N 2 2011 TUTTO SU MIA MADRE - MAREA
 

N 2 2011 TUTTO SU MIA MADRE

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SOMMARIO MAREA 2 2011
 
PAG 2 L’EDITORIALE 
Pag 3 FARO [news dal mondo]
Doni di Robin Morgan

Pag 9 ORCA [tutto su mia madre]
Tutto su mia madre di Ferdinanda Vigliani
Tutto fuori posto di Federica Tourn
L'offensiva natalista di Roberta Cavicchioli
Due madri di Daniela Vassallo
La rinuncia e la gioia di Eleonora Cirant
Mammaamica: una delle iatture dei nostri tempi di Tiziana Valpiana
Delle madri e delle figlie d’Italia di Erminia Emprin Gilardini
L’amore fa di Patrizia De Franceschi

Pag 78 Medusa [corpi che contano]
Corpi e violenza (ancora!) di Antonella Cagnolati
Pag 81 Delfino [uomini rari si raccontano]
Bontà ribelle di Beppe Pavan
Sintesi di Francesco Pivetta
Pag 86 CONCHIGLIE [libri e cinema



Editoriale
 
 
Si è state figlie, prima di diventare madri, e di lì tocca passare: dalla relazione con quella donna che ci ha messe al mondo. Anche gli uomini sono figli di donna, e come in maniera straordinaria ne ha scritto Adrenne Rich in Nato di donna il genere maschile deve fare i conti anch’esso con quel corpo diverso dal loro che li ha generati. Assai lontano e divergente, però, dopo quel comune esordio dell’essere umano che è il sostare dentro il grembo materno, si manifesta il percorso che i due generi hanno dinanzi quando si tratta di ragionare sul rapporto con la madre, e sul simbolico che lo accompagna. 
Secondo la costruzione culturale di ogni latitudine i due percorsi intorno al materno sono segnati in modo molto più favorevole al genere maschile: devastante, certo, può essere una madre nella formazione anche di un uomo, ma il rispecchiamento inevitabile che una donna ha con quella che l’ha generata reca tracce formative indelebili proprio sulla conformazione della identità di se stessa come donna, e incide pervasivamente su ogni aspetto della propria vita.
In ogni latitudine si fa un gran parlare enfaticamente di materno e di maternità: è interessante notare come non esista una parola che indichi la condizione scelta di non procreare. Abbiamo dovuto scrivere  ‘non madre’ per indicare chi non si è riprodotta. 
Altrimenti il simbolico legato all’assenza di maternità di carne è immediatamente quello della terribile sottrazione: infecondità. Una condanna, quindi, che suona come inadeguatezza del corpo, come malanno, come perdita. 
In questo numero invece proviamo a ragionare a partire da varie esperienze femminili sul pensato e sull’ agìto intorno ad uno dei temi centrali della riflessione femminista. 
“Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell'immolazione materna”? scriveva Sibilla Aleramo, in  Una donna, nel  1906.
Le fece eco, una ottantina di anni dopo, Elena Gianini Belotti, mai dimenticata autrice di Dalla parte delle bambine: “Rispetto al modello di madre idealizzata, forse le donne stanno diventando pessime madri. Ma per la prima volta nella storia stanno diventando autentiche e reali, perché prima di essere madri vogliono essere persone”. Chissà. 


