numero 1 2008 - MAREA

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SIAMO SICURE: OLTRE LE PAURE E LE INCERTEZZE

SIAMO SICURE? OLTRE LE PAURE E LE INCERTEZZE

Ci sono luoghi nel mondo e sono tanti, dove ancora un essere umano femmina non può entrare, o se lo fa rischia violenza fisica, e anche la vita. Ancora oggi, nel terzo millennio. Ci sono luoghi definiti sicuri, anzi luoghi dove dovrebbe regnare esattamente il contrario della paura, dell'emergenza, del disagio, e invece sono quelli dove le donne e le bambine sono più a rischio: le nostre case. In questo numero parlano anche le cifre, quelle di un massacro, definito da più studiose e studiosi femminicidio, che si verifica anche in Occidente, in Europa, in Italia. Qui. Non regge la motivazione di chi sostiene che la violenza è aumentata da quando l'immigrazione è salita nel nostro paese: le vittime di violenza e i femminicidi sono, purtroppo, un reato trasversale, e se è vero che di certo le visioni e le culture patriarcali e fondamentaliste di alcuni uomini e nuclei di religione musulmana sono di grande aiuto nell'istigare e giustificare la violenza contro le donne non è certo fomentando l'odio razzista che le donne saranno più sicure nelle città, nelle strade, nelle case.
Marea, in questo numero denso e difficile, cerca di riflettere sulla questione, di certo emergenziale ma da non affrontare con misure emergenziali, della sicurezza, sapendo che finchè le donne si sentiranno a rischio e proveranno paura nessuno, uomo o donna che sia, potrà dirsi davvero sicuro e libero. Anche e soprattutto ora tocca ricordare, come facemmo due anni fa con un importante appuntamento a Genova, e poi con un numero speciale di Marea, che la libertà (e la sicurezza) delle donne è civiltà. Dovunque, per chiunque.  



 

