concorso pace n 4 2004 - MAREA
 

concorso pace n 4 2004

sommario


Perché questo concorso
di Monica Lanfranco
Tre esempi di percorsi di pace 
trad. a cura di M.G. Di Rienzo

Le prime due classificate
Fiori
di Laura Naselli
Breve viaggio 
di Rosella Caleca
 
Le altre cinque classificate
Danny e Nidal 
di Miriam Marino
Senza passare alla storia 
di Giovanna Providenti
Il giardino di Donata
di Ierina Dabalà
Siamo tutti pacifisti 
di Emanuela Profumo
Dove fiorisce la vita 
di M. Maddalena Monteriso

Fuori concorso
In mancanza di tutto, amche l'inferno diventa sopportabile
di Igiaba Scego

 

 

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Perché questo concorso

 

di Monica Lanfranco

 

La frase che ha dato lo spunto a questo concorso della rivista Marea ci ha colpito ben prima che si scatenassero le ultime guerre del nuovo secolo; come accade sovente quando la poesia sfiora con la sua lieve pesantezza temi grandi, quali la vita e la morte, così la poetica di Amrita Pritam

ha fornito in poche parole una chiave di lettura efficace per descrivere la pace, o meglio il suo processo: ”pace non è solo assenza di guerra, ma dove la vita fiorisce”.

E’ in quell’immagine di vita che fiorisce (e non soltanto nella sua bellezza, ma anche nella sua fatica, stanchezza, intoppi, sbagli) che abbiamo creduto potesse esserci quello sguardo femminile  divergente e lucido che cerchiamo dovunque, nel nostro ormai decennale lavoro di rivista di donne.

I racconti che sono arrivati alla giuria sono stati meno, dal punto di vista numerico, rispetto alle precedenti edizioni. In parte per la difficoltà che troviamo a farci conoscere all’esterno, in parte perché la violenza che ci circonda è talvolta così pesante che ci vuole ‘calma e sangue freddo’ per non fuggire a gambe levate dalle sollecitazioni a fermarsi a riflettere su ciò che accede, e sui modi per cambiare. Per questo forse è ancora più grande il nostro ringraziamento a coloro che hanno resistito all’impulso e si sono messe a scrivere, inviandoci poi i loro lavori. In questo numero speciale di Marea, che come ormai da cinque anni trasforma l’ultima rivista da saggistica a letteraria, abbiamo chiesto a due amiche di regalarci le loro parole e la loro ricerca sul tema della pace. Qui di seguito le traduzioni fatte da Maria G. Di Rienzo, coautrice di Donne disarmanti - storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, che spulciando in alcuni siti ha trovato queste storie vere di trasformazione  di violenza e guerra in realtà di pace e condivisione. In appendice, a degna chiusura della raccolta dei racconti selezionati, una novella di una nostra giovane e nuova compagna di strada, Igiaba Scego, che stia iniziando, da autrice, a farsi strada in libreria con narrazioni impegnate e ironiche allo stesso tempo.   

Buona lettura e grazie come sempre per il vostro sostegno.

 

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TRE ESEMPI DI PERCORSI DI PACE

 

