Le parole per dirlo
di Monica Lanfranco
Nel suo importante e dirompente saggio L’eunuco femmina la scrittrice nordamericana Germane Greer afferma:”Si sa che il padre è necessario, ma non si sa come definirlo se non negativamente”.
Questa frase colpisce per la sua parziale veridicità: se escludiamo il linguaggio dominante patriarcale sia nella laicità (fino a poco tempo fa anche in occidente il diritto di famiglia si basava sulla ‘patria’potestà) sia nella religione, dopo padre porta la maiuscola, la figura paventare maschile della coppia genitoriale eterosessuale è stata definita come non-madre.
Una pellicola leggera come Miss Doubtfire la dice lunga sulla difficoltà a raccontare il padre moderno, e se pensiamo al raccapricciante neologismo di mammo possiamo ben renderci conto di come il linguaggio dia ampio spazio all’assenza di fantasia e di modelli ai quali riferirsi.
Di narrativa, e di saggistica sulla figura materna sono pieni gli scaffali, dagli anni ’70 in poi, grazie alla fitta e colta ricerca dei movimenti femministi; meno, molto meno invece se si cerca per parola chiave relativa alla paternità. Delle ultime pubblicazioni vogliamo ricordare Il padre materno - da San Giuseppe ai nuovi mammi della psicoanalista Simona Argentieri (Meltemi), Il mio orecchio sul suo cuore di Hanif Kureishi (Bompiani), Il mestiere di padre e Il padre - l'assente inaccettabile di Claudio Risé solo per citarne alcuni. E mentre l’editoria non decolla sul tema paterno, fatta eccezione, questo sì, per la manualistica relativa ai primi anni di vita, ovvero come allacciare un pannolino o scaldare il biberon, cominciano a fare capolino alcuni documenti di riflessione sul ruolo paterno, che vale la pena di segnalare.
In occasione del recente e catastrofico referendum sulla procreazione assistita il gruppo Maschileplurale scrisse, tra l’altro:”Respingiamo una concezione secondo cui la libertà dell’uomo cresce dove la libertà della donna venga limitata, negata, ostacolata. Non siamo disponibili a progetti di ‘rivincita’ del maschio. Questa cultura maschile non ci rappresenta come uomini.
Siamo convinti che la libertà delle donne sia condizione essenziale della nostra stessa libertà di uomini. Noi pensiamo che la paternità sia relazione, non un atto di proprietà. Sono padre perché con il bambino e la bambina costruisco una relazione che coinvolge il mio corpo e le mie emozioni.
Ma per diventare bambini e bambine gli embrioni hanno bisogno del desiderio, del corpo della madre e dell’amore: senza tutto questo non nasce vita. Come può una legge dare ordini o imporre proibizioni alle donne in questo campo? Non dovrebbe, lo Stato, limitarsi a creare le condizioni perché maternità e paternità si possano esercitare nel miglior modo possibile? La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita ci appare violenta nei confronti delle donne, perché aggiunge sofferenze al dolore derivante dalle difficoltà ad avere figli o dal pensiero di mettere al mondo bambini e bambine con gravi problemi di salute. Ma è violenta anche verso noi uomini, perché ci impone un ruolo di proprietari e controllori che contraddice la nostra idea di paternità come relazione e scelta d’amore”.
Un terapeuta tedesco, Bernd Bocian, scrive in una riflessione sui problemi di coppia alla nascita del primo figlio o figlia: “La nascita di un figlio rappresenta un grande cambiamento per la coppia, le prime settimane e i mesi successivi sono caratterizzati da gioia ma anche da grande fatica. La ricerca a livello europeo ha evidenziato che un significativo numero di coppie entra, a seguito della nascita di un bambino, in una difficile e improvvisa crisi matrimoniale. Per l’uomo può essere, per esempio, difficoltoso accettare che sua moglie e suo figlio formino una nuova coppia simbiotica da cui lui resta escluso, insieme ai suoi bisogni emotivi e sessuali e con la percezione di non essere amato e desiderato dalla moglie, come prima. Se a questo si aggiungono per un periodo le sintomatologie depressive della donna, la situazione si complica. Spesso l’uomo, ritornando a casa dal lavoro, trova una situazione che gli richiede molto: ha da occuparsi del bambino e nello stesso tempo delle aspettative da parte della moglie: sostegno emotivo e pratico. Può essere troppo, anche per l’uomo più forte“. Penso possa essere d’aiuto, in questa situazione, riflettere e approfondire insieme in un ambiente maschile i cambiamenti all’interno della famiglia. Come uomo, marito e padre ho vissuto parte di questa dimensione.
E ancora Massimo Greco, di Uominiincammino:”Da qualche anno, su iniziativa del centro ecumenico Agape, alcuni gruppi di uomini si riuniscono per riflettere insieme, nel rispetto delle differenze e dell’ascolto, mettendo a disposizione un contesto laico di accoglienza. L’ultimo campo uomini era improntato al tema: ‘Tutto su mio padre’, e affrontava un tema nevralgico per la riflessione sul maschile. L’invito di Agape proponeva: ” …In questo weekend cercheremo di seguire il filo rosso che la complessità e la problematicità della parola PADRE evocano in ciascuno di noi. Presenza ingombrante? Assenza inaccettabile? Violenza, dolore, tenerezza? La funzione paterna è naturale o culturale? Quanto siamo simili al padre che detestiamo o che amiamo? Il padre che non abbiamo mai avuto… Che padri siamo? Che padri crediamo di essere? In che senso siamo padri? Ecco alcune domande che possono emergere per ricondurci di nuovo alle radici dell’identità maschile in profonda trasformazione”.
E persino su prese di posizioni politiche contro la guerra fa capolino il concetto di padre. In un toccante documento scritto da Reduci delle Forze Armate degli Stati Uniti ai militari effettivi ed ai riservisti, e firmato da oltre 800 ex combattenti si legge: “Non c’è onore nell’omicidio. Questa guerra è un omicidio detto in altri termini. Quando in una guerra ingiusta, una bomba vagante colpisce una madre con la sua bambina, non è un ‘danno collaterale’, è un omicidio. Quando in una guerra ingiusta un bambino muore per dissenteria perché una bomba ha danneggiato l’impianto di trattamento delle acque di scolo, non si tratta di un’azione di ‘distruzione delle infrastrutture nemiche’, ma di omicidio. Quando in una guerra ingiusta un padre muore di infarto perché una bomba ha distrutto le linee telefoniche impedendogli di chiamare i soccorsi, non si tratta di ‘annientamento dei servizi di comando e di controllo, ma si tratta di omicidio. Quando in una guerra ingiusta, più di mille soldati di leva provenienti dalla campagna muoiono in una trincea nel tentativo di difendere la città dove sono nati e cresciuti, non è ‘vittoria’, ma omicidio”.
Dei racconti che ci sono arrivati quest’anno, non tantissimi per la verità ma di buona qualità, abbiano scelto quelli che ci sono sembrati possibili tasselli di un mosaico dal quale cominciare a costruire un ritratto a più tinte di questa figura paterna, così precisa nello stereotipo eppure così fragile nella sostanza simbolica. Speriamo che vi piaccia leggerli come lo è stato per noi.
Per informazioni sul Gruppo Maschile Plurale maschileplurale@libero.it e www.centroecumenicoagape.org maschileplurale@yahoo.it - web.tiscalinet.it/uominincammino