ALCUNI ARTICOLI DAL NUOVO NUMERO

Paura, paure
 
di Monica Lanfranco
 
Il primo episodio risale a quando avevo venticinque anni, e stavo con mia mamma a New York. Una sorta di viaggio che segnava la mia entrata nell’età adulta: vivevo già da sola, da poco con un lavoro quasi stabile e comunque con un futuro (allora) roseo di collaborazioni e contatti giornalistici: entrambe sapevamo che non ci sarebbero state molte altre occasioni così lunghe di vacanza insieme, almeno per un po’, e per questo quel viaggio era importante. Il nostro errore fu causato dall'imperizia e, forse, da un eccesso di fiducia. Che poteva succederci partendo alle 10 di mattina dal centro, e arrivando a Harlem poco più tardi, nel mercato di cui tanto avevamo sentito parlare pieno di colori, madri con le carrozzine, e piccoli negozi che ci erano stati descritti da amici residenti nella grande mela? E invece arrivammo sì in piena mattina nella zona di Harlem, ma commettendo lo sbaglio di scendere alla fermata precedente quella del mercato. Sapevamo che in una città-mondo come New York il modo migliore per capire i luoghi pericolosi è quello di camminare: solo così, ad ogni passaggio di suoni, odori, lingue, puoi davvero sapere
se la zona dove ti trovi è tranquilla. Avevamo girato dovunque in questo modo, ma quella mattina decidemmo di approfittare della comodità di una delle metropolitane più lunghe al mondo e pensammo: che problema ci sarà a scendere 5 minuti prima di quella del mercato? Quando uscimmo dalla metropolitana lo scenario che trovammo era quello surreale di un set cinematografico: una perfetta ambientazione per una pellicola come Fuga da New York, o un equivalente film di fantascienza catastrofica.
Senza saperlo eravamo finite nella terra di nessuno tra il quartiere di Manhattan e, appunto, la tranquilla a Harlem. In quei pochi chilometri, circa 2 e mezzo, c'erano solo cadaveri di case, uomini ancora sdraiati per terra a smaltire una sbornia di alcol o di varie droghe, corpi umani maschili addossati a scheletri di auto incendiate, piccoli fuochi ancora scoppiettanti in bidoni di latta, accanto ai quali gli ospiti di quella landa desolata si scaldavano. Mi si gelò il sangue. A peggiorare la situazione, paradossalmente, il fatto di essere con mia madre. Giuro. Avrei preferito essere sola, la paura si raddoppiava ad ogni passo, mentre cercavamo sempre più disperatamente di scorgere una nuova fermata della metropolitana, tentando inutilmente di passare inosservate mentre all'orizzonte non si vedeva altro che distruzione. E uomini, nemmeno una donna. Non sarei qui, forse, a raccontare, se non si fosse materializzato all'improvviso un uomo, un bianco sui trent'anni, che aveva capito che eravamo turiste, che c'eravamo sbagliate. Non salutò: venne subito al sodo domandando se stessimo cercando droga. No, risposi quasi urlando, avevamo sbagliato fermata. I pochi secondi di silenzio dell'uomo, prima che evidentemente decidesse se era il caso di crederci e aiutarci, sono tra i ricordi indimenticabili di una vita. “Qui viene solo di rado la polizia, chi spaccia, o chi compra, no women.”- ripetè. “Davvero - dissi quasi implorando - per favore ci aiuti a trovare la fermata, ci siamo sbagliate. Grazie”.  L’uomo ci portò qualche centinaia di metri più in là, ad una cancellata che mai avremmo individuato come l'accesso mezzo diroccato alla fermata della metro, ma non per proseguire. Tornammo indietro, e non ho mai visto né ascoltato il meraviglioso clima di quel mercato ad Harlem. Per tutto il giorno sono stata, mi ricordo, in una nebbia di rabbia alternata a senso di impotenza, un mix terribile. Sapevo che se fossi stata un uomo avrei potuto non solo fare quell' errore, ma anche visitare quel mercato che, invece, mi era stato negato in quanto femmina.
Ci sono luoghi nel mondo e sono tanti, dove ancora un essere umano femmina non può entrare, o se lo a rischia violenza fisica, e anche la vita. Ancora oggi, nel terzo millennio.
Ma se pensate che quell'evento, datato circa 25 anni fa, sia oggi superato, siete in errore. Perché se lo scenario cambia identica è la sensazione di impedimento, di paura, il sospetto di poter essere una vittima. Una sensazione di pochi mesi fa, nella mia stessa città: paura, disagio, impotenza, che mi hanno colta, questa volta proprio a casa mia, in una situazione del tutto diversa e in apparenza, inoffensiva.
Ero da sola, e con l’auto sono entrata nel parcheggio di un supermercato. Erano i terribili giorni dell’omicidio di Giovanna Reggiani, resi plumbei per la reazione aggressiva di parte dell’opinione pubblica, che invocava la forca, ma anche dalla incapacità di parlare delle proprie paure come donne e del tema della sicurezza della città e delle strade anche tra amiche e persone di sinistra: ormai da anni sembra ci siano parole, emozioni e concetti che non si possono esprimere, quasi una autocensura per non correre il rischio di passare per razzista. Riflettevo su questo, e mi sentivo il cuore pesante, quando appena finito di parcheggiare mi sono accorta che ero da sola, in un sottosuolo semi buio, e che l’unica fonte di luce era il casottino dell’ascensore con il quale salire al magazzino. Lì, accanto alla porta, un uomo: il suo banchetto con la merce, appoggiato ai carrelli in fila, la pelle scura e l’aspetto inequivocabilmente rom. Ho avuto un moto di paura, e sono rimasta in auto fino anche ne è arrivata un’altra. Non mi ero più sentita così, dal fatto di Harem, ed è stato come essere presa per lo stomaco e sentirmi trascinare. Terribile. Quell’uomo, ora, mi saluta e io saluto lui, un piccolo scambio nel quale io ho guadagnato in tranquillità e lui nell’euro del carrello che li lascio sempre, quando faccio la spesa. Ovviamente quando ci vado, occasionalmente, con il padre dei miei figli il venditore lo saluta con calore e gli dice ‘capo’, una sorta di ponte virtuale e incongruo tra maschi che si riconoscono, in qualche modo. Ma è tutto terribile: che lui passi la vita lì, in un buoi artificiale e opprimente, e che io abbia dovuto passare quei momenti di paura viscida nell’auto. Che si può fare, provo a chiedermi, a chiedere?
