sogni/bisogni n 2 2006 - MAREA

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sogni/bisogni n 2 2006

un articolo dal numero

Cartolina olandese

 

Barbara Romagnoli

 

Scena prima

 

Tornare sui banchi di scuola a più di trent'anni fa una strana impressione. Entusiasmo misto a frustrazione, soprattutto se non si capisce nulla di quello che dice l'insegnante. Poi ci si guarda attorno e si respira un'aria "solidale" perché i compagni di banco, più giovani e più vecchi, hanno la nostra stessa difficoltà e voglia, e necessità, di imparare. Siamo a Leiden in Olanda, in una classe di migranti. Lo stato olandese, che di recente ha cambiato la legge sull'immigrazione, promuove ancora per poco dei corsi gratuiti di lingua olandese per stranieri affinché possano integrarsi nella “patria della tolleranza”. Conoscere la lingua é fondamentale non solo per cercare un lavoro ma per sentirsi un po' più a casa anche nelle piccole faccende della quotidianità. Entrare in un negozio per comprare qualcosa, iscrivere un figlio a scuola o andare dal medico e capire che medicine dobbiamo prendere, o più semplicemente capire quello che ci accade attorno e poterlo comunicare ad altre e altri.

Tra donne e uomini che arrivano da tutto il mondo - Russia, Nigeria, Francia, Iran, Etiopia, Cina, Caucaso e non solo - ci sono anche io. Giovane donna italiana che ha deciso di vivere un periodo della propria vita in una terra che conosce appena ma che l'ha intanto accolta senza troppe domande. I primi mesi non é facile: ti manca il sole, il cibo, la parola condivisa con amici e familiari, la militanza politica. Non basta essere in due quando il cambiamento é radicale. Affiora continuamente l'antico leit motiv "Chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa cosa lascia ma non sa cosa trova".

Scrive una amica alla vigilia della partenza:

"Qualsiasi via è soltanto una via e non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nell'abbandonarla, se questo è ciò che il cuore ti dice di fare...

Esamina ogni via con accuratezza e ponderazione.

Provala tutte le volte che ritieni necessario.

Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda...

Questa via ha un cuore? Se lo ha, la via è buona.

Se non lo ha, non serve a niente."

Sì, questa via ha un cuore e per questo vale la pena seguirla.

In due ci si sostiene e ci si sente non completamente soli nell'avventura ma lo spaesamento è altrettanto forte e condiviso: per reggere l'urto ci vuole tanta pazienza e amore.

 

Scena seconda

 

Di questi tempi, un fatto è indubbio. E cioè che non c'è modo di pentirsi della scelta fatta. Per quanto la nostalgia e la malinconia siano connaturare al nostro essere - e io non ne sono immune- basta gettare uno sguardo sulle edizioni on line della stampa italiana per pensare di non aver poi lasciato chissà quale tesoro. Tutto sembra all'ordine del giorno tranne che una vera rivoluzione culturale che dia nuovo ossigeno alle aspettative di donne e uomini. Non si respira aria di cambiamento radicale, la sensazione è che non ci sia un effettivo accesso al lavoro, alla casa e allo studio, la possibilità di vivere con gioia il desiderio e raggiungere ognuno la propria felicità. Non è forse legittimo aspirare a una qualità della vita migliore che ci permetta di lavorare per vivere e non il contrario? Di fare figli se ne abbiamo voglia o di convivere con qualcuna o qualcuno senza dover essere per forza - o per natura- etero? Di voler pensare la politica come qualcosa che ci appartiene tutte e tutti e non come qualcosa che ci passa - e distrugge i nostri sogni- sopra le nostre teste? Una politica che sia un modo di essere e non di avere?

“Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte” scriveva Edgar Allan Poe. Per farlo forse bisogna avere la testa per aria e i piedi ben saldati a terra. Non siamo poi così pochi, noi inguaribili sognatori perché anche altrove non c'è pace. Racconta Tuki, giovane parigina di origine congolese che in Francia non è facile realizzare i propri sogni. Lei ha studiato per fare l'hair stylist ma - e lo dice con sguardo fermo e consapevole - a Parigi non è facile soprattutto se sei “black, young person and woman”. Deli invece arriva dal Caucaso, e ci tiene a sottolineare che la sua terra è la Georgia asiatica non quella degli Usa. Insegnava matematica adesso non sa bene cosa farà ma desidera fortemente integrarsi nel suo nuovo paese. E ancora Bojanka, Eva, Mohammed, Ismail, Chris, Irina... tutti impegnati nella ricerca della propria via per realizzare sogni e desideri. Per farlo in questa nuova terra abbiamo tutti bisogno di un linguaggio comune.