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 Tutto fuori posto
 
di Federica Tourn
 
Quando sono rimasta incinta la prima volta avrei potuto essere descritta come la perfetta rappresentante della normalità. Avevo trent’anni, ero sposata, mio marito ed io avevamo entrambi un lavoro, anche se precario, lui all’università e io nell’editoria; abitavamo a Torino in una casa in affitto e la nostra vita era ricca di relazioni, i genitori ci supportavano con discrezione ed eravamo, in generale, circondati da un benevolo consenso. Abituati al rispetto reciproco, ci sentivamo uguali. La gravidanza segnò per sempre la fine dell’ingenuità e svelò i ruoli per quello che erano, al di là delle nostre fantasie: il commento più frequente di fronte alla mia pancia era invariabilmente “e adesso come fai col lavoro?”. Mio marito, accanto a me, non veniva mai interpellato, nessuno – nemmeno in un ambiente come il nostro, aperto e di sinistra – metteva minimamente in dubbio il fatto che il suo, di lavoro, sarebbe proseguito senza intoppi di alcun genere. Senza chiedermi cosa ne pensassi, mi si metteva delicatamente da parte anche nei gruppi (“tanto non avrai tempo per occuparti di queste cose”), venivo sempre più spesso impegnata in discussioni che riguardavano la cura dei bambini e la casa. Riviste e blog sulle mamme mi dicevano che dovevo sentirmi gonfia, umorale e indesiderabile, ma che era una cosa normale; all’ottavo mese io mi sentivo bella, felice e con la voglia di fare spesso l’amore ma evidentemente non era una cosa tanto normale. Mi difendevo leggendo Adrienne Rich.  
L’essere madre è forse, fra tutte, la manipolazione più pesante che le donne si trovano a subire nella vita, sia che decidano di mettere al mondo dei figli oppure preferiscano non farlo: nessuna scelta attinente alla maternità è “neutra”, fine a se stessa, semplice conseguenza di uno slancio personale o di coppia ma ha sempre un’eco nella società e risponde di un immaginario collettivo che finisce per schiacciare il desiderio personale. Dirò di più: è proprio difficile rintracciarlo, il desiderio, in questa babele di condizionamenti culturali. A partire dalla figura di Maria così come viene raccontata dalla Chiesa cattolica, le donne sono fatte per generare e occuparsi dei figli, crescerli e, se del caso, piangerli; sono fatte per consegnare ad un sistema patriarcale figli che alla fine, proprio per questo, le rinnegheranno, e figlie che riproducano lo stesso schema di diseguaglianza su cui si fonda la supremazia maschile. Tradotto nel mondo di oggi, che significa? Per esempio che se non c’è lavoro, sono le donne a dover fare un passo indietro e tornare ad occupare il focolare domestico anche se, come sappiamo, in genere sono più preparate dei loro coetanei maschi. Per convincerle si dà combustibile alla macchina della retorica sulla bellezza dell’essere madre, e giù articoli e saggi sull’importanza di non sacrificare gli affetti alla carriera, dipinta come insoddisfacente e disumanizzante. Per le donne, evidentemente, perché per gli uomini va benissimo. 
In un recente reportage uscito sull’Espresso, si dice che le italiane fra i 25 e i 40 anni sono tornate ad essere le “ragazze ragionevoli” degli anni ’50, appagate dall’avere una cucina pulita e bambini ben pettinati. Quello che passa non è che sono costrette a chiudersi nelle cure domestiche perché non c’è lavoro né spazi pubblici in cui possano non dico esprimersi ma anche solo confrontarsi, ma perché a loro piace farlo. E il lavoro è al massimo ridotto ad un vezzo: non si contano gli articoli sui grandi quotidiani che raccontano di madri di famiglia, casalinghe, che al pomeriggio, dopo aver spazzato il pavimento e rifatto i letti, si dedicano al loro gratificante lavoretto part time su internet. Una mia amica, laureata con un figlio di due anni, alla costante ricerca di un impiego, commenta indignata: “ma è un’assurdità! Mi mostrino una sola donna che riesce a mantenersi con internet”. Questi articoli non sono soltanto falsi e zuccherosi, hanno un significato politico: inducono aspettative e dipingono un quadro di soddisfazione femminile che non ha alcun riscontro nella realtà. Il risultato è che oggi, rispetto a vent’anni fa, le donne madri di bambini piccoli arrivano persino a vergognarsi di avere desiderio di lavorare, perché hanno introiettato che l’uscire di casa significa abbandonare i figli (ancora accettabile se con i nonni, deprecabile se in un asilo). 