Di certo quello che mi pare non si deve fare è negare il problema, perché la realtà comunque ci sovrasta e ci governa con le sue leggi se la si ignora e non la si legge.     
Così riflettono sull’argomento Tamar Pitch e Carmine Ventimiglia, nel loro volume
Che genere di sicurezza – donne e uomini in città (Edizioni Franco Angeli):” Tutta la nostra indagine conferma quanto complessa sia la ricostruzione dei sentimenti di sicurezza e in sicurezza a partire dalla centralità della differenza di genere, tanto più se e quando quella ricostruzione viene operata secondo le tradizionali metodologie della ricerca sociale e dell'analisi criminologica. Quelle metodologie, infatti, ci appaiono inadeguate a cogliere il senso profondo che fa declinare differentemente per uomini e donne il paradigma si per sé e per gli le altri altre. Ma ci appaiono inadeguate anche a comprendere fino in fondo le assonanze registrabili tra uomini e donne sul piano dei rimedi che si invocano. Certo, è vero che da un certo punto di vista le donne, a differenza degli uomini, sembrano differenziarsi al proprio interno più di quanto non facciano gli uomini. Sembra, però, che questo, almeno per quanto riguarda gli uomini, appartenga in generale al modo particolare di rappresentare se stessi. Uno dei dati della nostra indagine è che l'insicurezza femminile rimane per gli uomini incompresa. Le verità maschili e le verità femminili non coincidono. Il gap tra le une e le altre è rilevante, anche se alla percezione che le donne hanno di quel gap corrisponde quasi sempre la presunzione degli uomini di poter ridurre alla propria verità la verità delle donne misurandone la consistenza e il valore sulla base del proprio metro di razionalità. L’ appartenenza di genere si conferma come condizione di una diversa rappresentazione del mondo, dei rapporti, dei vissuti. Spesso quella diversità si configura per le donne come esperienza di totale estraneità rispetto al mondo maschile nei cui confronti la donna non si riconosce mai alla pari e si ritrova spesso inadeguata, proprio perché dovrebbe ricercare mediazioni al maschile per entrare in relazione con gli uomini.
Sarebbe interessante analizzare l'importanza della produzione di fiducia in queste relazioni, e quanto questa produzione promuova un'autonomia intesa come capacità non solo di scegliere ma di riconoscere, valorizzare, moltiplicare relazioni. Se, invece, sicurezza si avvicina a fiducia in se stessi e possibilità di fidarsi degli altri e altre, allora essa sembra diventare una condizione imprescindibile di libertà. Poi, naturalmente, se le città fossero meglio illuminate, se i trasporti pubblici fossero più frequenti e agibili, i parchi ben tenuti, i quartieri degradati forniti di servizi e rimessi a posto, le forze dell'ordine più disponibili a tener conto di inciviltà, molestie sessuali e violenza domestica, i servizi sociali più aperti, accoglienti, flessibili e comunicanti tra loro, se ci fosse meno traffico e più zone pedonali si vivrebbe certo meglio sia le donne sia gli uomini”.
Il lupo non è sempre cattivo, e soprattutto non è sempre un estraneo. Il lupo è un animale che preda per mangiare, quindi per sopravvivere e nutrire i cuccioli, L’unico predatore in natura che uccide senza motivo e per crudeltà, che mente, e che stupra è l’animale umano, è bene ricordarlo
Se i capita leggete il bellissimo testo di Maggie Gee Il pianeta di ghiaccio, che in un punto cruciale della sua descrizione di un mondo non lontano nel tempo scrive:”Ora improvvisamente avevamo bisogno di guide. Avevamo bisogno di qualcosa che ci tenesse uniti. Ci servivano persone in grado di prendere delle decisioni. Intuimmo che la vita sarebbe diventata dura, e la paura cominciò a unire, ma dall'altra parte cominciò anche a dividere con violenza. La paura è anche una fonte di potere”. Quanto a chi parla con leggerezza di autodifesa, di armi e di farsi giustizia da sole/i ecco un passaggio da Dolcemorte, di Leena Krohl : “Mise l’oggetto in tasca. Difficilmente avrebbe distinto un fucile da una carabina,  un revolver o una pistola, ma sapeva che ogni pallottola è destinata a essere mortale. Sapeva che esistevano stabilimenti dove le persone svolgevano il loro lavoro quotidiano producendo milioni di pezzetti di metallo tutti uguali. Di come avvenisse, di come fossero fabbricate le pallottole, aveva solo un'idea approssimativa. E immaginava che la maggior parte della produzione avvenisse senza l'intervento delle mani. Forse è solo alla fine del processo che servivano persone che tolgano i pezzi difettosi e utilizzino i macchinari per l'imballaggio. Garantivano l'incessante produzione di pallottole, e per loro le pallottole significavano lavoro, sicurezza e pane quotidiano. Nonostante questo, il fine di ciascun articolo prodotto era divellere tessuti vivi, praticare fori in un corpo che respirava, introdursi nel corpo attraverso l'epidermide, distruggere il perfetto sistema dei vasi venosi, lacerare polmoni, fegati e reni, zittire i battiti del cuore caldi e decisi, rendere sorde le orecchie e spegnere gli sguardi. Le pallottole erano fabbricate affinché danneggiassero irreparabilmente degli esseri viventi per il cui progresso ci erano voluti milioni di anni. Era stata necessaria l'evoluzione di tutto il globo affinché un qualsiasi individuo, essere umano o animale, fosse concepito, nascesse, crescesse e sbocciasse. Ma bastava che un singolo pezzo di metallo come quello fosse scagliato dalla bocca di un'arma verso l'obiettivo prescelto e, in un solo istante, tutto il lavoro dell'energia, durati quanto tutte le ere della terra, sarebbero andati perduti”.
La mia paura di donna e di cittadina negata, che non voglio negare né sottovalutare, l’ho messa a tema  da giovane quando, con una legge popolare contro la violenza sessuale, domestica ed esterna, non ho chiesto pene esemplari, ma che quel reato fosse riconosciuto come quello che è, ovvero un reato contro una persona, e non contro l’onore come invece era ancora meno di venti anni fa, e ho chiesto che la società degli uomini e delle donne la considerasse una emergenza da affrontare e da risolvere. E da considerare uno degli indicatori di civiltà della mia cultura e della politica.
Sono qui, donna di mezza età, e lo chiedo ancora.   



