicino che ci sia concesso alla vita eterna. Ma la mente ripercorre secoli di vita cercando rassicurazione nei nostri antenati e, senza eredi, non solo nostri ma dell’intera specie umana, senza il conforto di una vita dopo la nostra morte, tutti i piaceri della mente e dei sensi mi paiono talvolta nulla più che patetiche e fragili difese innalzate contro la rovina.”

Una percezione del tempo come pura scansione di presente senza spessore e corpi privati della possibilità di scegliere: nella castrazione, nella sterilità oppure, archetipo di tutte le privazioni, nella libertà d’azione.

NeIl racconto dell’ancella, potente testo della canadese Margaret Atwoodche ha cassandramente precorso la tragica vicenda delle donne afgane sequestrate dal regime talebano, oggi anche una seguitissima serietv che ha fatto man bassa di premi lo scorso anno, i corpi femminili sono immobili e resi invisibili dalla assenza di diritti di cittadinanza. Conta solo la capacità riproduttiva, anche qui leit motivdel racconto, e la sterilità è una colpa che si paga con la vita. Qui il tempo imposto èquello politico scandito dal fondamentalismo cattoislamista, nel quale gli uomini, pur in giacca e cravatta, sono immersi nel tribalismo di ere lontanissime e le donne sono soltanto il tempo presente limitato alla vita biologica, quello della fecondazione e della gestazione, prive di nome e di diritto d’esistere al di fuori della funzione di animali contenitori per nuovi esseri umani.

 

Il rosso orologio biologico

Tornando al tempo presente e alla sua definizione incarnata si dice spesso che sia la maternità a definire, nell’esistenza degli esseri umani che diventano madri e padri, lo scorrere del tempo: in parte é così.

Eventi, appuntamenti, ricordi che altrimenti potrebbero sparire nell’indistinto del sovrapporsi nella memoria restano spesso più nitidi se associati al crescere di figli e figlie.C’è, indubitabilmente, un primae un dopol’aver generato, che ritma il tempo e determina la memorabilità dei fatti.

Nel discorso intimo, e talvolta anche in quello pubblico, non èraro sentire le persone collegare vicende e ricordi alla nascita e crescita della prole. L’evento, la vicenda sono ricordati a partire dalla connessione con questo o quel periodo della vita con i figli e le figlie, come a saldare meglio la memoria con il progredire delle loro vite, che abbiamo visto formarsi fin dall’inizio.

Questo vale per le donne e per gli uomini in egual misura, ma c’é un elemento che riguarda, nel discorso sulla percezione del tempo, solo il genere femminile.

A ritmare il tempo della vita delle donne c’é, infatti, un indicatore biologico che gli uomini non hanno, o comunque non in misura così peculiarmente scandito: il ciclo mestruale. L’insorgere del menarca, intorno ai 12/14 anni e fino al decennio tra i 50 e i 60 anni èl’elemento che distingue e differenzia la scansione del tempo tra i due generi nella specie umana: a prescindere dalla riproduzione,le mestruazioni sono il fenomeno fisico che situa senza alcun dubbio le donne dentro ad una percezione del tempo assai diversa da quella maschile e che le connette alla periodicità del pianeta.

Il flusso che ogni mese segna e ricorda alle donne la loro potenziale fecondità le pone direttamente in contatto con il resto della ciclicità della terra: la luna, le maree, la mensilità disegna necessariamente le donne come esseri maggiormente consapevoli del tempo che scorre (e che non ritorna indietro).

Per questo l’assenza del flusso, arrivata alla fine del ciclo della fecondità, é stata per me un trauma: l’evento, temuto da molto prima che si verificasse, al contrario di molte donne intorno a me che avevano vissuto la mestruazione come un ingombro del quale presto sbarazzarsi, mi ha resa triste e sgomenta.

Ho pensato: “Quanto èvero ciò che si dice: ‘Se una donna sanguina èsana, mentre se sanguina un uomo èmalato’. Come farò a scandire il tempo, ora che il mio corpo èmolto più simile a quello maschile per via dell’assenza dell’appuntamento mensile?”

Un pensiero irrazionale, certo, perché ovviamente ci sono molti modi per essere consapevoli dello scorrere del tempo. Eppure un misto di nostalgia e di smarrimento mi ha pervasa per mesi dopo la scomparsa del dispositivo biologico che per oltre quarant’anni mi ha collegata alla natura. Fare i conti con l’assenza di quel ritmo del tempo, che il flusso mensile garantiva, non é stato semplice per me dopo quarant’anni di rosso orologio biologico.

 

Le lancette della politica

Tempo èstata una parola molto adoperata, anche come metafora del disagio e della differenza, nella politica femminile e femminista.

Dal Tempo delle donnecon cui le comuniste, le socialiste e le protofemministe degli anni ’60 e ’70 vollero iniziare a ragionare di disparità a Se non ora quando?(poche persone sanno che questa locuzione èsolo una parte della riflessione più estesa sul tempo e la responsabilità nella Torà) al Nostro tempo é adessodel movimento Non una di meno, nel quale molte giovani si auto percepiscono principalmente come precarie, dove la precarietà è economica e per questo incide nella dimensione del tempo.

Difficile, infatti, se non impossibile, districarsi dalla costrizione di un eterno presente, se le condizioni materiali (e non vale soloperle giovani generazioni, ma anche per quelle più anziane) non consentono di immaginare il futuro.

C’è però anche un aspetto dinamico insito nella difficile realtà che abbiamo dinnanzi e quindi nell’analisi del tempo contemporaneo: quello di farci riflet­tere sulla qualità del tempo che scegliamo. Se ci si sottrae alla logica del mercato che regola le relazioni attraverso il denaro, che quindi determina il valore dei corpi, necessariamente levigati in un tempo inchiodato alla giovinezza, noi operiamo un rovesciamento di prospettiva che libera il tempo. Forse la lezione più interessante da questo punto di vista la offre La morte ti fa bella, film grottesco e feroce sulla maledizione molto femminile di desiderare una eterna bellezza. A differenza di Dorian Gray le due protagoniste non sono malvagie, ma ottusamente accecate dalla paura di invecchiare e incapaci di capire che desiderare una condizione di immanenza nel presente significa morire: la vita è, infatti, cambiamento nel tempo e del tempo.

Provare a fermare il ritmo ininterrotto che incarniamo, dal primo vagito all’ultima espirazione,porta solo alla morte prematura: forse èper via della collettiva paura della morte che nel pianeta pullulano e hanno grande successo le serie tv a tema zombie.

Una cruda metafora della mostrificazione che, nella realtà, ci passa spesso davanti agli occhi quando capita di osservare i frutti più o meno riusciti della chirurgia plastica sui volti di chi tenta, disperatamente, di cancellare quei segni che il tempo, grande scultore, lascia su di noi mentre viviamo dentro di lui.