conflitti n 1 2005 - MAREA

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conflitti n 1 2005

sommario

EDITORIALE

FARO [ ATTUALITÀ POLITICA DELLE DONNE VICINE E LONTANE ]

Notizie dal mondo

ORCA [ Il tema CONFLITTI]

Rompere le righe di Susan Sontag

La Bosnia è tutte noi di Imma Barbarossa
Palestina tra sostegno e autonomia di Elena Zambelli

Simboli e spazi di Chiara saraceno
Testimoni di Daniela Maccari

Androcentrismo di Maria G.Di Rienzo
Wargames del collettivo A/Matrix

Prima libere poi diverse di Monica LAnfranco

Delfino (uomini rari si raccontano)
Onde balcaniche di Federico Faloppa
Do you remember? di Daniele Barbieri
Conchiglie
[ LIBRI DA LEGGERE E DA RILEGGERE ]

S T E L L E M A R I N E [ ritratti)
Eleonora la coraggiosa diAnna Ventura
Sabbia[ IL RACCONTO ]
Anna e la funza di Sara Favarò

un articolo

Wargames

 

Del collettivo A/matrix

 

Premi play ed entrerai nell’universo dei wargames di ultima generazione. Il Nemico è il terrorista islamico, creatura subdola e diabolica, presentata con tanto di barba, kalashnikof e abbigliamento da mujaheddin. L’ambientazione cambia di continuo perché in una società attraversata da flussi migratori i guerrieri dell’Islam sono ovunque e in nessun luogo.

A combattere tale pericolo invisibile e disseminato è il crociato videoelettronico, il virile cybersoldato super-equipaggiato, pronto a qualsiasi sacrificio per difendere la patria e i suoi valori. Il gioco si chiama Scontro di civiltà ed è il frutto della sinergia tra esperti di simulazione elettronica e addetti alla sicurezza nazionale. Lo scenario riflette un disegno politico che vede la convergenza, singolare ma non troppo, tra falchi neoconservatori dell’amministrazione Bush e gli ideologi di Al Qaeda, il brand preferito dai gruppi jihadisti. Entrambi gli schieramenti sono disposti a scatenare una guerra permanente su scala mondiale pur di imporre le proprie visioni del mondo accomunate dal fondamentalismo identitario, dal primato del militare sul politico, dalla costruzione di un'immagine monolitica e omogenea dell'altro da sé, dall'alleanza spregiudicata con il capitalismo.   

 

La guerra in pornovisione

 

Nella lotta contro l’asse del Male propugnata dai leader neocons, una nuova morale universale guida eserciti high tech, dotati di armi intelligenti capaci di localizzare il nemico, colpirlo e  minimizzare i danni collaterali. Messa a punto da think tank, lobby, dipartimenti accademici, diffusa dai network televisivi, l'estetica levigata della guerra tecnologica è stata compromessa dal violento riaffiorare del corpo.

Alla vigilia della pioggia di bombe in Afghanistan molti negli Stati Uniti, incluse alcune note femministe, hanno tentato l’arruolamento forzato dei corpi delle donne afgane in burqa. La loro “liberazione” è diventata il pretesto per rafforzare le basi etiche dell’attacco e mascherare una strategia di lungo corso diretta a capovolgere i regimi mediorientali per garantire la sicurezza di Israele e il controllo delle risorse petrolifere. La guerra è stata dichiarata anche in nome dei corpi velati. Dall’altra parte però i corpi velati sono entrati in guerra. L’azione micidiale dei kamikaze ha scompaginato l’asettica rappresentazione della battaglia senza sangue né dolore già “sporcata” dalle l’immagini di cadaveri martoriati (i danni collaterali) diffusi dai media indipendenti. Il corpo stesso è diventato un'arma letale. Lo stupore dell’Occidente è stato tanto più grande quando alcuni dei kamikaze sono stati identificati come donne: la palestinese Rim Saleh Al-Riashi, la prima martire arruolata da Hamas, fotografata sullo sfondo della bandiera verde dell’Islam mentre esibisce armi e Corano, compone una galleria funebre di indicibile tristezza insieme alle immagini composte delle “fidanzate di Allah”, le martiri cecene del teatro Dubrovka morte di morte silenziosa per effetto del gas russo. In Iraq l’escalation è proseguita. Il sadismo degli aguzzini di Abu Graib ha smentito definitivamente chi voleva assegnare il monopolio della brutalità alla barbarie nemica e ha fatto saltare le già traballanti fondamenta morali dei neocons. “Ecco a voi il vero volto della guerra” sembra dire il volto sorridente del soldato Lyndie England che ammicca ai genitali di un prigioniero costretto a masturbarsi. Nel carcere iracheno, l’umiliazione sessuale e lo stupro dei codici culturali sono usate come armi per piegare il nemico. Quelle immagini amatoriali, riprese con macchine digitali a bassa risoluzione e riprodotte all'infinito, trasmettono un brivido caldo. Esse non sono che una causa e allo stesso tempo un effetto del nostro voyeurismo riflesso e amplificato dai circuiti dei media. Rispondono alle leggi della domanda e dell'offerta del nostro civile e democratico sguardo. Uno sguardo programmato per attivare nello spettatore e nella spettatrice la complicità nell'inferiorizzazione dell'Altro. Come in una performance parossistica, le decapitazioni eseguite da incappucciati  sconfinano negli snuff movies accessibili on-line sui siti dei gruppi islamici radicali. Perché  stupirsi se qualche tempo fa una testata autorevole come il "Boston Globe" ha scambiato delle foto provenienti da un sito porno per immagini di stupri commesse da soldati occidentali? Nell’era del voyeurismo generalizzato, lo scontro di civiltà è un sottogenere dell’immenso mercato pornografico.

