1/2011 Leggi un articolo

Affinché la tela non si strappi

diMonica Lanfranco

Era inevitabile. Anche se i sentimenti sono contrastanti, (perché volgere lo sguardo al passato vuol dire anche fare la conta del tempo che non torna indietro, e 10 anni non sono pochi), andare a ripercorrere gli scritti di dieci anni fa era un passaggio obbligato prima di affrontare questo nuovo numero di Marea, che non è solo un nuovo numero della rivista. E’ un modo per condividere e informare di quanto stiamo preparando, a dieci anni di distanza, a Genova come movimenti delle donne, per discutere sulla globalizzazione e il suo impatto sulle nostre vite. Crediate o meno nelle coincidenze,(in psicoanalisi sono importanti, tanto da essere definite ‘significative’) sono stata invitata ad un eccezionale evento femminista che di globalizzazione parlava, questa volta però non guardando alla distruzione praticata dal neoliberismo, ma avocando a sé come movimento la forza del cambiamento.Di questo evento trovate più avanti la restituzione, e la cronaca.

Ma prima ho sentito il bisogno di andare a riprendere quel pezzo di storia, inestricabilmente personale e politica, che fissai in questi appunti qualche tempo dopo giugno e luglio 2001. Marea pubblicò due numeri molto particolari sul tema della globalizzazione, uno a marzo 2001 , con la copertina gialla recante una frase tratta dal documento della fondazione Diverse Women for Diversity, creata da Vandana Shiva, madre del movimento globale per la biodiversità: “Noi donne, in tutta la nostra vibrante e favolosa diversità, siamo testimoni della crescita delle aggressioni contro lo spirito ,la mente e il corpo umano, e la continua invasione ed assalto contro la terra e le sue specie. E siamo infuriate”.

L’altro numero uscì dopo il G8, la copertina nera e ben 200 pagine, con gli atti di Punto G, nel quale pubblicammo importanti riflessioni di donne e di uomini che avrebbero da lì a poco aperto una stagione di ripensamento sulle pratiche e le modalità di espressione del dissenso.

Soprattutto per chi non c’era ripubblichiamo qui una parte di quell’articolo: sin dal settembre scorso stiamo lavorando per rendere questo secondo appuntamento di Punto G a Genova a 10 anni di distanza un momento ricco, condiviso e all’altezza non di una rievocazione, ma di una promessa. La promessa di un ponte, lanciato da chi c’era 10 anni fa verso chi non c’era, perché troppo giovane, distratta, impossibilitata, ignara, lontana in modi diversi. Il nuovo appuntamento femminista a Genova a giugno 2011 vuole essere questo: un collegamento tra generazioni di donne, e con quegli uomini che vorranno esserci, per riprendere il filo di un pensiero che in tante non abbiamo mai lasciato, e che ha necessità delle nuove energie di chi oggi ha desiderio di assumerlo come anche proprio.

Genova 2001, ritorno al futuro

 

Ho ancora addosso la puzza dei lacrimogeni, che non conoscevo se non per sentito dire e che sembra non voler lasciare la pelle che, anzi, si infiamma ogni giorno di più con piccole bolle rosse mentre il mio corpo espelle il veleno. E’ brutto, ma va bene così, si va verso la cancellazione di ogni traccia residua.

Non voglio consentire allo shock e al dolore di oscurare quanto di bello, gioioso e forte ho visto e vissuto, con un’intensità enorme, dal 16 luglio fino alle prime ore del pomeriggio del 20, inquelle ore di eccitati e colorati momenti di scambio di emozioni, informazioni, discorsi e progetti in più lingue e linguaggi non verbali, nei quali abbiamo sperato di poter trascorrere in modo assai diverso i giorni del vertice, prima dell’angoscia delle devastazioni del black bloc e delle cariche della polizia a noi inermi.

