potere n 3 2004 - MAREA

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potere n 3 2004

editoriale

Editoriale

 

In libreria, in rete, sulla stampa periodica e quotidiana, in tv di potere si parla continuamente, quotidianamente; del potere si parla quasi come della sessualità, e spesso i due aspetti sono affiancati, seppure in modo banale, volgare e superficiale. Marea prova a declinare il concetto di potere come è solita fare, ovvero cercando di decodificare cosa sta dietro alla storica difficile relazione tra femminile e potere. Certamente, se è vero che di chiarezza e di risposte certe è difficile darne di una cosa siamo convinte: che questa epoca storica attuale richieda un lavoro costante, laico e profondo che riporti il concetto di potere alla sua dimensione di strumento, visto che il potere come fine ha soltanto prodotto dittature, violenze e disastri. Come suggerisce Lidia Menapace saremmo già a buon punto di una rivoluzione straordinaria se riuscissimo a riportare la parola ‘potere’ (unico verbo nella nostra lingua assurto a sostantivo) al suo ruolo di verbo ausiliario, e non assoluto così come è diventato. Declinato così, come coadiuvante di altre azioni, quelle importanti e centrali: poter costruire, poter condividere, potere amare. Potere delle parole, potere di cambiare a cominciare dalle parole la struttura di potere. Buona lettura.  

Un articolo dal numero

Aforismi

 

di Imma Barbarossa

 

La politica, così come l’abbiamo conosciuta, rischia di essere sopraffatta dalle costruzioni (e dalle pratiche) della specie, quella umana, che l’ha inventata, l’ha teorizzata, l’ha portata ad altezze sublimi.

L’animale politico di Aristotele (e del pensiero occidentale), capace di costruire teoria, pratica, spazio ed esercizio della sua politeia, ha anche messo in opera teorie, pratiche, strumenti materiali e mentali per la sua morte.

Ma come l’abbiamo conosciuta e praticata la politica? Forse è giunta l’ora di chiedercelo. La politica come organizzazione dell’esistente, pratica del compromesso, diplomazia, arte della mediazione? Quieta non mov?re? Sopire, troncare, celare, mentire? Ingannare? La politica del Politico?

È indubbio che questa politica è connessa ad un elemento che la tiene in vita, la rende possibile, ne costituisce insieme causa ed effetto, origine e derivato, posto e presupposto; e questo elemento è il Potere. Materiale e simbolico insieme. Dotato di fascino e seduzione. Il Potere caratterizza l’umano, ne è la prerogativa principale.

Si tratta di un termine che ha perso il suo carattere di voce verbale, per giunta non autonoma, ma quasi ausiliaria (potere + qualcos’altro, poter(e) camminare, poter(e) dormire etc.), e si è assolutizzato, spesso scritto con l’iniziale maiuscola. Il Potere delle classi dirigenti, il Potere dei gruppi dominanti, il Potere degli stati ricchi, il Potere dei forti. Il Potere dei potenti, dei potenti del momento.

Questo Potere ha bisogno di stabilità, di ordine sociale, e quindi ha bisogno di strumenti per imporsi e mantenersi.

Ricordiamo il capitolo XVIII del Principe di Machiavelli:

“Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’uno con le leggi l’altro con la forza: quel primo è proprio dell’uomo, quel secondo è delle bestie: ma, perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo…. Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’lupi”.

Il Potere ha bisogno della “forza”, come pure delle doti del leone e della volpe: le due bestie si completano e si rafforzano a vicenda.

Ma esiste un’altra politica? Quella a cui dedichiamo la nostra passione? Esiste, e arendtianamente si basa sulla libertà[1], domanda uno spazio politico, uno spazio pubblico, e si costruisce sulla relazione tra umani/e.

Ma se il senso della politica è la libertà, ne deriva che la condizione della politica è il percorso di conquista della libertà. E poiché la libertà non è data, anzi spesso è conculcata da quell’altra politica di cui abbiamo parlato prima, va da sé che questa politica (che ha come senso la libertà) non può che essere direttamente connessa, direi intrinsecamente connessa alla libertà.

