{"id":421,"date":"2012-09-26T16:36:17","date_gmt":"2012-09-26T16:36:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mareaonline.it\/?page_id=421"},"modified":"2014-07-29T19:02:40","modified_gmt":"2014-07-29T19:02:40","slug":"32011-punto-g-2011","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.mareaonline.it\/?page_id=421","title":{"rendered":"3\/2011 Punto G 2011"},"content":{"rendered":"<h1>Editoriale<\/h1>\n<h1>Donne: la globalizzazione ci sta stretta<\/h1>\n<p>diMonica Lanfranco<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.mareaonline.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/cop_marea-3-2011-ultima-copia.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-422\" title=\"cop_marea 3-2011-ultima copia\" src=\"http:\/\/www.mareaonline.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/cop_marea-3-2011-ultima-copia-300x210.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"210\" srcset=\"http:\/\/www.mareaonline.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/cop_marea-3-2011-ultima-copia-300x210.jpg 300w, http:\/\/www.mareaonline.it\/wp-content\/uploads\/2012\/09\/cop_marea-3-2011-ultima-copia.jpg 967w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>\u201cE\u2019 il femminismo il vero umanismo, il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere \u00e8 la solidariet\u00e0 tra le donne, una solidariet\u00e0 politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ci\u00f2 che ci divide\u201d.<\/p>\n<p>Parola di Nawal El Saadawi, simbolo della lotta delle donne per la laicit\u00e0, la democrazia e la secolarizzazione nei paesi del Medio Oriente.<\/p>\n<p>La globalizzazione che stiamo subendo, sia dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire.<\/p>\n<p>Non \u00e8 la globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere: \u00e8 quella in cui il capitale e la finanza sono gli unici attori, spietati e schiavisti, che non solo si nutrono dei corpi degli esseri umani gi\u00e0 poveri, ma che stanno impoverendo anche chi, come noi, ha avuto la fortuna di nascere in luoghi del mondo che godono di una relativa ricchezza.<\/p>\n<p>Il retaggio della globalizzazione \u00e8 anche quello della paura, che ci fa chiudere le menti e i cuori di fronte a chi arriva, colpevole a prescindere, e che acceca e generalizza secondo la tremenda categoria del nemico. Non \u00e8 la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparit\u00e0, e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.<\/p>\n<p>Donne e uomini si trovano spesso su due versanti opposti, nella mondializzazione.<\/p>\n<p>Sempre legate al doppio, le donne, anche nell&#8217;epoca del global e del <em>digital divide<\/em>: prima \u00e8 stato il doppio ruolo, (cos\u00ec veniva chiamato negli anni &#8217;70 dalle prime analisi sociologiche delle studiose femministe), il dividersi tra agone pubblico e lavoro di cura nel privato; poi il doppio impegno nella carriera, perch\u00e9 si sa che anche a parit\u00e0 di condizioni in molte situazioni per emergere nel sociale e nel politico il femminile \u00e8 un handicap, e chiede surplus di prestazioni.<\/p>\n<p>Infine il doppio livello, nelle mobilitazioni contro la globalizzazione, dentro al vasto e variegato movimento che in Italia ha avuto nel summit di Genova un banco di prova decisivo per misurare la capacit\u00e0 di relazioni tra le sue varie anime, ma anche tra i due generi che si oppongono all\u2019 <em>horreur economique<\/em>, come chiama Viviane Forrester la globalizzazione.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 se per 140 organizzazioni femminili e femministe, che nel 2001 avevano dato vita alla prima edizioni di <strong>Punto G \u2013 genere e globalizzazione<\/strong> non era bastato\u00a0 il controvertice di luglio per marcare la propria presenza di senso e di contenuti, allora vuol dire che anche all&#8217;interno dell&#8217;invenzione giornalistica del nuovo millennio, il \u2018popolo di Seattle\u2019, le donne degli uomini si fidano poco, persino movimen\u00adtisticamente parlando.<\/p>\n<p>Ci si posizion\u00f2 infatti ad un mese dal Summit, aprendo le contestazioni con due giornate di convegno e manifestazione itinerante nel dedalo di stradine della famigerata &#8216;zona rossa&#8217; il 15 e il 16 giugno 2001, dopo un faticoso e fruttuoso percorso di nove mesi (sar\u00e0 simbolico?) che ha visto impegnate femministe storiche, giovani comuniste, suore missionarie, pacifiste convinte e dubbiose, tutte comunque d&#8217;accordo su un punto: \u00e8 necessaria una focalizzazione sull&#8217;impatto che il fenomeno della globalizzazione ha sul genere, e non la possono fare altri che le donne stesse, visto che nel movimento misto \u00e8 difficile trovare analisi da questo punto di vista. Lo stesso copione si \u00e8 ripetuto 10 anni dopo, a giugno del 2011, quando il nuovo <strong>Punto G<\/strong> ha dato spazio alle analisi femministe, questa volta vedendo assieme anche le giovanissime che 10 anni prima avevano avuto Genova come battesimo.