Di più, voglio qui continuare a ragionare a partire da ciò che la rete femminista costituita da oltre 140 tra gruppi e associazioni ha costruito e proposto sui contenuti della forte obiezione all’economia e alla cultura della globalizzazione neoliberista un mese prima di questi fatti. Posizionandosi infatti ad un mese dal Summit le tante associazioni di donne, tra le quali Marea, la Convenzione permanente di donne contro le guerre e il Forum Donne di Rifondazione hanno aperto le contestazioni il 15 e il 16 giugno con due giornate di convegno e manifestazione itinerante nel dedalo di stradine della famigerata ‘zona rossa’, dopo un faticoso e fruttuoso percorso di nove mesi (sarà simbolico?) che ha visto impegnate femministe storiche, giovani comuniste, suore missionarie, pacifiste convinte e dubbiose, tutte comunque d’accordo su un punto: è necessaria una focalizzazione sull’impatto che il fenomeno della globalizzazione ha sul genere, e non la possono fare altri che le donne stesse, visto che nel movimento misto è difficile trovare analisi da questo punto di vista. Questa iniziativa ha aperto le contro manifestazioni al summit di luglio dei G8, ma in modo inedito, per consentire la convivenza tra riflessione, testimonianza, proposta e protesta, senza il fiato corto della rincorsa delle scadenze altrui e per focalizzare e rendere visibile il di più del posizionamento femminista. Come a dire: gli uomini alla fine si concentrano troppo sulla manifestazione di piazza, e il rischio è di non puntare sui contenuti e sulla sensibilizzazione della moltitudine che oscilla tra ignoranza, paura degli scontri e indifferenza.

Del resto la voce più complessiva e radicale del movimento antiglobal mondiale è una donna, una femminista, una scienziata, una nativa di una delle regioni del mondo più antiche e più nel mirino delle multinazionali per la sua straordinaria bio-diversità: l’indiana Vandana Shiva.

Vandana parla un ecofemminismo che affonda le sue radici nell’analisi del quotidiano della vita, proprio laddove l’omologazione della globaliz­zazione mina alle fondamenta l’autonomia di milioni di persone nel continente indiano, “Le varietà miracolo di riso introdotte in India nella Rivoluzione Verde, ad esempio,- racconta Shiva nel suo Biopirateria, (Cuen) – hanno eliminato migliaia di varietà locali di riso, introducendo al loro posto le varietà standard dell’International Rice Research Institute (IRRI). Hanno distrutto la diversità dei raccolti realizzati con i metodi tradizionali, e a causa dell’impoverimento della diversità, i nuovi semi hanno finito per favorire la proliferazione degli insetti nocivi. Le varietà indigene sono resistenti agli insetti nocivi e alle malattie locali. Se si verifica una malattia, alcune famiglie possono esserne colpite, ma ce ne sono sempre altre in grado di sopravvivere. Quello che succede in natura si ripresenta anche nella società. Quando l’omogeneizzazione viene imposta a differenti sistemi sociali, le parti iniziano a disintegrarsi l’una dopo l’altra. Perché la violenza intrinseca all’integrazione globale centralizzata, a sua volta, crea violenza anche tra le vittime. Quando le condizioni della vita quotidiana sono sempre più controllate da forze esterne e i sistemi di governo locale si deteriorano, i popoli finiscono per stringersi attorno alle loro differenti identità, che rappresentano l’unica àncora di stabilità nei periodi di incertezza. Se la causa della propria insicurezza è tanto lontana da non poter più essere rintracciata, allora succede che i popoli che fino a poco tempo prima avevano convissuto pacificamente, cominciano a nutrire diffidenza l’uno nei confronti dell’altro. I confini della diversità diventano crepe di frammentazione e la diversità stessa all’improvviso appare una ragione sufficiente a giustificare violenze e guerre, come si è visto in Libano, India, Shri Lanka, Yugoslavia, Sudan, e danno luogo a forme di attrito sociale anche a Los Angeles, Germania, Italia e Francia. Quando i sistemi nazionali e locali di governo si disgregano sotto i colpi della globalizzazione, le élite locali cercano di conservare il potere facendo leva sui sentimenti etnici o religiosi, che quindi esplodono con rabbia. In un mondo caratterizzato dalla diversità, la globalizzazione si può realizzare solo strappando il tessuto variegato della società e della sua capacità di autorganizzarsi. A livello culturale e politico, è questa libertà di autorganizzarsi che Gandhi ha individuato come il fondamento dell’interazione tra culture e società differenti. Io voglio che le culture di tutti i paesi possano fiorire con il massimo grado di libertà, ma rifiuto l’idea di non poter camminare con le mie gambe, ha affermato Gandhi. La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre. La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, da una razza, e spesso da un solo genere, nonché da una singola specie su tutte le altre. Nella filosofia dominante il globale è lo spazio politico entro il quale il potere locale cerca il controllo globale, liberandosi dalle responsabilità di operare a favore della sostenibilità ecologica e della giustizia sociale. In questo senso quindi, il termine ‘globale’ non sta affatto ad indicare gli interessi umani universali, ma semmai quelli di una cultura locale, di campanile, che è stata globalizzata attraverso dominio e controllo, irresponsabilità e mancanza di reciprocità”.