E qui occorre fermarsi a riflettere: se la politica è relazione e se per ciò ha bisogno di uno spazio pubblico, ne deriva che la libertà o è di tutti e tutte o non è. E perché sia di tutti e tutte occorre un percorso di autoliberazione (la libertà non si dà per decreto, per parafrasare Rosa Luxemburg): giacché la storia ci insegna che la classe che liberando se stessa avrebbe liberato l’intera umanità e spezzando le proprie catene avrebbe spezzato tutte le catene, ha finito con avviluppare se medesima nelle catene che aveva spezzato o programmato di spezzare o iniziato a spezzare[2]. Dunque questa politica il cui senso è la libertà non può avere come strumento, ausilio, pratica quell’elemento materiale e simbolico della politica che abbiamo trattato all’inizio, cioè il Potere.

La sciagura della politica/libertà sta proprio nell’aver aspirato allo stesso strumento della prima, pur avendo come fine un fine opposto, appunto la libertà (con la presupposta abolizione del dominio e quindi del Potere)[3].

Il Potere non è mai solitario e assoluto, si accompagna a dominio, sopraffazione; e pertanto si ritiene comunemente che abbia bisogno di forza e/o violenza. Arendt[4] afferma tuttavia che potere e violenza sono opposti, nel senso che l’esercizio della violenza da parte del potere finisce inevitabilmente per distruggere il potere. Giacché, penso di interpretare Arendt, la violenza rende talmente intollerabile il Potere che su di essa si fonda, da togliergli quell’alone che lo rendeva accettabile, cioè l’autorità.

E quindi il re è nudo, come nella favola del vestito dell’imperatore. E come per la favola, occorre un percorso di disvelamento.

Inoltre il Potere ha bisogno di apparire come tale, e pertanto domanda una legittimazione. Il Potere è grande se tale appare, se appare dispensatore di felicità pubblica. Il Potere si autocelebra. Il “popolo” deve temere il Potente, lo deve poter celebrare e festeggiare. Vedendo grande il Potente, i sottoposti si sentono grandi. Il Potente li rappresenta. È questo il simbolico del Potere, un simbolico gigantesco, pervasivo, corruttore. Cooptante nel suo orizzonte. Com’è stato il Potere maschile sub specie di patriarcato, anche ‘democratico’[5].

Possiamo allora concordare:

Il disvelamento del Potere può coincidere con la sua distruzione.

La distruzione del Potere è un processo collettivo, molteplice, messo in atto da chi non ha potere e che col disvelamento (o de-costruzione) toglie autorità al Potere.

Tale processo mira a costruire un altro Potere, basato sull’autorità e sul significato “radicale” di Potere.Tale potere–per non può fondarsi su azioni violente, perché la violenza lo distruggerebbe.

Possiamo dunque concludere provvisoriamente:

l’animale politico ha costruito gli strumenti per la morte della politica (ad esempio la guerra);

la morte della politica coincide con la morte dell’umano;

per tenere in vita l’umano occorre rimettere in vita la politica[6];

possiamo rimetterla in vita solo ricongiungendola a libertà.

 

 



[1] HANNAH ARENDT, Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Milano 1995.

[2] Mi rendo perfettamente conto che le tre espressioni che uso non sono omologhe e tanto meno coincidenti.

[3] “Quante volte si è deviato il grido contro l’oppressione in un’affermazione di identità nazionale, in movimenti di liberazione nazionale che non hanno fatto altro che riprodurre l’oppressione contro cui si dirigeva il grido” (J. HOLLOWAY, Cambiare il mondo senza prendere il potere”, Edizioni Carta/Intra Moenia, Napoli 2004, p. 101).

[4] “Il potere e la violenza sono opposti; dove l’una governa in modo assoluto, l’altro è assente. La violenza compare dove il potere è scosso, ma lasciata a se stessa finisce per far scomparire il potere. Questo implica che non è corretto pensare all’opposto della violenza in termini di non violenza, parlare di potere non violento è di fatto una ridondanza. La violenza può distruggere il potere; è assolutamente incapace di crearlo”. (HANNAH ARENDT, Sulla violenza in AAVV, Violenza o non violenza. Edizione Linea d’Ombra, Milano 1991, p. 178).

[5] La bibliografia femminista a questo riguardo è molto vasta. Mi piace citare fra tutte, ADRIANA CAVARERO, Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma 1990.

[6] Si veda, paradossalmente, SLAVOJ ?I?EK, Tredici volte Lenin, Feltrinelli, Milano 2003: “RIPETERE Lenin non può perciò voler dire RITORNARE a Lenin: ripetere Lenin significa accettare che Lenin è morto”, che la soluzione specifica da lui indicata ha fallito, anche in modo mostruoso, ma che dentro c’era una scintilla utopica che vale la pena di tenere accesa. (p. 167).