Io li guardo curiosa, mi manca ancora la parola per condividere con loro quello che sento. Ma sento che adesso è ciò che voglio di più. Per capirmi e ridere con i miei compagni di classe e continuare a sognare.

 

 

 

 

 

sogni lontani

Maryam e le altre

 

di Ivana Stefani

 

La luce del mattino è ancora lontana; lontano, si intuisce un pallido chiarore.

Maryam spalanca gli occhi, anche se non vorrebbe aprirli mai più.

Coricati lungo il muro dell’unica stanza che costituisce la sua casa, otto bambini; il più piccolo, di un anno, è ancora attaccato al suo seno dalla sera precedente.

Sente sulle sue spalle tutta la stanchezza del mondo, di cui immagina vagamente i confini: lei non è mai andata oltre Kabul.

Un’altra giornata da affrontare, senza sapere come sfamare i suoi figli.

E’ sempre stata molto povera, ma le ultime settimane l’hanno portata sull’orlo della follia.

Habib è partito per le montagne e non sa che fine abbia fatto. Il freddo pavimento di terra le trasmette un gelo simile a quello che, forse, è penetrato nel cuore e nelle ossa di suo marito, di cui nessuno sa darle notizia. L’incertezza l’ha doppiamente distrutta, sia perché teme che sia morto, sia perché a lei non è consentito uscir di casa da sola e quindi neppure lavorare per sfamare i suoi figli. Sopravvivono con i pochi soldi guadagnati dai più grandicelli e con le elemosine che lei raccatta vicino ai parcheggi dei camion provenienti dal Pakistan. Un impegno rischioso: la polizia religiosa potrebbe punirla ammazzandola di botte, insieme al piccolo che nasconde sotto il burqa.

Sente spesso la pazzia affacciarsi alla sua mente, una stanza nuova e diversa rispetto a quella in cui vive, affascinante e colorata, in cui spesso è tentata di rifugiarsi. Ma non  può concedersi un simile lusso, chi penserebbe ai suoi figli?

Finirebbero alla madrasa, la scuola religiosa, destinati a diventare come gli uomini barbuti che ogni tanto irrompono nelle case. A volte accarezza l’idea di mandarli a studiare lì, per avere il cibo assicurato, ma l’immagine di come diventerebbero la terrorizza almeno quanto la fame.

Perché doveva succedere tutto questo? Lei è nata tra le montagne, in condizioni altrettanto dure, ma non c’erano camionette cariche di uomini armati a terrorizzarla.

Il burqa era appeso in casa: costituiva solo un impiccio per lavorare nei campi e così tutte le donne del villaggio ne erano prive; ma era molto tempo fa, anzi, forse è un sogno in cui si rifugia per trovare un po’ di sollievo.

Suo padre l’ha venduta a quest’uomo anziano, il padre dei suoi figli, che proprio per la miseria e la violenza  di cui era noto, non era riuscito a trovare nessun’altra da mettere in casa e così a lei era toccata in sorte questa moltitudine di marmocchi, le botte e gli assalti bestiali che doveva subire, che provocavano queste continue gravidanze.

Nessuno di quei figli era frutto di un po’ di affetto, di un minimo di attenzione.

Erano frutto della sua sola carne e per questo solo lei si occupava di loro.

Ogni istante il pensiero della loro sopravvivenza le occupava la mente; come fare a sfamarli, come coprirli e ripararli dal freddo, come scaldare il gelo dei loro cuori. Sei maschi e due femmine ed i maschi già così duri con le loro sorelle e carichi di disprezzo anche per lei.

Sopravvivevano come bestie, in un ambiente privo di acqua e luce, senza mai un sorriso, senza parlare, senza alzare la testa.

Chissà se il Dio di quegli uomini barbuti approvava tutto questo.

Questa umanità dolente che si sposta incessantemente da un luogo all’altro della città, ogni giorno, inutilmente, alla ricerca di qualcosa che consenta ancora qualche ora di vita.

Ma vivere per cosa?