La festa di Bess

Nel 1995, Bess Lyn Sannino, di nove anni, era molto arrabbiata quando
scoprì che la sua casa era stata visitata da ladri. I soldi nel suo
salvadanaio, il mangianastri e i suoi dolci di S. Valentino erano spariti.
La porta principale dell'abitazione era stata insozzata da uova marce. Bess
era sicura che i ladri erano suoi vicini di casa, degli adolescenti che in
precedenza avevano coperto di graffiti il garage della sua famiglia.
La madre di Bess, una Quacchera, aveva dubbi sul denunciare il fatto alla
polizia. Parlò con il padre di uno dei giovani sospettati, che la
incoraggiò a lavorare con la polizia, di modo che il fatto costituisse una
lezione da apprendere per i ragazzi. Un sensibile ufficiale di polizia
lavorò per una settimana per rintracciare tutti i genitori dei quattro
sospettati. Una delle madri aveva due lavori, e non riusciva ad essere a
casa prima delle 11 di sera. Uno dei padri era stato ricoverato in ospedale
a causa dei suoi scoppi di violenza incontrollata. Le famiglie dei quattro
giovani erano stressate e piene di problemi. Nelle conversazioni che
seguirono, tutti i genitori e l'ufficiale di polizia furono d'accordo che
non vi sarebbe stata denuncia penale se gli offensori avessero deciso di
sanare il loro gesto in modi più significativi. Tutto quello che era stato
sottratto fu restituito, ma inoltre i ragazzi e i genitori si accordarono
su forme creative di riparazione. Uno dei giovani scrisse un saggio
sull'integrità, e andò a leggerlo a Bess. Gli altri vennero a lavorare in
giardino e a svolgere incombenze domestiche. Ma Bess ritenne di aver
bisogno di guarigione a livello più profondo, perciò chiese alla madre di
aiutarla a dare una "Festa del Perdono" per i ragazzi che avevano rubato in
casa loro. Bess preparò una grande macedonia, decorò con festoni la casa e
il giardino, e un bel po' di musica venne dal mangianastri precedentemente
rubato. Non solo i quattro ragazzi parteciparono alla festa, ma vennero
anche i loro genitori e i loro fratelli e sorelle. Rabbia e vergogna si
trasformarono in gioia e comunicazione. Offensori e offesi guarivano insieme.
Quando a Bess venne chiesto di raccontare questa storia, lei lo fece con un
tono del tutto ordinario. Per lei, era la cosa più normale e naturale del
mondo, dare una festa per le persone che erano entrate nella sua casa a
rubare e compiere atti vandalici. Era davvero sorpresa che così tanti
adulti fossero impressionati dalla sua idea.
(dagli archivi della Fellowship of Reconciliation, trad. M.G. Di Rienzo)


La storia di Le Chambon-sur-Lignon, un villaggio protestante (ugonotto) della Francia del centro-sud, che diede rifugio a migliaia di Ebrei durante il nazismo. La voce narrante è di Magda Trocme, vedova del Pastore Andre Trocme.

