Parole definitive
di Adriana Nannicini*
Di cosa parliamo quando utilizziamo il termine precarietà per il lavoro e le vite delle donne? È necessario ripartire da qui, indicare dove siamo, settori, qualifiche, retribuzioni, contribuzioni. Ma a partire da un fatto che risulta ormai chiaro anche a livello internazionale: vi è “un nesso stringente tra l’aumento delle presenza femminile sul mercato del lavoro e lo sviluppo di nuove forme di lavoro atipico” (Trifiletti 2003) su questa evidenza si realizzano però condizioni e interpretazioni diverse anche tra noi. La precarietà nel lavoro e nella vita ha messo in evidenza che per le donne parlare del lavoro significa parlare delle condizioni dell’esistenza, come in varie sedi abbiamo messo in luce vi è stato recentemente un mutamento di baricentro nel nostro sguardo: potremmo dire che il lavoro perde appeal nel mentre che la vita riprende centralità. Muoviamo sempre più un’obiezione radicale alla dedizione totalizzante che il postfordismo ci chiede. Una dedizione che è analogamente chiesta/imposta sia a precarie che garantite. Sarebbe utile disporre di dati, elaborati a partire dalle nostre domande, che non si presentino come “neutri”, è ormai evidente che i dati quantitativi da fonti ufficiali (Istat; Cnel; Inps) di cui disponiamo sono contraddittori tra loro. Non dicono quante siamo, né in quali settori: nel welfare certo, ma con quali contratti e condizioni? Quanti e quali servizi sono stati dal welfare esternalizzati e affidati con gare d’appalto a cooperative? Come incide sulla qualità del servizio ai cittadini e sulle condizioni di incertezza delle operatrici il taglio ipotizzato dalla finanziaria? Nei servizi alle imprese nelle aere metropolitane Milano come Napoli (editoria, marketing, ricerca, tv, formazione…) le imprese con cui abbiamo collaborazioni sono spesso Pmi, i servizi non sono sempre necessariamente assorbibili con assunzioni di lavoro dipendente.
Siamo tra Pubblica Amministrazione, le sue esternalizzazioni, una varietà di figure contrattuali e siamo lavoratrici autonome. Non ipotizzo che tutto ciò che non è lavoro autonomo tradizionale debba essere ricondotto a lavoro dipendente a tempo indeterminato. Siamo su un ventaglio di collocazioni differenziate che non ci permette di considerare la precarietà tout court solo come una protratta fase di passaggio, un prolungato ingresso, una soglia che non unisce, né separa ma sospende, provvisoria e temporanea. Precarietà dunque come mancato dipendente? A noi appare riduttivo. Tra noi, c’è chi sceglie in modo attivo il lavoro autonomo, esercitando alcune professioni, alcune competenze a partire da motivazioni che stanno nella vita certo, ma anche nel desiderio di esercizio di contenuti professionali, di legami organizzativi diversi. Infine la flessibilità cosiddetta postfordista per tutte, precarie e garantite espande l’orario di lavoro, così come crea intermittenza, provoca stress da sovraccarico, la precarietà dei singoli sottende spesso ulteriori fragilità, a cominciare da quelle delle organizzazioni (l’esempio delle cooperative è lampante).
I punti si aprono perché siamo convinte che quando si dice precarietà non si nomina una generazione soltanto, le varie generazioni subiscono qualità di precarietà diverse e specifiche:
a 20-30 anni le ragazze subiscono la difficoltà a trovare occupazione, soprattutto se sono laureate, l’ingresso nel lavoro è possibile e spesso invece è la permanenza ad essere ad elevata incertezza, mentre fanno esperienza del prolungamento di condizioni occasionali, e l’attesa emancipazione dalle famiglie di origine viene costantemente rimandata.
a 30-40 anni le giovani donne ancora si confrontano con un'incerta costruzione di stabilità, con una labile possibilità di costruire carriere, per loro emerge la genitorialità come problema. L’”orologio biologico” ticchetta!