Da un’altrove solo apparentemente lontano alle parole di Vandana fa eco lo sguardo saldo e accusatorio di un’altra donna: Daris Christanco, 29 anni, indigena del popolo UWA, circa10 mila persone che tentano di sopravvivere a nord di Bogotà, in Colombia, uno dei paesi più violenti dell’America Latina, teatro di scontri per il possesso delle due ricchezze principali: il petrolio e la produzione di coca, dalla quale poi si raffina la droga dei ricchi.

La ferocia della globalizzazione è tutta nel suo racconto di giovane madre di 5 tra bambini e bambine: “La Madre Terrasta morendo,- ha detto e ripetuto anche al convegno – offesa e violata dalle ruspe e dalle trivelle della Oxy, la compagnia petrolifera Usa che da dieci anni, senza che il mondo muova un pelo o quasi, sta demolendo uno degli ultimi territori vergini sul pianeta”. Gli indigeni Uwa sono stretti tra il colosso del petrolio e le bande paramilitari mercenarie, che spesso vengono utilizzate anche dallo stesso governo per sgombrare il territorio con la forza; in queste occasioni vengono uccisi bambini, bambine, persone anziane, chiunque si frapponga sulla strada del progresso, la strada lucida del cancro nero senza il quale l’Occidente è perduto.

Lei, l’indigena che rischia di estinguersi, alla domanda su cosa pensa dell’Occidente, risponde senza esitazione, e inesorabilmente: “Mi sembrate una cultura triste, perché tutta la vostra ricchezza deriva in gran parte dall’avere saccheggiato il vostro ambiente e quello di altri popoli e terre, come nel nostro continente. Come si può essere felici e in pace se si distrugge ciò che abbiamo di più prezioso?”

Se si potesse disegnare la modalità che hanno costruito le donne nel loro fare politica contro la globalizzazione senza dubbio l’immagine che meglio potrebbe riassumerla è quella della rete, della tela, in una parola molto usata nella nostra era digitale, del web.

Ecco come ha lanciato l’azione di piazza di Genova la canadese Hilary McQuie, attivista del collettivo Rants: “We are the weavers and are the web”. Noi siamo le tessitrici, e siamo la tela. Nei villaggi del Chapas, ancora oggi le donne tessono e ricamano i loro huipil: si tratta di una sorta di poncho rettangolare, in cui il ricamo forma una croce che va a coprire le braccia, il petto e la schiena. I simboli intessuti sono quelli del cosmo: il mondo, il cielo, gli spiriti, i fiori. I disegni ed i significati degli huipil non sono cambiati dall’epoca Maya ad oggi e sono ancora visibili incisi nelle pietre delle antiche città abbandonate. Nichimal, che significa ‘fioritura’, è la parola Tzotzil per dire ‘bellezza’: uno huipil raffigura solitamente la terra mentre vi cade la pioggia della primavera, ed i fiori sbocciano. Quando lo indossa, la tessitrice sa di stare mostrando la visione e la speranza che ella stessa ha creato; quando infila la testa nell’apertura centrale, ella diventa l’asse del cosmo, congiunge visibile ed invisibile; attraverso il ricamo il tempo e lo spazio che ha sognato si irradiano da lei, poggiano sulle sue braccia e sul suo corpo. Noi a giugno prima, e a luglio poi tesseremo, nello stesso spirito, una tela di comprensione, solidarietà, speranza: con il nostro amore, con la nostra rabbia. In Italia la tensione è forte, ed inevitabilmente l’attenzione è rivolta alle modalità di piazza, sin troppo, si diceva; una storica del movimento italiano,Lidia Menapace, così ha sintetizzato il sentire di vaste porzioni del femminismo nazionale rispetto ad alcuni atteggiamenti violenti di piazza: “Mi sembra di poter rivolgere agli uomini un caldo appello perché finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme ed è chiaro che la parte non bellicosa della popolazione non partecipa, il movimento diventa sempre più militarizzato, e si va incontro ad un sicuro insuccesso: i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità. Nella storia dei movimenti di lotta vi sono altre forme: il movimento sindacale e operaio elaborò e usa  nella sua lunga vicenda tutte le forme dell’azione nonviolenta con assemblee petizioni scioperi manifestazioni pacifiche, picchetti e infine sabotaggi; il movimento femminista fin dai tempi delle suffragiste ha trovato altri strumenti ancora per mostrare dissenso e contrasto e agire il conflitto: manifestazioni, grafica, sit-in, musica, resistenza passiva, training autogeno, danza, sarcasmo, canti, visibilità dei corpi nella loro varietà inerme, tutto il molteplice possibile, niente di uniforme  o in uniforme”.