IL SOMMARIO DELL'ULTIMO NUMERO

SOMMARIO N 1 2008

FARO
[ ATTUALITÀ POLITICA DELLE DONNE VICINE E LONTANE ]
Il burro di karité aiuta le africane e fa belle le italiane
di Isolda Agazzi
La violenza? È multiculturale di Maria G. Di Rienzo
Afghanistan un progetto di donne di Ivana Stefani

ORCA [ IL TEMA: SIAMO SICURE? ]
I numeri sono sicuri
Sheherazade, aiutaci tu... di Valeria Palumbo
Paura, attenzione, circospezione: parole dell’abitare?
di Tiziana Plebani
Sicurezza Le città: Genova di Veronica Pesce e Laura Rossi
Proviamo a dirlo in un altro modo di Maria G. Di Rienzo
Sicurezza Le città: Milano di Marisa Guarneri
Sicurezza Le città: Treviso di Maria G. Di Rienzo
L’educazione è tutto di Angela Barker
Sicurezza Le città: Palermo di Beatrice Monroy
Radice sotteranea di Rosangela Pesenti
Paura, paure di Monica Lanfranco
Sicurezza Le città: Bologna

F
L US S O [ SATIRA E SARCASMO ]
C’era una volta... di Stefano Disegni
d e ll ff ii n o [ UOMINI RARI SI RACCONTANO ]
La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola
come uomini

medusa
[ CORPI CHE SI RACCONTANO ]
Del piacere e dell’amore di Susanna Camusso
Istituzioni che balbettano di Pina Nuzzo

Conchiglie
[ LIBRI DA LEGGERE E DA RILEGGERE ]
Conchiglie cinema di Veronica Pesce