E quindi? Elisabeth Badinter in un libro uscito l’anno scorso in Francia, Le conflit: la femme et la mère, taglia corto: se vogliamo essere libere di realizzare noi stesse, scordiamoci di fare figli. Da noi predomina l’immagine della madre divisa fra mille impegni, con il carico dell’organizzazione famigliare ancora tutto sulle sue spalle, che cerca di adattarsi come può e in qualche caso per questo viene anche premiata. Di recente, una donna ha vinto un concorso bandito dal Comune grazie ad un sistema che mette in rete esigenze domestiche e impegni scolastici, in modo che “le mamme possano essere più efficienti aiutandosi a vicenda”. Le mamme. E i babbi? A giocare a calcetto dopo una dura giornata, credo. Un progetto premiato da un’istituzione e quindi elevato a modello.
Quando Giacomo aveva 15 mesi andai in Brasile per girare un documentario. Una donna per cui lavoravo all’epoca commentò costernata: “ma lasci tuo figlio? Io non potrei mai”. Pensai che non lo stavo abbandonando visto che stava con suo padre ma la sua frase mi fece sentire comunque vagamente colpevole. Il bambino mi mancò, durante quei dodici giorni, ma ero anche felice di quello che stavo facendo: al ritorno, ricordo ancora il suo sorriso nel vedermi arrivare, per niente risentito della mia assenza. 
L’idea che passa, sempre più forte anche in una società che si proclama liberata come la nostra, è che se fai figli non puoi poi pretendere altro. Non un ruolo attivo nella società, non una professione di primo piano, e nemmeno, in fondo, la libertà di inventarti al di fuori delle rigide guide che ti portano, oggi forse più di ieri, a stare dentro un ruolo di madre interpretato come fortemente reazionario. Che cosa dicono le ragazze, nuove icone di disponibilità sessuale, nelle trasmissioni come Uomini e donne? Che nel loro futuro si vedono fedeli madri di famiglia, perché loro hanno dei valori. Che questi supposti valori ricalchino in pieno il destino scritto dal patriarcato è evidente ma fa effetto vederli riproposti in giovani donne che si pongono come l’immagine della trasgressione.
Quando è nata Cecilia, ero ormai del tutto fuori posto. Non avevo più un marito e tentavo ogni giorno di realizzare un equilibrio che comprendeva un lavoro precario, una relazione complessa con un altro uomo, un bambino adorato che cresceva con i genitori separati e una nuova, desideratissima, neonata in arrivo. Dopo cinque mesi sono tornata in redazione, come previsto. Garbatamente, mi hanno chiesto se, per caso, ora che avevo due figli, non preferivo stare a casa. Ho detto no, mi hanno altrettanto garbatamente fatto capire che era in ogni caso meglio che ci stessi. Ed eccomi rientrata di colpo nella norma, se è vero quel che denuncia l’Istat, e cioè che quasi un milione di donne sono state licenziate per avere deciso di avere un figlio e ben una madre su tre ha dovuto lasciare il lavoro per motivi familiari.
La maternità è posta sempre di più come un’alternativa: se fai un figlio, devi rinunciare. Al più, quando vogliono fare i progressisti dicono: la donna deve conciliare (figli e lavoro, l’essere moglie e madre, curare la casa e sedurre il marito...). Il massimo dell’elaborazione sociale è questo: conciliare. Io la odio, questa parola, è una condanna, una segregazione mascherata da soluzione domestica. E perché sempre le donne devono conciliare? 
Il desiderio di ognuna di noi sta sepolto sotto tutta questa pesantezza, mortificato da ideologie che lo piegano alle esigenze del momento, snaturandolo e svuotandolo della sua vitalità. Lo sappiamo, ne usciamo stanche e confuse ed eppure, credo, la risposta di Badinter non ci basta. Aggira soltanto la questione. Non siamo pazze e abbiamo smesso di essere ingenue: sappiamo i prezzi che ci chiedono di pagare ma un conto è riconoscere gli impedimenti che ci vengono posti davanti e valutarne l’impatto sulla nostra vita, altro è dire che quegli impedimenti sono strutturali alla maternità, che non si può fare diversamente. Io credo che si possa, che si debbano proporre modelli altri, che escano da questo immaginario costrittivo e distonico che là dove spinge la donna a diventare madre poi la confina in casa a riprodurre l’immagine mortifera (e asessuata) della custode dello status quo. Per fare questo non bisogna rinunciare ma coinvolgere prima i padri e poi il contesto sociale in un ripensamento generale del concetto di famiglia, in modo che i figli siano un patrimonio condiviso e la maternità possa esprimersi senza bisogno di giustificazioni, liberando tutta la sua energia “selvaggia”, sessuale e trasformativa.