concorso uomini n 4 2003 (ESAURITO) - MAREA
 

concorso uomini n 4 2003 (ESAURITO)

Uomini: istruzioni per l'uso

Uomini: istruzioni per l'uso

Come è difficile parlare di uomini

 

di Monica Lanfranco

 

Verso la fine degli anni ’80 un gruppo di disegnatrici satiriche femministe si diedero appuntamento per dare vita ad un progetto fin lì mai pensato prima: una rivista di sole donne tutta di fumetti, dedicati in larga parte al tema del rapporto con l’altro sesso. La riunione vide un nutrito numero di autrici, tra cui Giuliana Maldini che allora era la più nota. Si diedero tempo un mese per ritrovarsi e confrontare il materiale prodotto, e quando si rividero si accorsero che il peggio era avvenuto: non c’era nemmeno una storia comica, o divertente, o comunque leggera. Ognuna aveva fatto questo ragionamento: “tanto sarò l’unica ad essere depressa e funerea, le altre faranno tavole da sbellicarsi dalle risate.” E invece no, di lavori allegri neanche l’ombra. Strix, così si chiamava la rivista, non visse molto, anche se i pochi numeri oggi sono un prezioso documento di come sia difficile essere donna e fare ridere. Di strada se n’è fatta molta, e oggi dai teleschermi e dai banchi delle librerie si possono godere delle performance di comiche, giovani e non, in grande maggioranza valide artiste, preparate, colte, intelligenti, che rendono giustizia anche del luogo comune secondo cui le donne o sono belle e non fanno ridere o se fanno ridere non  possono essere sexy. Eppure parlare di uomini, leggermente e intelligentemente non è semplice. Noi di Marea , lanciando il concorso  letterario Uomini- istruzioni per l’uso, arrivato alla sua quarta edizione, sapevamo che non sarebbe stato facile. Perché le emozioni legate alle relazioni tra esseri umani, e in particolare con gli uomini, sono così complesse, personalissime, talvolta così indicibili, e soprattutto refrattarie a si a dirsi con il sorriso, seppure amaro. Amore, sesso, delusione, aspettative non sono trasferibili sul foglio senza difficoltà.  Eppure in tante ci hanno provato e noi qui vi restituiamo quelli che la giuria ha pensato fossero non tanto e non solo quelli scritti meglio quanto quelli che, differentissimi tra loro, potessero formare un puzzle virtuale dei tanti modi per dire degli uomini, e delle donne, in questo rapporto che ancora non ha trovato le chiavi per aprire la scatola contenente le istruzioni, e che forse mai si troverà. In fondo ai racconti vi proponiamo una inchiesta sui maschi, vecchi e nuovi, un racconto comico e surreale regalatoci da  Maria G. Di Rienzo, scrittrice e regista e uno  semiserio di un nostro ‘amico’ speciale, lo scrittore Lanfranco Caminiti, direttore della rivista mensile Accattone - cronache romane, che potete contattare dando un’occhiata al sito www.lanfranco.org. Buona lettura!  

un contributo di Maria G.Di Rienzo

IL MIRACOLO DI DIA

di Maria G. Di Rienzo

 

Fin dalle prime ore dell’alba, che lo aveva destato con un tocco leggero di dita lucenti, il Principesso si era sottoposto alle cure dei camerieri, dei sarti e degli acconciatori: ora sedeva sfinito, ma bellissimo e composto, su una seggiola intarsiata di squisita fattura.

Un cameriere gli reggeva lo specchio, un secondo gli avvicinava alle labbra una coppa di vino delicato (“vino da uomini”, come dicevano le donne ridendo fra loro), un terzo si affannava incerto fra il continuare ad agitare il ventaglio sotto il mento del padroncino o aggiustargli per l’ennesima voglia il colletto di pizzo... Era il giorno più bello, nella vita del Principesso, il giorno in cui una nobilissima dama lo avrebbe condotto all’altare; il giorno, insomma, che ogni uomo sente come la realizzazione di un sogno stupendo.