La stanza illuminata e colorata si riapre davanti ai suoi occhi e con grande forza l’attrae. Rifugiarsi in quel luogo, fuggire da tutto questo.

Macerie. Macerie tutt’intorno e nel suo cuore, nella sua mente.

La città è un cumulo di macerie, polverose, orrende, qualche carretto trascinato da bestie stremate e un colore grigio, terroso, ad ottenebrare gli sguardi. Neppure un filo d’erba a spezzare la monotonia.

Ogni tanto il passaggio di una camionetta spezza il silenzio irreale, segnalando l’arrivo dei Talebani, armati di mitra e bastoni. Fa che non si fermino, Dio, tu lo vedi che sono buona e poi come potrei peccare? Fa che non si fermino, fa che non si fermino. Sono duri i loro bastoni. Ogni tanto trascinano qualcuno in prigione, dopo aver picchiato tutta la famiglia, dopo aver spaccato le poche e povere cose all’interno delle case.

Ora che Habib è andato a combattere, lei deve uscire ed affrontare tutto ciò. Ecco il peccato: è vietato uscire, alle donne.

Si mette vicino ai camion o passa nei negozi a chiedere gli avanzi e tutti quegli uomini cui deve rivolgere qualche parola, con gli sguardi tentano di cancellare la grata del burqa e di convincerla ad accompagnarli in luridi stanzini, a vendere il suo corpo per un tozzo di pane. Prima o poi sarà costretta a farlo, per non vedere morire i suoi piccoli.

Sta ore ed ore accucciata in terra, con il piccolo che soffoca sotto il burqa, insieme a lei. Sono luridi e indecenti, nella loro miseria estrema.

Le mosche si affollano sul suo velo, un tempo azzurro ed ora terroso quanto tutto ciò che la circonda. Nugoli di insetti si accaniscono sulle macchie che segnano la sua esistenza, rappresentata da quel burqa che la annulla e cancella.

Volano incessanti, si raggrumano agli angoli del quadratino di cielo che intravede da sotto quel lenzuolo tombale,  si accaniscono contro quel barlume di mondo, che non vale la pena di essere visto.

Sua figlia Rozja ha la faccia devastata dalle piaghe; quel bel faccino innocente e affamato, quegli occhi verdi e grandi, quella pelle bianca e già affaticata, è invasa dai parassiti delle mosche. Come se già non bastasse la sofferenza quotidiana che devasta le loro vite.

E mentre osserva quegli insetti immondi e svolazzanti, deve fare attenzione alle auto che si avvicinano veloci e che potrebbero anche portarla allo staDio per una punizione esemplare, invocata da una folla esaltata dal sangue che scorre.

Ecco la stanza colorata che si apre e che cancella tutto ciò. Entra Maryam, entra. Sente da qualche giorno questa voce che le sussurra nelle orecchie una melodia dolce e serena, che culla, blandisce, affascina. Entra, entra, dimentica tutto. Entra Maryam, i figli in qualche modo se la caveranno. Entra Maryam, non si può vivere così. Entra ad ascoltare questa musica, a guardare questo cielo così sereno, a sentire questa gioia che riempie il cuore, cancella tutto questo dolore.

Otto, sono otto i suoi figli; se decidesse di entrare, vorrebbe portarli con sé, ma a loro non è concesso entrare, quella stanza è solo per lei. Come può abbandonarli?

Ma perché Dio, perché odi così i tuoi figli e le tue figlie?

La luce entra a rischiarare quel groviglio di corpi, ammassati l’uno all’altro nel tentativo di produrre un po’ di calore.

Fa freddo, d’inverno, in questa città; ogni piccolo legnetto è già stato raccolto, ogni mobile bruciato, non resta più nulla per mitigare il gelo.

Meglio muoversi un poco, anche se la giornata non ha alcuno scopo. Non c’è lavoro, non c’è scuola, non c’è mercato. Non c’è vita.

Solo preghiere che si alzano in cielo a raggiungere il Dio che li ha condannati a questo inferno in terra. Eppure, c’è troppa violenza perché quelle invocazioni raggiungano il cielo; lei non crede che possano alzarsi così alte.

Accende il fuoco con l’olio e la legna che è riuscita a raccattare dai commercianti. Prepara il thé ed il poco pane trovato tra i rifiuti.

Oggi non andrà fuori.