Mio marito, Andre Trocme, era un pastore protestante. Durante la II guerra mondiale, vivevamo con i nostri quattro figli nel villaggio di Le Chambon-sur-Lignon in Francia. Il nostro villaggio era protestante, e aveva una grande chiesa. Il sermone della domenica era anche un’occasione di apprendimento, all’epoca, e molto importante, perché non avevamo cinema o libri. Il sermone della domenica doveva quindi essere qualcosa che interessava a tutti, che ciascuno avrebbe voluto ascoltare. La gente della parrocchia volle un uomo come mio marito, per questo lavoro, non solo per le sue idee sulla guerra e sulla pace, ma perché era generalmente d’accordo anche con le altre sue idee sulla verità e sulla giustizia. Mio marito parlava in modo genuino, interessante e originale. Ha sempre pensato che doveva predicare la pace, assieme ad un miglior modo di amarsi e capirsi fra le persone. La parrocchia lo chiese, quindi, perché lo voleva. Perciò più tardi, quando giunse il pericolo, come potevano non spalleggiarlo? Quando la drole guerre, (la guerra buffa, la chiamavano) fu dichiarata nel 1939, nulla accadde al villaggio. Dopo la caduta della Francia, Andre continuò a predicare come aveva sempre fatto, e a parlare contro la guerra.
Quando la “guerra buffa” cominciò a diventare un affare serio, una povera donna venne da me una notte, e mi chiese di entrare. Mi disse immediatamente di essere un’Ebrea tedesca, di essere fuggita dalla Germania, disse che si stava nascondendo e che cercava rifugio. Pensò che alla casa del pastore avrebbe trovato qualcuno in grado di capirla. E io dissi: “Entra”. Cominciò così. Non sapevo che pericoli avrebbe comportato. Nessuno ci pensò. Ma quasi all’improvviso, molta gente cominciò ad arrivare al villaggio. Se tu vieni a sapere che c’è gente gentile disposta ad ospitarti in casa propria, e pensi di essere in pericolo o lo sei veramente, fai di tutto per arrivare laggiù. Non c’era stata alcuna pubblicità da parte nostra. La gente semplicemente venne. Quelli di noi che accolsero i primi Ebrei, fecero quello che pensavano andasse fatto, nulla di più complicato. Non abbiamo deciso da un giorno all’altro come organizzarci. C’era molta gente che aveva bisogno d’aiuto, e arrivava al nostro villaggio: come avremmo potuto rifiutarglielo? Non è che ci siamo messi seduti a dire “Ora facciamo questo, e poi questo, e poi quest’altro.” Non avemmo il tempo per pensare, c’erano problemi immediati da risolvere.
A volte le persone mi chiedono: “Come avete preso la decisione?”. Ma non ci fu una decisione da prendere. La domanda era: “Pensi sia ingiusto il trattamento che gli Ebrei ricevono? Allora tentiamo di aiutarli!” Non fu nulla di straordinario, per noi. Quando la prima donna venne alla mia casa, io ho solo dovuto aprire la porta e lasciarla entrare. Non sapevo cosa sarebbe accaduto poi. E’ più immediato di quanto si creda.
Più tardi, trovandosi a Marsiglia, mio marito incontrò Burns Chalmers, che era responsabile delle attività dei Quaccheri rispetto agli internati nei campi di concentramento del sud della Francia. Chalmers disse a mio marito: “Monsieur Trocme, quello che non abbiamo è un posto, un villaggio, una casa, un luogo dove mandare le persone che si stanno nascondendo, persone che possiamo salvare. Facciamo fuggire la gente dai campi, ma nessuno li vuole. E’ troppo pericoloso prenderli. Il vostro villaggio è preparato a questo, potrebbe fare una cosa del genere?” Mio marito tornò al villaggio e ne parlò al consiglio della chiesa che gli rispose: “Bene, andiamo avanti.” Così, nel giro di pochi minuti, si dissero disposti a farlo. Sì, ora i pericoli erano manifesti, ma fino a quel momento a noi non era accaduto nulla. Avremmo disobbedito sempre di più. Ormai era un’abitudine per noi!
Un giorno, il prefetto venne a casa nostra e disse a mio marito: “Ora dovete darmi i nomi di tutti gli Ebrei che si trovano qui.” In quei giorni era stato decretato che tutti gli Ebrei dovevano portare un segno, la stella gialla. Mio marito rispose: “Non posso. In primo luogo, non conosco i loro nomi, spesso li cambiano, e non so dirvi chi sono. In secondo luogo, questi Ebrei sono miei fratelli.”
“No, gli disse Monsieur Bach, non sono vostri fratelli. Non appartengono alla vostra religione. Non sono neppure di questo paese.”
“Vi sbagliate, replicò Andre, Qui sono sotto la mia protezione.”
“Dovete darmi i loro nomi, o potreste finire in prigione.”, concluse il prefetto, e se ne andò.
