concorso padri n 4 2005 - MAREA

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concorso padri n 4 2005

LE AUTRICI PUBBLICATE

Tre prime classificate

 

Padri di  Maria Rosa Pantè

Resta quel che resta  di Anna Vezzoni

Una fermata per scendere di Marcella Zordan 

 

Le altre pubblicate 

 

Avrei voluto dirti di Rosanna  Piredda

Attesa di Samantha Graffiedi

Biscotti di Elide La Vecchia

Filippo di Elsa Petrongolo

Padri nostri di Laila Cresta

Una domenica di Giuse Lazzari

Orme di Cecilia Teghini

Il filo della memoria di Lucia Cucciolotti

Cumuli di rancore di Michela Monferrini

Introduzione

Le parole per dirlo

 
di Monica Lanfranco

Nel suo importante e dirompente saggio L’eunuco femmina la scrittrice nordamericana Germane Greer afferma:”Si sa che il padre è necessario, ma non si sa come definirlo se non negativamente”.

Questa frase colpisce per la sua parziale veridicità: se escludiamo il linguaggio dominante patriarcale sia nella laicità (fino a poco tempo fa anche in occidente il diritto di famiglia si basava sulla ‘patria’potestà) sia nella religione, dopo padre porta la maiuscola, la figura paventare maschile della coppia genitoriale eterosessuale è stata definita come non-madre.

Una pellicola leggera come Miss Doubtfire la dice lunga sulla difficoltà a raccontare il padre moderno, e se pensiamo al raccapricciante neologismo di mammo possiamo ben renderci conto di come il linguaggio dia ampio spazio all’assenza di fantasia e di modelli ai quali riferirsi.

Di narrativa, e di saggistica sulla figura materna sono pieni gli scaffali, dagli anni ’70 in poi, grazie alla fitta e colta ricerca dei movimenti femministi; meno, molto meno invece se si cerca per parola chiave relativa alla paternità. Delle ultime pubblicazioni vogliamo ricordare  Il padre materno - da San Giuseppe ai nuovi mammi della psicoanalista Simona Argentieri (Meltemi), Il mio orecchio sul suo cuore di Hanif Kureishi (Bompiani),  Il mestiere di padre  e Il padre - l'assente inaccettabile  di Claudio Risé solo per citarne alcuni. E mentre l’editoria non decolla sul tema paterno, fatta eccezione, questo sì, per la manualistica relativa ai primi anni di vita, ovvero come allacciare un pannolino o scaldare il biberon, cominciano a fare capolino alcuni documenti di riflessione sul ruolo paterno, che vale la pena di segnalare.
In occasione del recente e catastrofico referendum sulla procreazione assistita il gruppo Maschileplurale scrisse, tra l’altro:”Respingiamo una concezione secondo cui la libertà dell’uomo cresce dove la libertà della donna venga limitata, negata, ostacolata. Non siamo disponibili a progetti di ‘rivincita’ del maschio. Questa cultura maschile non ci rappresenta come uomini. 

Siamo convinti che la libertà delle donne sia condizione essenziale della nostra stessa libertà di uomini. Noi pensiamo che la paternità sia relazione, non un atto di proprietà. Sono padre perché con il bambino e la bambina costruisco una relazione che coinvolge il mio corpo e le mie emozioni.

Ma per diventare bambini e bambine gli embrioni hanno bisogno del desiderio, del corpo della madre e dell’amore: senza tutto questo non nasce vita. Come può una legge dare ordini o imporre proibizioni alle donne in questo campo? Non dovrebbe, lo Stato, limitarsi a creare le condizioni perché maternità e paternità si possano esercitare nel miglior modo possibile? La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita ci appare violenta nei confronti delle donne, perché aggiunge sofferenze al dolore derivante dalle difficoltà ad avere figli o dal pensiero di mettere al mondo bambini e bambine con gravi problemi di salute. Ma è violenta anche verso noi uomini, perché ci impone un ruolo di proprietari e controllori che contraddice la nostra idea di paternità come relazione e scelta d’amore”.

Un terapeuta tedesco, Bernd Bocian, scrive in una riflessione sui problemi di coppia alla nascita del primo figlio o figlia: “La nascita di un figlio rappresenta un grande cambiamento per la coppia, le prime settimane e i mesi successivi sono caratterizzati da gioia ma anche da grande fatica. La ricerca a livello europeo ha evidenziato che un significativo numero di coppie entra, a seguito della nascita di un bambino, in una difficile e improvvisa crisi matrimoniale. Per l’uomo può essere, per esempio, difficoltoso accettare che sua moglie e suo figlio formino una nuova coppia simbiotica da cui lui resta escluso, insieme ai suoi bisogni emotivi e sessuali e con la percezione di non essere amato e desiderato dalla moglie, come prima. Se a questo si aggiungono per un periodo le sintomatologie depressive della donna, la situazione si complica. Spesso l’uomo, ritornando a casa dal lavoro, trova una situazione che gli richiede molto: ha da occuparsi del bambino e nello stesso tempo delle aspettative da parte della moglie: sostegno emotivo e pratico. Può essere troppo, anche per l’uomo più forte“. Penso possa essere d’aiuto, in questa situazione, riflettere e approfondire insieme in un ambiente maschile i cambiamenti all’interno della famiglia. Come uomo, marito e padre ho vissuto parte di questa dimensione.