Quando sua madre, la Regina, venne a prenderlo sottobraccio per condurlo alla Chiesa, il Principesso si sentì quasi svenire e il colore fuggito dalle sue guance dovette essergli restituito sotto forma di belletto. La madre lo resse per il gomito, con ruvidezza commossa, e lo esortò: “Suvvia, dolce Elisabetto! Non farmi l’omuccio proprio adesso. Sei un ragazzo cresciuto e ben costumato, conscio dei propri doveri, che s’incammina oggi verso la felicità...” e qui fu interrotta da uno scoppio di singhiozzi del Re Padre, il quale tentò inutilmente di nascondere le proprie lacrime coprendosi il viso con l’ampio grembiale di seta.

Il Principesso lo osservò smarrito, penosamente consapevole che l’acconciatura di suo padre, un elaborato torciglione di capelli e roselline fresche, si stava già afflosciando. “Madre mia, - balbettò - le vostre parole scaturiscono dal breviario della saggezza. E’ proprio vero, la gioia ha invaso tutto l’essere mio...” Dopo di che arrossì (e subito il suo incarnato venne corretto con una cipria chiara), starnutì (a causa della cipria stessa) e ruppe in un pianto ancor più violento di quello che già sconvolgeva il suo genitore. “Benissimo, - commentò la Regina, un po’ acida - adesso ti sei sciupato il trucco e bisognerà rifare tutto daccapo... Ah, voi uomini!”

Nel frattempo, mentre questa esplosione di maschile modestia e di teneri affetti tratteneva la famiglia reale nelle stanze del Principesso, la Duca Filodendra di Surlemont (nonché Cavaliera di Lungolfium e Gran Maestra della Loggia Campestre) attendeva con dissimulata impazienza accanto all’altare. Il pugno sull’elsa della spada e l’altra mano al fianco, il torso dal petto sodo spinto femminilmente in avanti, il mento alto ed il fiero sguardo d’aquila, uniti all’indubbio buon gusto e raffinatezza nel vestire, erano i pochi ritocchi che l’arte dell’atteggiarsi apponeva alla perfezione della natura. Non vi era, nel reame, giovinetta dal fisico più armonioso, ne’ donna alcuna che possedesse un carattere così serio e devoto o maniere altrettanto urbane e gentili (pur nella loro schietta e franca femmineità). Eppure, solo una frettolosa ansia a stento trattenuta si leggeva sull’augusto e bel viso della Duca; la timida contentezza della giovane innamorata ed il pregustare deliqui ancor più intensi di quelli sperimentati nel fidanzamento erano assenti nel sorriso un po’ triste che ella esibiva: facciamo presto, sembrava dire la decisa linea delle labbra, la medicina ingoiata sa meno d’amaro...

E, finalmente, ello giunse. Incedeva leggiadro, poggiando appena la piccola mano su quella della madre e invero i suoi piedini, fasciati nelle scarpette di raso, non lasciarono segno sul magnifico tappeto che si snodava dall’ingresso della Chiesa all’altare. Un mormorio d’assenso provenne dalla folla che assiepava i banchi: certo non s’era mai visto un Principesso di tale delicata complessione e così splendente di graziosa mascolinità... “Che coppia meravigliosa” si sussurravano gli uomini l’un l’altro, subito azzittiti dalle loro marite (le quali, come tutte le donne, soffrivano di un certo disagio nel maneggiare i sentimenti o nell’assistere alle loro esternazioni).

La Vescova sorrise maternamente agli sposi, impose il silenzio, e la funzione cominciò: oh, avere la penna con cui le Angele scrivono le loro lodi a Dia su una pergamena di nuvole! Solo così potremmo descrivere la reverente sapienza che la Vescova infuse al suo sermone, o il coro soave dei fanciulli, o le pie preghiere dei vecchi signori presenti... Tutto ciò salì diretto al cielo, in quel giorno benedetto, e fu di così acconcio contorno alla purezza che emanava dal Principesso e dalla Duca che, quando l’Officiante pronunciò la frase di rito: “Uditemi, ora: siete alla presenza di Dia!”, un turbine di luce e musica riempì tutti gli spazi e la grazia divina fu percepita da ciascuno nel proprio cuore.

“Figlia diletta, figlio diletto, eccomi - disse la voce di Dia con potente dolcezza - Mi avete chiamata per unirvi al mio cospetto nel sacro vincolo del matrimonio: parlate dunque sinceramente del vostro desiderio, io sono pronta ad esaudirvi.” E poiché di fronte alla maestà di Dia nessuno osava fiatare, Ella continuò benignamente: “Vuoi tu, Filodendra, prendere quest’uomo come moglio ed amarlo, onorarlo e rispettarlo finche’ morte non vi separi?”