a 40 anni invece l’utilizzo del temine precarietà per descrivere una condizione lavorativa e dunque una realtà fatta dall’aquisizione e dall’esercizio di competenze,di saperi,di skills, svilisce la professionalità, la “polverizza” in un nanosecondo! Ma tuttavia qualche crepa appare perchè se le competenze crescono il reddito non fa progressione.
a 40-50 anni se sono consulenti, se sono collaboratrici, le donne adesso adulte, quasi middleage, guardano in faccia il rischio che la loro consulenza sia tagliata, e loro banalmente risultino disoccupate.
E poi le pensioni? Per le diverse età una domanda spalancata! Quello che era stata una dimensione della cittadinanza per le donne appare se non incerta drammaticamente inconsistente.
Cambiamenti di sguardi si succedono uno all’altro nel corso degli ultimi anni all’interno della riflessione femminista sul tema del lavoro. Non solo un “nuovo” interesse su un “vecchio” tema, già patrimonio di ogni generazione e pensiero emancipazionista, omesso dalle riflessioni della generazione fondatrice del movimento degli anni ’70 (ad esclusione del gruppo sul “salario domestico”), ma emerge il desiderio di innovare la prospettiva,il vecchio tema viene aggiornato, inediti intrecci osano dire e ridire tutta l’urgenza di una relazione con un mondo terremotato, gravido di turbolenze per tutti, donne e uomini del pianeta, con quello che è stato definito postfordismo.
È un mutamento di baricentro. Un mutamento dell’approccio, una modifica dell’interpretazione? Crediamo che il cambiamento stia prima nei fatti che nel pensiero. Ha a che vedere con quel rapporto tra vita e lavoro di cui abbiamo parlato con quel confine mobile che il lavoro in era postfordista ha sospinto verso il terreno della vita, ne ha assorbito, o divorato, gli spazi, mettendo anche questa “al lavoro”. Ci accorgiamo che gli spazi e il valore dell’esistenza si misurano in una pluralità di relazioni e di intrecci, non investiamo di eros la relazione con il lavoro, non ci domandiamo più se sia un piacere negato, come dicemmo alcuni anni fa.
La produzione ha apprezzato il valore della relazionalità, e quel “di più” che le donne mettono nella passione lavorativa, ne è stato commercializzato. Relazionalità, creatività, capacità di gestire la transizione, i processi di produzioni immateriali... per ognuna di queste dimensioni abbiamo spinto il confine erodendo la vita, negli orari, nei saperi, nella qualità dell’immaginazione, nelle scalette di priorità finchè abbiamo avvertito che “il lavoro mangia l’anima”.
Quando parliamo di lavoro parliamo delle condizioni dell’esistenza. Perché siamo sempre più consapevoli del valore di capitale umano che rappresentiamo e sempre meno muoviamo delle richieste di inclusione, delle rivendicazioni morali di equità? Perché il contesto in cui si sono verificati questi apporti risulta indifferente, sordo a produrre cambiamenti? Perché, come qualcuna denuncia, è in aumento la disparità nelle carriere tra uomini e donne, e la cultura liberista cerca di fare delle differenze delle disugualianze? Perché nelle varie declinazioni delle figure precarie qualcuna vede che si stanno creando delle stratificazioni, dei corridoi che separano un percorso dall’altro?Perché la competizione lavorativa è rivolta a mete poco attraenti? Perché il lavoro non sembra orientato all’edificazione di un mondo in cui tutti, uomini e donne possiamo abitare?
Credo che non si tratti qui di dire parole definitive, ma piuttosto di mantenere il senso di apertura insito nella provvisorietà delle osservazioni, cercare di valorizzare la fertilità dell’incertezza che attraversa il nostro dibattito.
*esperta di organizzazione del lavoro, formazione e consulenza aziendale