E ancora Massimo Greco, di Uominiincammino:”Da qualche anno, su iniziativa del centro ecumenico Agape, alcuni gruppi di uomini si riuniscono per riflettere insieme, nel rispetto delle differenze e dell’ascolto,  mettendo a disposizione un contesto laico di accoglienza. L’ultimo campo uomini era improntato al tema: ‘Tutto su mio padre’, e affrontava un tema nevralgico per la riflessione sul maschile. L’invito di Agape proponeva: ” …In questo weekend cercheremo di seguire il filo rosso che la complessità e la problematicità della parola PADRE evocano in ciascuno di noi. Presenza ingombrante? Assenza inaccettabile? Violenza, dolore, tenerezza? La funzione paterna è naturale o culturale? Quanto siamo simili al padre che detestiamo o che amiamo? Il padre che non abbiamo mai avuto… Che padri siamo? Che padri crediamo di essere? In che senso siamo padri? Ecco alcune domande che possono emergere per ricondurci di nuovo alle radici dell’identità maschile in profonda trasformazione”.

E persino su prese di posizioni politiche contro la guerra fa capolino il concetto di padre. In un toccante documento scritto da Reduci delle Forze Armate degli Stati Uniti ai militari effettivi ed ai riservisti, e firmato da oltre 800 ex combattenti si legge: “Non c’è onore nell’omicidio. Questa guerra è un omicidio detto in altri termini. Quando in una guerra ingiusta, una bomba vagante colpisce una madre con la sua bambina, non è un ‘danno collaterale’, è un omicidio. Quando in una guerra ingiusta un bambino muore per dissenteria perché una bomba ha danneggiato l’impianto di trattamento delle acque di scolo, non si tratta di un’azione di ‘distruzione delle infrastrutture nemiche’, ma di omicidio. Quando in una guerra ingiusta un padre muore di infarto perché una bomba ha distrutto le linee telefoniche impedendogli di chiamare i soccorsi, non si tratta di ‘annientamento dei servizi di comando e di controllo, ma si tratta di omicidio. Quando in una guerra ingiusta, più di mille soldati di leva provenienti dalla campagna muoiono in una trincea nel tentativo di difendere la città dove sono nati e cresciuti, non è ‘vittoria’, ma omicidio”.

Dei racconti che ci sono arrivati quest’anno, non tantissimi per la verità ma di buona qualità, abbiano scelto quelli che ci sono sembrati possibili tasselli di un mosaico dal quale cominciare a costruire un ritratto a più tinte di questa figura paterna, così precisa nello stereotipo eppure così fragile nella sostanza simbolica. Speriamo che vi piaccia leggerli come lo è stato per noi.

 

Per informazioni sul Gruppo Maschile Plurale maschileplurale@libero.it e www.centroecumenicoagape.org  maschileplurale@yahoo.it - web.tiscalinet.it/uominincammino

 

 

 