Passarono alcuni mesi, ma alla fine due soldati bussarono alla porta, entrarono in casa e parlarono con mio marito. Andre mise la testa dentro la stanza dove io mi trovavo e mi disse: “Sono in arresto”. In arresto? Perché in arresto? Ma a quei tempi non si osava neppure farla, una simile domanda. Prima che portassero via mio marito, suonò il campanello Suzanne Gilbert, una ragazzina, figlia di un consigliere della nostra chiesa. Veniva a chiederci perché non eravamo ancora a casa sua, a festeggiare il compleanno di suo padre a cui eravamo stati invitati. Potete immaginare cosa accadde. Suzanne vide i soldati, se ne andò di corsa, dicendo a tutti cosa stava accadendo alla casa del pastore, e nel giro di pochi minuti l’intero villaggio si recò a casa nostra, in una sorta di processione. Venivano a salutare mio marito, a portargli doni, doni bizzarri, cose che non vedevamo da anni. Una scatola di sardine, che oggi non è niente, ma in quei giorni una scatola di sardine andava tenuta da parte per i giorni peggiori che sarebbero venuti… Una candela. Da quanto non avevamo candele? E quando ci accorgemmo che nessuno era in grado di trovare i fiammiferi, il capitano dei soldati regalò a mio marito i suoi.
Qualcuno portò del sapone, non quello che avevamo tutti e che pareva di pietra, ma una vera saponetta. E qualcun altro portò della carta igienica, non un rotolo, ma larghi foglietti sciolti di meravigliosa introvabile carta igienica! Fu solo più tardi, quando potei far visita a mio marito al campo (non un campo di concentramento, il campo di detenzione di Vichy) che scoprii il segreto di quei foglietti. Mio marito mi disse che c’erano scritti messaggi in matita, alcuni versetti dalla Bibbia e parole di incoraggiamento, amore e comprensione. Qualcuno dei nostri compaesani aveva trovato il tempo di fare questo per lui.
Alla fine del giugno 1943 fui chiamata al mattino presto da una ragazza, Suzanne Heim. Mi disse che la Gestapo stava portando via i giovani dalla casa degli studenti. Il mio figlio più piccolo, Jean-Pierre, che aveva 13 anni, venne con me perché non voleva lasciarmi sola in un frangente del genere. Facevano scendere i ragazzi dalle scale, fra due file di uomini della Gestapo, per condurli ai camion. Alcuni di questi giovani venivano bastonati al grido di “Schweine Juden! Schweine Juden!” (porci Ebrei). Non potemmo aiutarli. Mio figlio era verde in faccia, come se fosse malato. E disse: “Mamma, io mi vendicherò di questo, un giorno. Tali cose non devono mai più accadere. Farò qualcosa, quando sarò cresciuto.”
Ed io gli risposi: “Ricordi cosa dice sempre tuo padre? Se fai una cosa del genere, un giorno qualcuno cercherà vendetta su di te. Ed è per questo che non finisce mai. Si ripete, e si ripete, e si ripete. Noi dobbiamo fare meglio di così.” Lui rimase silenzioso, e ce ne andammo.
Quando mio marito tornò salvo dal campo di Vichy, dopo alcune settimane di detenzione, continuammo ad aver cura delle persone che si rivolgevano a noi. E dopo la guerra, io ho viaggiato in America per conto della
Fellowship of Reconciliation (La Compagnia della Riconciliazione). Mi è stato chiesto moltissime volte di parlare delle vicende che ho vissuto, perché si potesse imparare da quelle esperienze. Forse, più tardi nelle loro vite, i ragazzi e le ragazze a cui ho raccontato la mia storia si troveranno ad affrontare situazioni del genere: il vedere persone uccise, massacrate, accusate ingiustamente; o persone a cui si cerca di distruggere non il corpo, ma la loro energia, il loro senso dell’esistenza. Allora potranno pensare che ci sono già state persone al mondo che hanno tentato di offrire speranza, amore, aiuto a coloro che ne avevamo bisogno. E magari tenteranno loro stessi. E’ importante ricordare che noi eravamo un gruppo di persone che agivano insieme. Se devi lottare da solo tutto è molto più difficile. Ma noi avevamo il sostegno di gente che conoscevamo bene, di persone che capivano, anche senza sapere precisamente la portata di quello che stavano facendo, anche se non si sentivano certo “chiamate” a farlo per motivi particolari. Nessuno di noi pensava di essere un eroe. Eravamo persone normali che tentavano di fare il meglio che potevano. E a chi leggerà questa storia, voglio dire che io ho solo tentato di aprire la mia porta. Ho tentato di dire agli altri: “Entrate”. E voglio aggiungere questo, per chi mi legge: ricordate che nella vostra vita ci saranno moltissime circostanze che richiedono un tipo di coraggio, un tipo di decisione, che sono solo vostri, che non dipendono da altra gente, ma solo da voi stessi.
Non dirò di più.