La sua vicina ieri è venuta a parlarle. Pare che alcune giovani donne, provenienti dal Pakistan, stiano cercando di organizzare un gruppo di auto-aiuto. Il burqa in questo caso è servito a lasciarle entrare clandestinamente, rendendole irriconoscibili per la polizia di frontiera.

Habiba le ha chiesto di ospitare la riunione, approfittando del fatto che Habib, suo marito, è assente. Le clandestine porteranno cibo e qualche vestito caldo, matite e fogli, che sono più pericolosi delle armi.

Maryam ha ascoltato silenziosa e poi ha accettato; non sarà più pericoloso della stanza che si affaccia continuamente, invitante, alla sua mente.

Deve solo mandare via i figli più grandi, in modo che non possano denunciarla e neppure corrano il rischio di aiutarla a commettere un reato così grave; poi aspetterà le sue amiche. Non ha idea di quando arriveranno. Il tempo è immobile, valutato in base alla posizione del sole in cielo; un cielo altrettanto immutabile e spesso buio e cupo, ad opprimere ulteriormente questa grama esistenza.

Il thé caldo rianima quei corpi irrigiditi e sofferenti, ma gli occhi restano spenti.

Uno ad uno i ragazzi escono, lasciandola in casa con le bambine e i due piccolini.

Furtive, arrivano le donne.

C’è un lungo intervallo tra l’arrivo di una donna e l’altra; è molto pericoloso ciò che stanno facendo e non devono assolutamente farsi notare.

Habiba, la vicina, arriva per prima, ad accogliere tutte le altre. Maryam non sapeva neppure chi fossero. Una misura minima di garanzia nel caso in cui dovessero essere interrogate.

Ecco infine la giovane rappresentante di Rawa, l’associazione che le ha contattate e  che le vuole aiutare.

Fogli colorati passano di mano in mano; disegni elementari, che il suo cervello irrigidito e terrorizzato fa fatica a comprendere. Che gioia vedere dei colori, sentire delle voci gentili, sebbene le parole siano appena sussurrate.

Un calore dolce pervade tutto il suo corpo; Maryam si tocca per essere sicura di essere sveglia, di vivere una situazione reale, di non essere fuggita nella stanza che si apre segreta al suo cuore.

Guarda le sue compagne e comprende che non tutto è perduto, che non è ancora un fantasma, che la sua vita è importante.

Osserva quei fogli e improvvisamente ricorda che fuori da questo inferno c’è un mondo colorato e quieto, anche se la sua mente lo aveva cancellato.

Dolcetti passano di mano in mano e lei, furtiva, nasconde qualcosa per i figli.

La giovane venuta dal paradiso racconta che qualcosa sta cambiando. Dice che il mondo si è accorto di quello  che stanno passando gli afgani e che presto succederà qualcosa; dice che i Talebani hanno ucciso molte persone in America e che questo provocherà la guerra del mondo contro di loro.

Maryam ricorda che suo marito le aveva detto che doveva andare a combattere contro le truppe del nord, alleate degli infedeli, che si avvicinavano alla capitale. Ma cosa c’era da difendere, qui? Neppure il cielo voleva più interessarsi di loro e si era chiuso definitivamente.

Ora questa giovane veniva a raccontare la stessa storia. Possibile che stesse davvero per accadere qualcosa?

Passano veloci le camionette davanti alla casa, i cuori accelerano, mentre le parole si fermano, aleggiano nell’aria come straordinari messaggi di pace, fluttuano in attesa di una porta che sbatte, di interrogatori assurdi, di urla lanciate come bombe contro corpi indifesi, impotenti. Donne: impure, provocatrici, incarnazione del peccato.

Le truppe transitano e si allontanano, lasciando una scia di polvere e terrore.

Maryam e le sue amiche si guardano e si abbracciano. Hanno diritto a vivere. A vivere una vita vera e non questo simulacro di esistenza, questo sudario di sofferenza.

Quanta forza e quanto coraggio, quanta sapienza e speranza, condensate nei loro sguardi, nei loro corpi.

Altrettanto silenziosamente come quando sono arrivate, una ad una le donne tornano alle loro case, ai figli, ai mariti, al cibo che scarseggia, ai muri smembrati dalla guerra.

La città è ridotta ad un ammasso di rovine che nessuno rimuove, di case che nessuno ricostruisce.

Ora pioveranno altre bombe e le rovine rovineranno su sé stesse.

Caroselli di veicoli militari ovunque, urla, spari nell’aria.