un contributo di Marco Deriu

Di padre in meglio 

Negli ultimi anni mi sono trovato sempre di più a riflettere con e sui padri e sul rapporto tra padri e figli. Non è stato, devo dire, un mio progetto volontario, ma piuttosto una richiesta che mi è stata più e più volte riproposta fino a diventare un impegno importante. È stato certamente lo sviluppo della mia lunga esperienza di riflessione sul maschile che ho cominciato quando avevo all’incirca 20 anni. Ma ancora oggi dopo anni di studio e incontri su questo tema mi sembra qualcosa di misterioso. Per un verso infatti non sono padre e per un altro quando avevo circa 9/10 anni ho perso prima mia madre e poi mio padre; dunque si può dire che anche la mia esperienza di figlio e andata in qualche modo bruscamente interrotta. Eppure riflettendo su un lungo percorso di richieste, ricerche, interviste, scritti ed incontri, arrivati senza averli cercati, ho cominciato a pensare che proprio questa mia collocazione particolare – non ancora padre e non più figlio – mi mettesse in bilico tra due mondi con una curiosità e desiderio di comprensione particolare da cui poteva uscire qualcosa di buono. Forse il fatto di inchinarsi verso due mondi e due esperienze esistenziali con un’interrogazione problematica e contemporaneamente un profondo rispetto.
Nei percorsi che ho fatto fin ora ho messo avanti, non a caso, la dimensione dell’incontro, della condivisione, dell’ascolto critico. Ho cercato di capire come la figura del padre era vista dai padri, dalle madri e dai figli, ma anche da operatori sociali, da insegnanti, da studenti e studentesse. A questi sguardi - o meglio ascolti – ho sempre cercato di aggiungere il mio. Non tanto per sommarli uno con l’altro e ma per intrecciarli, interrogarli, confonderli e restituire un punto di vista più ampio. Del resto io non sono né uno psicologo, né un pedagogista non ho il compito di svelare o di dare insegnamenti. E per la verità anche l’etichetta di sociologo mi va un po’ stretta. Mi sento più un ricercatore sociale. Mi riprometto di creare occasioni di condivisione di esperienze e tentare di condurre una riflessione il più possibile aperta con diversi interlocutori.
La cosa curiosa per me è stata che mentre attraversavo questi momenti di confronto indossando in qualche modo l’abito dello scienziato sociale e dell’esperto, sentivo di toccare dei nuclei importanti dei miei interlocutori e allo stesso tempo sentivo di rivedere delle cose dentro di me. Attraverso la riflessione con padri, madri, figli cambiavo l’immagine del padre che vorrei essere, ma anche del padre e degli adulti che mi hanno cresciuto. Vedevo trasformarsi insomma il senso delle relazioni passate e presenti dentro di me. È difficile dar conto di un percorso complesso, ma forse è sufficiente accennare e condividere con i lettori alcuni delle questioni più interessanti che ho incontrato. La prima scoperta è che per numerosi padri che ho conosciuto il conflitto più forte e non riguardava quello con l’altro sesso, ma piuttosto quello con i propri padri e più in generale con i modelli maschili delle generazioni precedenti. Si tratta di un confronto molto profondo e doloroso, anche se spesso non ben messo a fuoco e non rielaborato a sufficienza. Ho cominciato a capire, da questo punto di vista, quanto conti nel proprio modo di interpretare la paternità, la propria esperienza passata di figli. Mi torna in mente quello che diceva William Faulkner, «Il passato non è morto. Anzi, non è neppure passato». Mi hanno colpito le difficoltà di padri che si portavano dietro le proprie ferite di figli e il racconto di coloro che vivevano il proprio investimento sui figli anche come un tentativo di pareggiare i conti con il proprio padre. Costruire un certo tipo di legame con i figli significava anche smentire e in qualche modo criticare l’atteggiamento che il proprio padre aveva avuto con loro da piccoli. In relazione a questo genere di vissuti, ho cercato di riflettere su come sia molto più difficile di quanto si pensi allontanarsi e differenziarsi dai modelli paterni. Ci si ritrova infatti abbastanza facilmente e ripetere gli stessi comportamenti che si è odiati ma anche interiorizzati. E si può restare ancora vincolati a rapporti dolorosi anche nel momento in cui li si nega, o in cui si è creduto di sottrarsi alla relazione con il padre. Ho cercato da questo punto di vista di mostrare come per liberarsi veramente da certi vissuti e da certi atteggiamenti sia importante cominciare con il riconoscere che noi tutti siamo il risultato delle nostre relazioni fondamentali e che le nostre possibilità di autodeterminazione e automanipolazione sono piuttosto limitate. È forse più saggio dunque provare a rileggere la grammatica delle nostre relazioni famigliari, ad assumere una certa competenza in materia, per poter provare infine a svolgere diversamente certi costrutti o certe dinamiche e a sviluppare un atteggiamento differente. Ma prendendo la questione da un altro capo si può osservare un’altra questione interessante. Alcune madri che ho incontrato hanno notato che i loro suoceri sono rimasti molto colpiti da come i loro figli si comportano nel loro attuale ruolo di papà, sulle modalità relazionali che vanno costruendo con le compagne e con i bambini. Questi “nonni” si trovano dunque a confrontarsi con il comportamento dei padri di oggi, riflettendo per la prima volta sui padri e i mariti che sono stati. Per esempio si trovano ad osservare come loro non hanno aiutato le mogli come spesso avviene invece nelle coppie di oggi. Taluni di questi nonni vedono effettivamente i propri figli come riscatto; per loro rappresentano i padri che non sono stati, che non sono riusciti ad essere. E un elemento altrettanto sorprendente è che nel nuovo ruolo di nonni, mutata la situazione cultura e sociale, questi vecchi padri possono trovare un rapporto diverso con i bambini, in questo caso i nipoti; un rapporto finalmente più rilassato, più affettuoso, più corporeo. In altre parole i nuovi padri sono – volontariamente o involontariamente – di stimolo anche per i padri di ieri. Talvolta sono i nuovi padri che educano i propri padri di una volta. Forse non possono cambiare il passato e i padri che hanno avuto, ma possono forse contribuire a modificare la loro immagine, la loro autoconsapevolezza, ed influire sul presente, sulle loro relazioni attuali. Possono quindi contribuire ad una riscoperta del loro essere uomini e nonni in particolare nel rapporto con le nuove generazioni di bambini. Si tratta a ben vedere di un processo di educazione inversa tra diverse generazioni di padri. Un altro episodio che mi ha colpito è stato in un altro ciclo di incontri con padri e madri, prima incontrati separatamente e poi assieme. In quella situazione ho registrato due narrazioni molto diverse da parte dei padri e delle madri. I primi erano molto più attenti alle dimensioni esterne, ai problemi indotti dalla società, per esempio il rapporto dei bambini e dei ragazzi con i consumi e gli oggetti che dal gruppo dei padri veniva focalizzato come problema principale. Le madri invece erano molto più attente all’osservazione del rapporto padre-figlio in termini più psicologici e relazionali.  Questa netta discordanza, in parte mi era sembrata espressione di un tentativo da parte dei padri di proiettare all’esterno ed oggettivizzare le difficoltà della relazione con i figli: i problemi erano il frutto di una società consumista e della pressione della pubblicità e dell’ambiente sociale. Questo permetteva di dislocare l’attenzione dalle dimensioni relazionali implicite nel comportamento dei figli e nel rapporto tra padri e figli. Quello per me è stata una verifica importante di come un ritratto a più voci sulla paternità porti a far emergere non solo diversi punti di vista ma offra la chiave per letture e interpretazioni più complesse. Con i padri ho cercato dunque di evidenziare che la realtà dei rapporti non è mai riducibile ad un unico punto di vista. Che ciascuno ha una propria visuale dei rapporti, una propria rappresentazione. E dunque che sarebbe stato un bel passo avanti capire che il modo in cui vediamo le cose o interpretiamo il comportamento dei figli o le difficoltà della relazione con loro è frutto della nostra sensibilità, delle nostre griglie di interpretazioni, delle nostre abitudini percettive. Per accedere ad una visione più ampia di quello che noi stessi stiamo vivendo, abbiamo un profondo bisogno di incrociare la descrizione del nostro vissuto con altri punti di vista. Un ultimo aspetto interessante è stata una riflessione con un gruppo di padri che incarnavano in maniera piuttosto significativa le trasformazioni della paternità. Nel racconto fatto sia dai padri stessi che dalle madri, venivano tratteggiate delle figure di papà pienamente investiti negli impegni familiari di cura, assistenza e servizio. Si trattava probabilmente di un gruppo di padri non rappresentativo, ma la loro situazione emergeva con una nettezza tale da costituire un dato sociologico veramente imprevisto e impressionante. Questi padri si occupano della cura del corpo dei figli, cambiano il pannolone, fanno il “bagnetto”, danno le pappe, si alzano di notte se piangono, li portano dal pediatra, li accompagnano al Nido ed a volte li affiancano anche nell’ambientamento. Insomma condividono le relazioni di cura con le loro compagne.