<\/p>\n<p>Come a dire: gli uomini alla fine si concentrano troppo sulla manifestazione di piazza, e il rischio \u00e8 di non puntare sui contenuti e sulla sensibilizzazione della moltitudine che oscilla tra ignoranza, paura degli scontri e indifferenza.<\/p>\n<p>Del resto la voce pi\u00f9 complessiva e radicale del movimento mondiale \u00e8 una donna, una femminista, una scienziata, nativa di una delle regioni del mondo maggiormente nel mirino delle multinazionali per la sua straordinaria bio-diversit\u00e0: l&#8217;indiana Vandana Shiva.<\/p>\n<p>Vandana parla un ecofemminismo che affonda le sue radici nell&#8217;analisi del quotidiano della vita, proprio laddove l&#8217;omologazione della globaliz\u00adzazione mina alle fondamenta l&#8217;autonomia di milioni di persone nel continente indiano: \u201cLe variet\u00e0 miracolo di riso introdotte in India nella Rivoluzione Verde, ad esempio, &#8211; racconta Shiva nel suo <em>Biopirateria<\/em>, (Cuen) &#8211; hanno eliminato migliaia di variet\u00e0 locali di riso, introducendo al loro posto le variet\u00e0 standard dell\u2019International Rice Research Institute (IRRI). Hanno distrutto la diversit\u00e0 dei raccolti realizzati con i metodi tradizionali, e a causa dell\u2019impoverimento della diversit\u00e0 i nuovi semi hanno finito per favorire la proliferazione degli insetti nocivi. Le variet\u00e0 indigene sono resistenti agli insetti nocivi e alle malattie locali.<\/p>\n<p>Se si verifica una malattia, alcune famiglie possono esserne colpite, ma ce ne sono sempre altre in grado di sopravvivere. Quello che succede in natura si ripresenta anche nella societ\u00e0. Quando l\u2019omogeneizzazione viene imposta a differenti sistemi sociali, le parti iniziano a disintegrarsi l\u2019una dopo l\u2019altra. Perch\u00e9 la violenza intrinseca all\u2019integrazione globale centralizzata, a sua volta, crea violenza anche tra le vittime\u201d.<\/p>\n<p>\u201cLa globalizzazione non \u00e8 solo l\u2019interazione culturale tra le diverse societ\u00e0, ma l\u2019imposizione di una specifica cultura su tutte le altre. La globalizzazione non ricerca affatto l\u2019equilibrio ecologico su scala planetaria. E\u2019 la rapina messa in opera da una classe, da una razza, e spesso da un solo genere, nonch\u00e9 da una singola specie su tutte le altre\u201d.<\/p>\n<p>Da un&#8217;altrove solo apparentemente lontano alle parole di Vandana fa eco lo sguardo saldo e accusatorio di un&#8217;altra donna: Daris Christanco, 29 anni, indigena del popolo UWA, circa10 mila persone che tentano di sopravvivere a nord di Bogot\u00e0, in Colombia, uno dei paesi pi\u00f9 violenti dell\u2019America latina, teatro di scontri per il possesso delle due ricchezze principali: il petrolio e la produzione di coca, dalla quale poi si raffina la droga dei ricchi.<\/p>\n<p>La\u00a0 ferocia della globalizzazione \u00e8 tutta nel suo racconto di giovane madre di 5 tra bambini e bambine: \u201cLa Madre Terrasta morendo,- ha detto e ripetuto anche a Genova &#8211; offesa e violata dalle ruspe e dalle trivelle della Oxy, la compagnia petrolifera Usa che da dieci anni, senza che il mondo muova un pelo o quasi, sta demolendo uno degli ultimi territori vergini sul pianeta\u201d. Gli indigeni Uwa sono stretti tra il colosso del petrolio e le bande paramilitari mercenarie, che spesso vengono utilizzate anche dallo stesso governo per sgombrare il territorio con la forza; in queste occasioni vengono uccisi bambini, bambine, persone anziane, chiunque si frapponga sulla strada del progresso, la strada lucida del cancro nero senza il quale l\u2019Occidente \u00e8 perduto.<\/p>\n<p>Daris parla di aria che manca, di alberi secolari che spariscono, di diritto alla vita non solo per loro, ma per tutte le persone che sulla terra rischiano seriamente, oggi, di non ereditare che morte e malattie a seguito della deprivazione del territorio. Il loro territorio, ma anche il nostro territorio, l\u2019intero pianeta. Lei, l\u2019indigena che rischia di estinguersi, alla domanda su cosa pensa dell\u2019Occidente, risponde senza esitazione, e inesorabilmente: \u201cMi sembrate una cultura triste, perch\u00e9 tutta la vostra ricchezza deriva in gran parte dall\u2019avere saccheggiato il vostro ambiente e quello di altri popoli e terre, come nel nostro continente. Come si pu\u00f2 essere felici e in pace se si distrugge ci\u00f2 che abbiamo di pi\u00f9 prezioso?\u201d<\/p>\n<p>E l\u2019economista Christa Wictherich, rincara la dose, sostenendo: \u201cE\u2019 evidente che la globalizzazione neoliberista non \u00e8 n\u00e9 un processo neutro rispetto al genere, n\u00e9 una giocata vincente per chiunque come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, fra ed entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ci\u00f2 d\u00e0 come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale\u201d.