La tensione cresce. Fa un freddo terribile e non c’è più nulla da mangiare.

Notizie incontrollate si rincorrono da un quartiere all’altro; pare che le truppe dei mujahiddin siano prossime alla città ed i talebani siano in fuga.

Quale dei due schieramenti ha compiuto massacri peggiori? Ogni famiglia piange dei morti e migliaia di persone sono fuggite attraverso i passi di montagna, per scampare agli uni ed agli altri; anziani sfiniti, bambini scalzi in mezzo alla neve, con il terrore di morire fucilati, gelati dal freddo, smembrati da una mina.

Ora, le voci narrano che nei territori intorno a Kabul, dal cielo di questa nuova guerra stiano piovendo bombe che si trasformano in tante piccole mine. I loro involucri sono gialli e prima di toccare il suolo si aprono come fiori all’alba, spargendo intorno a sé decine di spore avvelenate, pronte a dilaniare mani, piedi, corpi innocenti. Sono dello stesso colore, forma e dimensione dei sacchetti che contengono gli aiuti alimentari distribuiti nella stessa Kabul e nei campi profughi appena al di là della frontiera.

Gli uni seminano morte, gli altri speranza di vita…… quale tragico equivoco!

Nubi velenose, cariche di tempesta e di morte, si addensano sulla città.

Il rombo dei bombardieri si avvicina: un tuono di morte e disperazione.

Chi può fugge.

Donne, bambini, anziani, perché gli uomini sono tutti a combattere su un fronte o sull’altro. Non hanno nulla con sé. Qualche fagotto di misere cose, vestiti laceri, piedi scalzi o appena riparati da calzature ridotte a veline, per affrontare chilometri e chilometri di strada.

In montagna, nella neve e nel fango.

Per passare occorrono soldi. Tanti. Resta in città solo chi non ha più nulla da vendere, nulla da cedere ai mercanti di vite.

Chi riesce a passare, finisce in campi immensi, sterrati, distese sterminate di tende. Teli sottili di plastica, che non proteggono dalle intemperie né dagli sguardi dei vicini.

Gli stranieri se ne sono andati tutti. Tutti. Sono restate solo tre suorine, nell’unico ospedale aperto; camerate di brande in cui le persone attendono la morte, senza cibo né medicine.

Maryam è rimasta in città, non ha alcun luogo dove andare.

Le case intorno sono deserte ed anche la misteriosa amica di qualche giorno prima è ritornata in Pakistan, con la promessa di portare ancora cibo e vestiti ai disperati di questo quartiere.

La terra trema, le bombe si avvicinano. Chissà se dopo le bombe, dissolta la polvere, sotterrate le vittime, si tornerà a vedere il sole e il burqa potrà essere riposto nei bauli.

La terra brucia. Forse il paradiso infine ci sarà, ma nel frattempo l’inferno è assicurato per tutti.

Non c’è luogo dove fuggire: le esplosioni sono tremende e le bombe sembrano cadere ovunque; le urla, le implorazioni sono così flebili, da poter essere udite solo dagli esseri umani che le emettono, che si sentono impazzire dal terrore.

Maryam è chiusa in casa con i suoi figli. I piccoli strillano e urlano, gli altri, con gli occhi sbarrati, sono abbracciati gli uni agli altri, senza sapere più nulla, per giorni e giorni.

Infine, il tuono cessa ed una calma surreale cala sulla città; continuano i crolli di quelli che già prima non erano più edifici.

Riprende il via vai dei veicoli militari, caricati con milizie e mobili e poi più nulla.

Piano piano, come tante piccole formiche, le persone provano ad uscire, con cautela.

Qualcuno, anzi, molti, sono sopravvissuti, ma ognuno di loro piange familiari rimasti sotto le macerie.

Sulle stesse strade percorse qualche ora prima dai camion in fuga, arrivano veicoli carichi di militari che indossano abiti diversi, ma che sono altrettanto armati.

Nel giro di qualche ora, la città è completamente nelle loro mani.

I civili sono ancora terrorizzati e increduli.

Maryam osserva la situazione dalle brecce del muro di cinta della sua casa e manda i figli a cercare del cibo, qualcosa per scaldarsi.

Passano le ore, passano i giorni e la situazione sembra effettivamente migliorare. Di suo marito più nulla. Vedova. Vedova di una guerra che la vede dalla parte dei vinti, anche se lei non è in grado di capire chi siano i vincitori. Vede solo gente lacera ed affamata, priva di tutto e soprattutto di futuro.