Con questi padri abbiamo riflettuto sul significativo avvento della corporeità nella nell’esperienza paterna in particolare nei primi anni di vita dei bambini. Questo rapporto con la corporeità significa anzitutto un’attenuazione della preminenza della dimensione verbale e razionale e un’accentuazione della comunicazione non verbale, di pelle, emotiva e soprattutto si rivela come un potente mezzo di comunicazione affettiva quasi assente nelle relazioni padri-figli del passato. Ovviamente poi la diminuzione della distanza fisica porta con sé anche una diminuzione della distanza psicologica.

Ci sarebbero tanti altri racconti interessanti, ma per concludere ci tengo a sottolineare un ultimo aspetto più generale. In questi anni ho incontrato diversi gruppi di padri e ho cercato con loro di discutere della loro esperienza di padri, delle loro difficoltà e delle loro gioie, degli errori e dei desideri. Quando gli chiedevo che cosa li differenziava dai loro padri, una delle risposte era: «mio padre non sarebbe mai venuto ad un incontro come questo». Dietro a questa battuta c’è un’effettiva novità che mi porto dietro come un guadagno di questo percorso, e come un buon auspicio per il futuro. I padri di oggi appaiono meno monolitici di quelli di un tempo. In passato i padri non potevano essere messi in discussione, perché rappresentavano la norma, l’autorità per eccellenza. Oggi le dimensioni del confronto con le donne, i figli, gli operatori, i ricercatori non sono vissute da questi padri come un segno di debolezza ma come un arricchimento nel loro modo di interpretare la paternità. Già questa realtà di una paternità più riflessiva e disposta al confronto mi sembra un cambiamento non da poco.