 

Bombing isn't enough

Il lancio delle nuova crociata va di pari passo con il revival del patriottismo: gli eserciti al fronte hanno bisogno di concittadini schierati, convinti della ragioni della guerra. Chi dissente è accusato di disfattismo o collaborazionismo. L’enfasi sullo scontro di civiltà nasconde il tentativo di azzerare i conflitti. La macchina del controllo è sempre più pervasiva. Agisce secondo una doppia modalità: sbandiera un multiculturalismo di facciata che include solo le badanti e la manovalanza a basso costo ma criminalizza i dissidenti, i diversi, gli agenti - anche solo potenziali - del conflitto: dai pacifisti alle reti che reclamano reddito, dagli hacker a chi minaccia di sabotare il sacro ordine eterosessuale. I target non potrebbero essere più diversi: si va dagli arabi imprigionati per presunte connessioni con le reti terroristiche del jihad - come il tunisino Ali Ben Salah Slimane, operaio 41enne arrestato in Veneto, finito in una lista di “sospetti” elaborata dal governo di Tunisi, espulso e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza senza la possibilità di nominare un avvocato - ad attivisti occidentali accusati di attività sovversive come l’americano Steve Kurtz, protagonista di una vicenda tragica e grottesca. Membro del CAE (Critical Art Ensamble, gruppo americano fondato nel 1987 che negli ultimi anni ha sviluppato una critica anti-integralista al biotech), l'11 maggio Kurtz trova sua moglie morta nel sonno per un attacco cardiaco. Chiama il 911, il numero di emergenza della polizia locale che, ironia della sorte, evoca l'11 settembre che ha prodotto il Patriot Act. Gli agenti trovano i casa alcune apparecchiature biochimiche, strumenti di ricerca per l'identificazione di organismi transgenici, e lo arrestano. Scatta l'incriminazione per uso di armi biologiche, poi trasformata in frode postale, accusa meno grave ma che prevede comunque pesanti conseguenze penali. C'è, inoltre, un'altra maniera in cui opera l’azzeramento del conflitto. E' meno cruda ma non meno efficace: la sexy macchina di cattura del marketing trasforma il conflitto in merce. Così la Shell, multinazionale degli idrocarburi, mette al centro della sua campagna di comunicazione dei (finti) ecologisti mentre il marchio di abbigliamento Diesel, all’indomani di Seattle e della globalizzazione delle contestazioni alle corporation, punta sulle immagini di manifestazioni di piazza.

 

La santa alleanza

 

Anche in Italia risuonano gli echi dello scontro di civiltà: il richiamo ai “valori fondamentali” trionfante negli Usa favorisce il successo editoriale della paladina dell’Occidente Oriana Fallaci, incoraggia matrimoni mostruosi come quello tra i laico Marcello Pera e il cardinale Ratzinger che, insieme, firmano il libro Senza radici. Con ogni probabilità la santa alleanza nazionale marcerà compatta verso il referendum sulla fecondazione assistita che potrebbe cancellare un’aberrazione giuridica. La loro icona sarà l'embrione assimilato alla “persona”. Anche in quell’occasione il corpo femminile tornerà in scena e sarà rappresentato come campo di battaglia in cui si combattono visioni del mondo universali e diverse modalità di gestione della vita. Di fronte abbiamo una scommessa: trasformarlo in conflitto dalla valenza locale ma di ampio respiro per le forme di alleanza che sapremo stringere e le forme di interferenza culturale che sapremo inventare.

 

Thanks to: Ida Dominjanni, Judith Butler, Slavoj Zizek, Gilles Kepel, Seymour Hersh e al limpido sorriso di Lyndie England.

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