Ha sentito dire che qualche donna si è tolta il velo di fronte ai giornalisti e vede molti uomini che si sono tagliati la barba. Lei però continua ad indossare il suo burqa, lurido, lacero, che nasconde un corpo gonfio ed emaciato, altrettanto lacero.

Ora mendica nella zona dei nuovi padroni della città.

Non c’è traccia di Habiba, alla quale vorrebbe chiedere notizie degli aiuti che la giovane donna di Rawa aveva promesso.

Ci sono distribuzioni di cibo nella città, ma sono così numerose le persone in attesa, che lei è riuscita ad ottenerne pochissimo, per quella tribù di bambini che l’attende a casa.

Questa libertà non è molto diversa da quella di qualche settimana prima. La libertà di mendicare senza il timore di essere picchiata.

Effettivamente, c’è più merce nei negozi, ma occorre il denaro e non c’è lavoro; i ricchi non sono ancora rientrati nel Paese e i militari non pensano a indossare panni puliti.

L’unica possibilità di sopravvivere è riuscire ad ottenere l’iscrizione nelle liste delle associazioni umanitarie, ma non è semplice. Senza uomini in famiglia è un miracolo riuscire a sopravvivere.

Guarda sconsolata i suoi figli e comprende di dover trovare una soluzione, se vuole salvarne qualcuno. Ha visto in quali condizioni sono i bambini dell’orfanotrofio e non vorrebbe augurare quella fine nemmeno ad un nemico. Andrà a cercare le donne che sono venute a trovarla insieme ad Habiba. Qualcuna di loro sarà rimasta e saprà darle qualche informazione sulla giovane dei disegni.

Maryam vaga come un fantasma da una casa all’altra, da un quartiere all’altro, mendicando e cercando.

Infine, riconosce una di loro; dimmi, ti prego, qual è la strada per uscire da questo inferno.

La donna è molto titubante: quell’associazione è ancora clandestina.

Le militanti di Rawa sono rivoluzionarie, rivendicano la propria dignità ed uno stato laico e secolare e tutto ciò è molto pericoloso. Quindi, rimanda Maryam al giorno successivo, per prendere informazioni e cercare il contatto giusto.

Trascorrono lente le ore, per Maryam, ma infine sembra che quelle donne vogliano davvero aiutarla. Nel giro di qualche giorno, le viene comunicato che qualcuna arriverà e le dirà come comportarsi.

Nell’immediato riceve abiti caldi e qualcosa in più per sfamarsi e poi, con il passare delle settimane, le lezioni per imparare a cucire e persino a leggere e scrivere.

Nonostante tutto, continua ad indossare il burqa. E’ troppo pericoloso privarsene, i militari sono violenti e ladri, anche se dalle brecce del suo muro di cinta e dietro la grata del suo velo, può osservare un cielo meno cupo.

I bombardamenti, i lutti, le distruzioni, saranno serviti? Ci sarà un governo nuovo, anche se a comandare saranno sempre gli stessi.

I profughi cominciano a rientrare, ma non trovano nulla: né lavoro, né case, né parenti. Nulla di quello che avevano lasciato, né di quello che si ricordano.

Alcuni rientrano dopo decenni trascorsi lontano e trovano una popolazione stremata, un paesaggio lunare, un paese seppellito dai detriti del proprio futuro. I cortili distrutti pullulano di tende, esattamente come nei campi profughi al di là della frontiera.

Armi e droga circolano liberamente nei negozi e per le strade, mentre il lavoro non c’è ed i prezzi sono altissimi.

Trent’anni anni di guerra hanno lasciato un segno, forse indelebile, nella coscienza delle persone.

Tuttavia, ampie zone della città sono state bonificate dalle mine e qualche donna circola senza velo.

Le scuole sono state riaperte, ma le aule ed i libri sono insufficienti.

Maryam è quasi serena.

Grazie alle donne con cui sta lavorando, ha qualche speranza in più.

Sopravvivere. Non ci sono guerre giuste. Solo vittime.

Pensa questo la sera, quando, con il buio, è costretta a barricarsi in casa. Il burqa ai piedi del letto, pronto per il giorno dopo, mentre i presagi di una nuova guerra si addensano all’orizzonte.