pause n 3 2005 - MAREA

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pause n 3 2005

editoriale

Editoriale

 

 

Fare, prendersi una pausa, e non solo per staccare dalle solite abitudini; forse per riflettere proprio su quelle abitudini, oppure per realizzare le proprie fortune a disporne. Perché prendersi una pausa, staccare, appunto, non è cosa da tutte. Persino un papa integralista come quello attuale ha avuto buon gioco a ricordare che la domenica è il giorno, almeno uno nella settimana della produzione e del mercato, da dedicare alla gratuità. Per lui quella dedicata a Dio, per chi non è credente alla sospensione dal lavoro, si spera dal ruolo, da destinare alle relazioni, appunto, gratuite e non declinate e sancite dal denaro.

Tocca ritornare su questo argomento, al quale già dedicammo un vecchio numero di Marea nel lontano 1997, quando ancora il formato era quello grande e sottile, che forse qualche di voi ricorderà. Rileggendo quel numero ci siamo accorte che, accanto alla declinazione leggera della parola, parlare di pause significava ancora, a distanza di anni, ritrovare categorie valide oggi come allora:il valore di quel senso di vacanza, come invece pienezza, il lusso per le donne più che per gli uomini di momenti di allontanamento, la difficoltà di realizzarli nella sincopata struttura dei nostri tempi.

Fate una pausa, quindi, e condividete con chi ha scritto sull’argomento un momento, spariamo, di lievità e di approfondimento.

 

Un articolo dal numero

Stagioni

di Lucia Deleo

 

Ci sono stagioni della vita nelle quali si pensa di poter cambiare il corso delle cose correndo controvento in salita. Difficilmente allora si riesce a credere che sedendosi in terra e aumentando il proprio peso forse qualcosa si muove lo stesso. Ma abbiamo bisogno di provare per capire.

Certo, se dovessi pesare su una bilancia le mie soste e le mie corse, potrei tranquillamente affermare che il tempo dell’attesa, perché non voglio chiamarlo pausa, è molto più lungo di quello della corsa ed è quello che mi ha costretta a riempirlo e quindi ad arricchirlo.

Ci vuole molta “pazienza” per godersi la vita e capire il valore di una pausa.

Si chiama Kan. È uno dei gatti della mia dirimpettaia. Mentre provo a rubare qualche raggio caldo nel parcheggio che non è un giardino davanti a casa mia leggendo un libro o ascoltando musica, si sdraia sull’asfalto proprio là dove un attimo prima batteva il sole estivo del pomeriggio. Lei “Gatta” non fa neanche la fatica di spostarsi. In pausa perenne. Vivono e si muovono solo nelle ore fresche, al massimo per salutare la padrona o, se proprio lei lo desidera e chiama, per andare a mangiare.

Loro sanno tutto di me. Conoscono tutto ciò che succede nella casa vicino alla quale si sdraiano e dove qualche volta timorosi entrano per curiosità. Nella loro interminabile pausa a loro non sfugge nulla di quel che avviene dentro e al confine di ciò che stabiliscono essere il loro territorio. Una perenne pausa sapiente, come sempre sono le vere pause.

Eppure tutto cambia e tutto sembra sempre in movimento. Il tempo è una linea senza soluzione di continuità che inesorabilmente avanza anche se noi abbiamo un inizio e una fine. La vita è una pausa che noi ci prendiamo oppure che ci cattura sulla linea continua del tempo. È una rivoluzione o un incidente lieve, drammatico o meraviglioso che riempie il vuoto dell’interruzione che separa la nascita dalla morte.

Un’opportunità incredibile la pausa della vita, che siamo assurdamente capaci di cancellare con tutto quel movimento che non si sa dove conduca. Sarebbe così interessante intrecciare i “saperi” invece di impedirli.

Qualcuno nasce senza poter riempire la sua “pausa”, senza conoscere pause, ma solo movimento, dolore e vuoto. Sono le vittime, ma anche i carnefici, le une svuotate dagli altri che rinunciando alla propria umanità a loro volta si svuotano.

Annientare o diminuire gli “incidenti” sulla linea del tempo non porta cambiamenti, rivoluzioni, salti, solo piatta continua conservazione del nulla eternamente in moto.

I gatti lo sanno anche quando la merla piange disperatamente il piccolo caduto dal nido che per divertimento le hanno appena ammazzato. E si nascondono per evitare le sue ire, loro, i felini obbedienti al proprio ciclo biologico. Siamo noi che non abbiamo rispetto del dolore, che non siamo più o non ancora capaci di fermarci in “pausa” di fronte alla morte, per capire, conoscere, sapere.

La nostra vita è davvero un’inezia. Basta un nulla, non dipendente da noi, a cancellarla, calpestarla, distruggerla. Invece di difendere la bellezza del nostro pieno fermandoci ad assaporarla riusciamo ad accanirci unicamente verso l’accelerazione della fine, appunto eternamente in moto.