<\/p>\n<p>Se si potesse disegnare le modalit\u00e0 che hanno costruito le donne nel loro fare politica contro la globalizzazione senza dubbio l&#8217;immagine che meglio potrebbe riassumerla \u00e8 quella della rete, della tela, in una parola molto usata nella nostra era digitale, del <em>web<\/em>.<\/p>\n<p>Ecco come descrive la pratica nonviolenta femminista l\u2019attivista nordamericana Hilary McQuie: \u201cWe are the weavers and are the web\u201d &#8211; (Noi siamo le tessitrici, e siamo la tela). Nei villaggi del Chiapas, ancora oggi le donne tessono e ricamano i loro <em>huipil<\/em>: si tratta di una sorta di \u2018poncho\u2019 rettangolare, in cui il ricamo forma una croce che va a coprire le braccia, il petto e la schiena. I simboli intessuti sono quelli del cosmo: il mondo, il cielo, gli spiriti, i fiori. I disegni ed i significati degli <em>huipil<\/em> non sono cambiati dall&#8217;epoca Maya ad oggi e sono ancora visibili incisi nelle pietre delle antiche citt\u00e0 abbandonate. <em>Nichimal<\/em>, che significa fioritura, \u00e8 la parola Tzotzil per dire bellezza: uno <em>huipil<\/em> raffigura solitamente la terra mentre vi cade la pioggia della primavera, ed i fiori sbocciano. Quando lo indossa, la tessitrice sa di stare mostrando la visione e la speranza che ella stessa ha creato; quando infila la testa nell&#8217;apertura centrale, ella diventa l&#8217;asse del cosmo, congiunge visibile ed invisibile; attraverso il ricamo il tempo e lo spazio che ha sognato si irradiano da lei, poggiano sulle sue braccia e sul suo corpo\u201d.<\/p>\n<p>Le fa eco una storica del movimento italiano,Lidia Menapace, cos\u00ec ha sintetizzato il sentire di vaste porzioni del femminismo nazionale rispetto ad alcuni atteggiamenti violenti di piazza: \u201cMi sembra di poter rivolgere agli uomini un caldo appello perch\u00e9 finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l\u2019amore diventa conquista, la scuola caserma, l\u2019ospedale guardia e reparti, la politica tattica strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme ed \u00e8 chiaro che la parte non bellicosa della popolazione non partecipa, il movimento diventa sempre pi\u00f9 militarizzato, e si va incontro a un sicuro insuccesso: i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidit\u00e0. Nella storia dei movimenti di lotta vi sono altre forme: il movimento sindacale e operaio elabor\u00f2 e usa nella sua lunga vicenda tutte le forme dell\u2019azione nonviolenta con assemblee, petizioni, scioperi, manifestazioni pacifiche, picchetti e infine sabotaggi; il movimento femminista fin dai tempi delle suffragiste ha trovato altri strumenti ancora, per mostrare dissenso e contrasto e agire il conflitto: manifestazioni, grafica, sit-in, musica, resistenza passiva, training autogeno, danza, sarcasmo, canti, visibilit\u00e0 dei corpi nella loro variet\u00e0 inerme, tutto il molteplice possibile, niente di uniforme o in uniforme. Nessuna polizia pu\u00f2 aggredire un sit-in di ventimila persone, la polizia \u00e8 in grado di respingere e far del male a gruppi di avanguardie militarizzate ma scarse e di rinforzare con ci\u00f2 la paura e il senso di insicurezza della popolazione\u201d.<\/p>\n<p>Come in un&#8217;omerica costruzione le parole di Shiva lanciano un monito a quanti, potenti e inviolabili, vagano di summit in summit sordi, almeno fin qui, alle parole della contestazione intelligente: \u201cDovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali, spingendo le popolazioni in una situazione di incertezza, paura e scontro sociale. E la violenza contro la sopravvivenza dei popoli porta alla violenza della guerra. Vi \u00e8 una solo strada per contenere queste epidemie di violenza. Con sensibilit\u00e0 e responsabilit\u00e0 spetta a noi \u2013 chiunque siamo e dovunque ci troviamo \u2013 riconciliarci conla diversit\u00e0. Dobbiamoimparare che la diversit\u00e0 non \u00e8 una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilit\u00e0 per un futuro pi\u00f9 giusto e pi\u00f9 sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali.<\/p>\n<p>E\u2019 la nostra unica strada per sopravvivere\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Editoriale Donne: la globalizzazione ci sta stretta diMonica Lanfranco \u201cE\u2019 il femminismo il vero umanismo, il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista,&hellip;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":330,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","template":"","meta":{"footnotes":""},"class_list":["post-421","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/421","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=421"}],"version-history":[{"count":2,"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/421\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":901,"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/421\/revisions\/901"}],"up":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/330"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.mareaonline.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=421"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}