Testo raccolto da Philip Paul Hallie in “Fifty Years Ago: Revolt Amid the Darkness: 1993 Days of Remembrance (Washington D.C.: United States Holocaust Memorial Museum, 1994).
Traduzione e adattamento di M. G. Di Rienzo


"Sono io quella bambina", di Kim Phuc

Mentre i politici decidono le priorità finanziarie per i prossimi anni, io
chiedo di loro di non dimenticare quella bambina che, in una famosa
fotografia, corre lungo una strada per sfuggire al fuoco del napalm in
Vietnam. Io sono quella bambina e la mia vita, quel giorno, è cambiata per
sempre. Ho perso due cugini e molti amici in quel bombardamento di 31 anni
fa. Il 65% del mio corpo presentava ustioni, e ho dovuto sottopormi a
numerosi interventi chirurgici. Per molti anni ho vissuto piena di rabbia e
di amarezza verso il mio governo, verso gli statunitensi, e verso chiunque
fosse "normale". Mia madre mi ha sempre assistita durante la mia lotta, ma
è stata anche dura, dicendomi: "Devi capire che il resto del mondo non ha
intenzione di compiangerti. Devi operare un cambiamento, e attraversarlo."
Forse non ce l'avrei fatta, se mia madre non mi avesse insegnato questa
lezione. Il mio viaggio verso l'essere adulta mi ha portato dal Vietnam a
Cuba, e poi in Canada, dove dal 1992 ho cominciato a confrontarmi con il
mio passato e mi sono costruita una nuova casa e una nuova vita. Lungo la
strada molte persone sensibili mi hanno aiutata, primo fra tutti Nick Ut,
il fotografo dell'Associated Press che scattò quell'immagine e mi portò in
fretta e furia ad un ospedale, salvando la mia vita. Ora sono felice,
perché posso fare esperienza dell'amore, della pace e del perdono. Da
adolescente, non volevo avere figli. Pensavo che nessuno avrebbe potuto
amarmi, o desiderare di toccarmi. Ma ora sono sposata, e ho due bellissimi
figli. Sono stata fortunata a trovare così tanta gente che mi ha aiutata, e
ho sempre voluto usare la mia esperienza per aiutare gli altri. Per questo
ho creato una fondazione per i bambini che si trovano nel fuoco incrociato
della guerra. Ci sono milioni di bambini che sono stati traumatizzati dalla
guerra. In alcuni paesi, come l'Afganistan, l'Iraq, la Liberia e la
Repubblica democratica del Congo, è raro trovare un bambino non malato di
guerra. Molti fra loro, feriti fisicamente e psicologicamente, potrebbero
non riprendersi più senza un esteso aiuto.
Durante il secolo appena trascorso, la natura della guerra è
drammaticamente cambiata. Oggi, il 90% delle vittime sono i civili, in
maggioranza donne e bambini, secondo i dati dell'ONU. Durante gli anni '90,
più di due milioni di bambini sono stati uccisi in conflitti armati. Circa
quattro milioni dei sopravvissuti presenta mutilazioni fisiche, e più di un
milione sono orfani, o separati dai loro genitori. L'assistenza umanitaria
a donne e bambini coinvolti in conflitti armati dovrebbe essere la prima
priorità. Sfortunatamente, non mi sembra che lo sia. Non si fa abbastanza
per proteggere le donne e i bambini dagli orrori conseguenti la guerra,
come lo stupro e le mutilazioni, la prostituzione, il reclutamento forzato
di bambini negli eserciti, i traumi psicologici, le separazioni familiari,
e gli abusi fisici nei campi profughi.
Per aiutare a cambiare questo scenario, io sto lavorando con "Save the
Children" e dozzine di altre organizzazioni umanitarie per persuadere le
istituzioni a provvedere maggior protezione per le donne e i bambini nelle
zone di guerra e di conflitto. Le legislazioni non mettono fine alle
guerre, ne' alle terribili sofferenze di donne e bambini, ma almeno
dovrebbero riconoscere che le vittime vengono per prime, e non per ultime,
quando si tenta di riparare alla guerra e ai suoi terribili risultati. Lo
chiedo a nome dei milioni di vittime, quale io sono, delle guerre in tutto
il mondo.
(dagli archivi della Fellowship of Reconciliation, trad. M.G. Di Rienzo)