Sicurezza: Palermo, di Beatrice Monroy
Palermo certo ha una brutta fama, d’altronde è una fama che si merita, non c’è niente che c’impedisca di pensarla per quello che è: la capitale della mafia. Il luogo in cui gli affari, i bussiness si fanno con grande apertura, dove la legge è la loro, dove loro sono coloro che governano. Così come è naturale pensarla città pericolosa proprio per la presenza della mafia e anche dei terribili fatti di cronaca che costellano la storia della città. Palermo, vorrei dire, invece, proprio per questo, appare una città tranquilla, è una città dove regna un certo ordine nella criminalità che d’altronde è una criminalità molto particolare, che detta regole e che controlla completamente il territorio. Per farne la capitale, la mafia ha bisogno che la città sia tranquilla, cioè che ci sia poca delinquenza comune e che piuttosto si possa “dormire con la porta aperta”, frase “di buona memoria” per gli italiani e per questo la cito perché è proprio il modo in cui viene determinata questa sicurezza di poter “dormire con la porta aperta”, cioè lo stile autoritario e fascista a determinarne poi i modi della violenza.Vivere in una città autoritaria e fascista dentro una repubblica democratica è cosa assai strana, e soprattutto è cosa assai difficile da spiegare a chi non abita qui. Si tratta di uno stile del silenzio, un accordo tra parti direi, una sorta di convivenza che permette alla gente i piccoli affari, i grandi affari o comunque un vivere tranquillo. E’ essere scesi a patti, nel tempo, da dopo la seconda guerra mondiale, con questi “viddani” (contadini) che scendevano dalle montagne e conquistavano le strade, una per una, a colpi di kalashnikof ma anche e soprattutto a colpi di alleanze con un’aristocrazia corrotta e una fragile e debole borghesia. C’è un patto, direi di mutuo soccorso e di lasciar andare, di non vedere, del far finta che non è vero, che costruisce la prima grande violenza di Palermo, se ti scopri, se esisti, se sei una persona dal pensiero autonomo e vai per la tua strada devi essere distrutta.Questo per le donne è la prima violenza, perché nel relegarle al loro ruolo di “fimmine di casa”, si aggiunge il silenzio e fuori dal silenzio essere tacciata di follia. Dentro le case, dove le donne continuano a dipanare le loro vite, c’è l’altra violenza, dei ruoli e della sessualità, moltissimi continuano ad essere i casi di bambine violate dai padri e dai fratelli e più di una volta ho assistito nelle scuole ai racconti delle loro insegnanti che avevano per caso scoperto la violenza e il consenso o comunque il silenzio delle madri che finisce inevitabilmente con: ci siamo passate tutte, gliel’ho detto, la picciridda deve avere pazienza, poi passa e dimentichi. Dunque il posto meno sicuro in questa città lo metterei nelle famiglie, nelle case, nei loro bui interni, dove non esiste nessuna possibilità di essere se stesse e dove i maschi ancora si credono in possesso dei corpi femminili. La violenza è poi di strada, no, non mi sento sicura, soprattutto perché mi porto –anche per esperienza – la sensazione netta che se mi succede qualcosa le finestre saranno chiuse e l’indomani se chiederò aiuto mi sarà risposto: perché ti sei esposta? Perché ti sei esposta? E’ una frase che ho sentito molte volte sia in riferimento alla violenza fisica che a quella verbale, rispondere a chi ti aggredisce, denunciare il tuo aggressore, urlare se qualcuno ti aggredisce anche verbalmente, qui viene ritenuto una colpa, bisogna zittirsi, non fare la pazza, non esserci, trasformarsi in fantasmi in modo da scivolare fuori dal dolore, cancellare l’umiliazione subita in una nebbia d’indifferenza. Non si creda che questo modo di fare o di dire appartenga al popolo degli umili, direi piuttosto- non la violenza sessuale in famiglia- che questo silenzio appartiene alla borghesia piccola media , grassa e opulenta di traffici poco chiari. Dietro una finta libertà per le donne, vestirsi vistosamente come alla Tv, truccarsi, uscire gruppi di ragazze, la strada cela i pericoli di sempre, le ragazze tornano da sole tardi la sera, anche loro imparano metodi per proteggersi, tornano a squadre con i telefonino in mano con il numero di sicurezza, no, neanche loro si sentono sicure perché comunque l’arroganza di chi si sente padrone è lì. Poi la città ha tutte le paure delle nostre strade occidentali, e non è la notte, piuttosto come dappertutto è non accorgerti di avere valicato quel confine invisibile che nelle strade occidentali separa il consentito dal proibito, dovere sapere che lì per quel vicolo non si va, diventa fondamentale per la tua buona salute, per evitare aggressioni che sinao verbali, che siano fisiche. Allora com’è camminare per le strade di Palermo? Come in tutte le convulse metropoli dell’occidente, ha per le donne un senso continuo di sfida e di terribile sconfitta.