Il sole che brilla immobile nel mezzogiorno estivo al canto delle cicale, il lamento di una “Passione” pasquale o il lento sviluppo di un raga indiano, la stasi, la quiete, il silenzio che subentra ad una qualsiasi turbolenza.... pausa, mancanza, vacanza, libertà: quella di irrompere sulla linea del tempo e “scombinarla” con la nostra vita, le nostre scelte, i nostri incontri la nostra capacità e voglia di entrare, ma soprattutto di uscire da ruoli che gli umani si inventano e che ci incapsulano ancora e sempre su quella linea diritta.

I privilegiati come me, che possono godersi le pause sapienti, spesso non le vedono, non le apprezzano e neanche capiscono quanto potrebbe essere bello imparare o provare ad insegnare a godersele.

Il privilegio è sempre una facoltà che qualcuno guadagna a scapito di qualcun altro. Il mondo in cui vivo è, per mia fortuna, un mondo di privilegiati anche se non tutti, anche se la possibilità di perdere non solo il privilegio, ma il diritto, è dietro l’angolo per molti, anche se la frattura che esiste tra chi possiede o meno il “privilegio” aumenta sempre più. Quanta umanità è ancora incatenata su una strada obbligata, quanta, nonostante il “privilegio” rimane impantanata nelle secche che autoproduce?

Nonostante il clima plumbeo in cui stiamo sprofondando, noi “privilegiati” abbiamo la possibilità di scegliere e di trovare il senso della nostra vita. Non è un’operazione razionale. Basterebbe forse decidere di fermarci per crescere, per ascoltare, per raccogliere tutta la ricchezza che c’è intorno e dentro di noi, ognuno e ognuna a suo modo. Non è contemplazione e non è vero che ciò non produce mutamenti.

Ci sono anni della mia vita che non ho ascoltato musica, che non ho cantato. Una parentesi triste e senza speranza. Ero molto giovane, alla ricerca di me stessa e soprattutto degli altri. “Mio fratello che guardi il mondo, mondo non assomiglia a te” canta Fossati, ma aggiunge più avanti “.. se non c’è strada dentro al cuore degli altri, prima o poi si traccerà”. Il mondo non sembrava assomigliarmi, ma la musica è un lasciapassare formidabile per tracciare strade e mettere insieme le differenze.

Ci sono stati momenti in cui ho creduto di non poter più cantare, in cui il mio tempo è stato risucchiato via tutto. Ma per fortuna ho imparato a dire no e me lo sono ripreso.

Il canto, ora che sono “diventata grande” lo so, è il mio spazio libero, il mio tempo immobile. Non importa che abbia poca voce, non importa che la mia voce non abbia una sua personalità e che io sappia poco e niente di musica. Il canto è il mio altrove, il mio qui, il mio insieme. Il canto, quello che ti fa entrare dal cuore e dall’orecchio e ti fa uscire dalla bocca quella capacità di comunicare e stare insieme che la parola e la ragione da sole riescono a dare con meno immediatezza e maggior disagio; forma di espressione del corpo che insieme e oltre alla danza supera il corpo stesso, rende divini gli esseri umani, conferisce alla parola e alla poesia, suono colore e ritmo, le rende comprensibili universalmente, indipendentemente dal significato e dalla lingua.

Ancora più bello è crescere insieme ad altri cantando ed imparando a viaggiare con la musica. Ho vissuto sette anni di spazi liberi non solo miei, ma di un intero coro, rosicchiati a due ore alla volta, lunedì dopo lunedì, che messi uno accanto all’altro e moltiplicati per ogni corista sono di un densità inconcepibile. E ricchi di armonia.

Darsi la libertà di godere della limitatissima pausa che la vita produce sulla linea del tempo, dell’altrettanto limitato corpo che la riveste, del groviglio che l’incontro delle nostre vite può causare su quella linea, dello scompiglio che può creare l’aiuto reciproco a trovare il modo di farlo, mi sembra un fatto davvero rivoluzionario, anche se prometeico e quindi tremendamente umano.

Ed è pur vero che se solo i “privilegiati” possono concederselo, ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che ci può costringere a rinunciare a questa libertà, dal momento che il nostro mondo del privilegio non riconosce il diritto alla vita a miliardi di persone.

“Il dio delle piccole cose”. Così Arundhati Roy chiama quella che per me è la “pausa” e la insegna a me quasi cinquantenne occidentale, lei giovane donna indiana.

Non è facile passare l’esperienza ad altri, men che meno alle tue figlie o ai tuoi figli. Puoi provare a trasmettere l’emozione e non è detto che ti riesca. Ma il solo provarci è un atto d’amore che può arricchire o permettere le “pause” altrui e quindi renderle sapienti, se hanno modo di fermarsi a raccoglierlo. Sarà per questo che faccio tanta fatica a buttare via qualsiasi cosa, che sono terrorizzata dalla perdita della memoria mia e di tutti, da quello che Lidia Menapace con un espressione felice chiama “Alzheimer politico”. Per ricordare occorre essere “in pausa”.

Allora “pausa”, proviamo a vivere davvero!

Lucia Deleo