La Duca tremava in ogni sua fibra, seppure il femmineo cuore restava ben saldo; alzò lo sguardo a Dia e seppe che non poteva mentire: “No, mia Signora, io quest’uomo non lo voglio. Per quanto gradito mi sia allo sguardo e per quanto la sua onestà sia provata, io non lo amo ne’ lo desiderio per moglio... - e, senza più esitare, la sua voce espresse i suoi pensieri così come il nobile animo li formulava, ché usi e costumi o ragionamenti di convenienza avevano perso il loro potere - Ma guardatelo, Dia Onnipotente, questo bambolotto da cui grondano fini stracci e preziosi metalli! Non sa dir altro che “Sì” e “Certamente” e “Come vi piace” ; e piange e s’agita ad ogni frusciar di foglia, e vive in cronica indisposizione alternando sospiri a lamentele... E’ un bell’oggetto, certo, un oggetto dal valore incalcolabile: ma chi sposerebbe un vaso dipinto, fosse quel vaso la somma di tutte le ricchezze terrene?”

“Mia Dia, perdonate il vostro figliolo indegno - e Dia si volse verso la tenera voce che era intervenuta al tacere della Duca - Ma neppure io, Principesso Elisabetto, voglio per marita questa donna. Dirò di più, anche se le lacrime mi soffocano e l’ardire esporre il mio pensiero mi riempie di vergogna: non voglio marita alcuna, ché tanto son tutte eguali, insensibili e rudi; son golose nel corteggiare il fiore maschile che dicono voler cogliere a teneri baci, ed alla prova dei fatti lo strappano invece a viva forza, e nel mentre ridono del nostro imbarazzo e ci umiliano. La Duca mi rimprovera perché indosso la modestia come un velo: ma quale riguardo avrebbe per le mie opinioni, se pure gliele rendessi palesi? Ve lo dico io, Dia Misericordiosa, nessuno. “Sciocchezze da uomini” , sarebbe il suo commento. E se io volessi, ma il cielo me ne guardi, condividere le passioni sue? S’è mai visto un maschio occuparsi di affari, andare a caccia o bere con gli amici nelle osterie?” Le mani benedicenti di Dia si torsero inquiete: “Comprendo. Filodendra vorrebbe accanto a se’ un uomo che avesse le qualita’ della donna ed Elisabetto sposerebbe di buon grado solo una donna che avesse le qualita’ di un uomo. . . Sia come desiderate, dunque, in questo santo giorno!”

Miracolo! Meraviglia! A un cenno di Dia, la Duca si trovò rivestita dei fruscianti abiti che il suo promesso aveva indossato, mentre il Principesso portava quelli di lei.

“Esauditi! - tuonò la voce di Dia - Tu sei Elisabetta e tu Filodendro. Il vostro sesso non è mutato e le vostre esperienze vi appartengono ancora: fatene buon uso. Vi dichiaro marita e moglio. . . Anzi, no, marito e moglie.”

Lo scoppiettare di stelline ed il canto delle Angele che piovvero sugli astanti, sicuro segno di una grande soddisfazione da parte di Dia, non bastarono ancora a tacitare gli sposi.

“Dia, Dia nostra magnanima! - gridarono all’unisono - E’ dunque l’indossare un certo tipo di ornamenti e null’altro a significare la differenza fra un uomo ed una donna? Dovremo noi vivere nello scherno e nel sospetto della nostra epoca, come due fenomeni da baraccone?”

“Purissimi figli, - ribattè Dia, piccata - a ridurre ad una mascherata il femminile ed il maschile siate stati voi stessi; a voi sta ora il rimediarvi. Siate benedetti e pregatemi. . . e, se non volete farlo, andate pure alla diavola, o al diavolo, come accidenti preferite!”

E fu così che le donne presero a cinguettare e a svenire, e gli uomini a dirigere ed uccidere, ed in sostanza nulla cambiò: tanto che Dia, chiamata poi Dio, è ancora lì che si chiede dove ha sbagliato.