Sarebbe una bugia dire che oggi non ci si sente ferite e traumatizzate, ma non è giusto che il dolore cancelli quanto di vitale, forte e positivo è accaduto prima del gigantesco incubo ad occhi aperti. Per questo vorrei raccontare di Starhawk, la straordinaria ‘strega’ di San Francisco, con la quale abbiamo aperto il forum tematico su ‘genere e cittadinanza’, quando ancora erano i contenuti a dominare, martedì 17 luglio. Mentre accanto si svolgevano gli altri forum nel modo tradizionale strane cose accadevano, (forse complice la magia?): femministe rigorose, comuniste seriose, ragazze dei centri sociali scanzonate e pacifiste attempate, insieme, iniziavano i lavori non con gli interventi tradizionali ma con un happening. Spiral dance, la danza a spirali, un rituale mutuato dagli antichi saperi indigeni spirituali femminili. Nella tenda di fronte al mare, nel pieno del sole pomeridiano, è stato tutto un muoversi dei corpi al ritmo del mantra ‘si se puede’ , (sì è possibile), lasciando che l’energia fluisse all’interno di ciascuna fino a fare venire la pelle d’oca. Molte avevano gli occhi lucidi, tante le persone che si fermavano ad osservare. Tre giorni dopo Starhawk ci ha fatto nuovamente danzare, questa volta a poca distanza dalla zona proibita, unica temibile arma brandita nella sue mani un tamburo africano, fino ai piedi del muro di ferro, nella giornata delle piazze tematiche e dell’assedio alla zona rossa. Nel mezzo del cerchio che abbiamo formato tenendoci per mano c’era un’altra inaspettata presenza che irrompe dal quotidiano: un pentolone di ferro colmo d’acqua, petali di rosa e altri ingredienti particolari. “Donne, mettiamo nel nostro calderone la nostra forza, la nostra rabbia, il nostro desiderio di un mondo diverso, senza muri né ingiustizia” ci incitava la strega, girando l’acqua profumata con un mestolo di legno, mentre intorno le altre facevano musica con tamburelli, maracas vere e molte fatte in casa con bottigliette di plastica piene di riso e pasta (ah, l’Italia). E poi la canzone, scritta sui fogli che circolavano di mano in mano in quattro lingue: “Siamo la luna che muove le maree, cambieremo il mondo con le nostre idee”.

Eravamo tante, un po’ nervose, un po’ spaurite nello scendere per prime, anche se seguite dalla colorata moltitudine di Rete Lilliput , verso l’imponente muraglione di ferro in fondo a via Assarotti, mentre il suono profondo e ritmico segnava la danza e il nostro incedere.

Per prima è stata appesa con le mollette di legno e plastica portate da casa la grande tela realizzata con le scritte di quante avevano partecipato il 16 giugno al meeting femminista. A seguire sono spuntate dalle tasche le mutande, i reggiseno, i calzini, i fiori, i piccoli cartelli con le impronte delle mani e dei piedi di chi fisicamente a Genova non c’era, ma aveva consegnato ad altre un segno, una frase, un’orma. Tutte e tutti l’abbiamo toccata, la terribile rete; in molte l’abbiamo battuta, fino a sentire male nei palmi. “Voi siete in gabbia, noi siamo il mondo”, gridavano in tante.

Quando è tornata la calma, e abbiamo ricominciato domenica verso sera a ristabilire un contatto con la quotidianità, è apparso chiaro che nulla sarebbe stato più come prima, e che ci sarebbe voluto del tempo per elaborare e rimettere al loro posto le cose, non solo con le mani, come abbiamo visto fare in strada a gruppi di persone che rialzavano i cassonetti ribaltati, mentre chi passava e vedeva applaudiva. “Dobbiamo riparare le ferite, non rimuovere nulla di ciò che è successo, accogliere dentro tutto anche se fa male, prenderci cura di noi,- ci ha detto Starhawk prima di ripartire. Guardare con occhi ben aperti quello che è accaduto e ascoltare tutti e tutte, fare gesti riparatori individuali e collettivi. Non lasciate che lo sconforto vi sovrasti. Il vertice è finito, ma è adesso che comincia il vostro lavoro”. Fa un po’ paura, per ora il suono di ogni sirena fa saltare spesso sulla sedia, ma il calore degli abbracci e dei baci infiniti al momento delle partenze è un vento forte che ci sospinge verso le prossime mete.

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