Non di sola carne
di Monica Lanfranco
“Le donne ragionano spesso sul fatto che il corpo sia per la vita, gli uomini non ci pensano mai che il loro corpo è per la vita.” Questa frase mi colpì come una rivelazione, nella sua apparente semplicità, nel 2001, quando Giancarla Codrignani, figura di spicco del femminismo e della sinistra italiana, la pronunciò come inciso nel corso di una intervista che le feci per il libro Donne disarmanti- storie e testimonianze su nonviolenza e femminismi, scritto con Maria Di Rienzo. Pensai, e lo penso ancora oggi, a maggior ragione in tempi di polemiche legate al velo, all’incremento di bulimia e anoressia tra i giovani in occidente, di rigurgito di violenza familiare contro le donne, che in quella frase ci sia uno dei nodi fondamentali che l’elaborazione femminista ha messo al centro negli ultimi trentanni: non c’è cambiamento realmente incisivo se i soggetti del cambiamento non partono dalla materialità, dai bisogni e dalle potenzialità dei loro corpi. Corpo come mappa geopolitica che traccia le rotte del desiderio, della costruzione di senso comune collettivo su grandi argomenti come sessualità, giustizia, diritto, differenza e uguaglianza, limiti e permessi nella sfera individuale e sociale.
È sul corpo e intorno ad esso, su chi ne ha il controllo sociale simbolico e concreto, che si combattono le guerre più aspre nel nuovo millennio, come risultato di conflitti non risolti che l’umanità si trascina dietro senza essere capace di segnare punti fermi globali, con la stessa facilità con la quale invece detta le regole economiche negli scambi e nel commercio.
Non esistendo una economia politica della differenza sessuale (così intitolò Lidia Menapace un suo testo negli anni ’80 ancora oggi insuperato per le domande che apre circa la centralità della questione femminile in occidente) la politica spesso balbetta e oscilla pericolosamente tra noncuranza e delirio di onnipotenza quando di mezzo c’è l’ingombro del corpo delle donne a fare ostacolo: non è forse vero che, limitandoci alla sola Italia, sono oltre due decenni che si dibatte, o si rimuove, su questioni come autodeterminazione su aborto, fecondazione assistita, adozione, concetto di famiglia, definizione e delimitazione della violenza? Solo recentissimamente, anche in conseguenza di fatti di cronaca cruenti, si è levata una voce inedita da parte di gruppi di uomini che hanno pubblicamente iniziato a mettere al centro l’assunzione di responsabilità politica sulla violenza e in generale nella relazione con le donne partendo dall’affermazione di essere fatti di un corpo che può anche trasformarsi in un’arma offensiva e talvolta letale per l’altra da sé. Nell’appello si legge:”La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini. Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata da uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi "evoluti" dell'Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell'omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d'Europa afferma che l'aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo. E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche. Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne? Resta il fatto che esiste ormai un'opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescentimaschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo. Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.
La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo. Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari,
l'amicizia e l'amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento. Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell'ordine patriarcale.
Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva.
La violenza è l'emergenza più drammatica. Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città
manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale. Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà.
Il corpo femminile è negato con la violenza. Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.).
Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell'accademia, nell'informazione, nell'impresa. Lo sguardo maschile - pensiamo anche alle organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell'informazione, nel mondo del lavoro.
Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi”.
Su dovrà aspettare prima che queste parole producano, al di là del successo immediato che ha avuto l’assemblea pubblica nella capitale nella quale si è presentato l’appello, un effetto reale nella società. Più prosaicamente mi si affacciano associazioni mentali, spicchi di ricordi, circa pezzetti di riflessione maschile sul corpo dell’altra: il cantante Roberto Vecchioni mi consola, mentre coraggiosamente e onestamente cantava che sì, della sua amata ammirava l’intelligenza, ma con quella non ci faceva una canzone, e quindi lui ne celebrava il cuore e anche il culo. Il poeta Paplo Neruda innalza la sua passione carnale benedicendo le natiche dell’amata, assieme all’altro morbido e consolante approdo del piacere, i suoi seni. Federico Fellini, che dei grandi e felici sederi delle sue donne eccessive faceva dei trionfi di vitalità e di gioia. Per quanto possano piacere o non piacere, questi ed altri modi di salutare e ammirare quella parte del corpo delle donne sono pieni di riconoscimento, non attengono alla funzionalità, bensì allo stupore e alla celebrazione del mistero della differenza, dell’alterità sempre rinnovata del corpo dell’altra e della sua meraviglia.
Ma è ancora lontana una presa di parola compiuta su proprio, di corpo, e purtroppo l’unica, ossessiva attenzione maschile circa la propria corporeità è molto alta per una parte sola, e piuttosto risibile quanto a estensione. Sembra una battuta, ma non lo è: in Italia, nel 2003, il 40% dei maschi intorno ai 35 anni, ritiene che un pene ‘inadeguato’ esponga al tradimento da parte della compagna; un analogo 40% lo ha misurato almeno una volta, ma non ne conosce la fisiologia e le sue componenti; il 52% pensa che avere un genitale di taglia superiore alla media dia sicurezza nei rapporti sociali, e un uomo su tre si vergogna del suo organo. Sembra che ‘ce l’hai piccolo’ sia l’insulto più temibile, la ferita più dolorosa e invalidante per un italiano adulto: un cittadino che, statisticamente, non solo gode mediamente di tutti i diritti civili, attivi e passivi, ma che per oltre due terzi ha una famiglia, relazioni e responsabilità sociali, in due parole è un uomo emancipato.
Errore: non si sfugge dallo spettro agghiacciante della misura del pisello, per quanto incredibile sembri. I dati, forniti dall’indagine dell’Associazione Italiana per la ricerca in sessuologia effettuata tre anni fa dicono che su 1072 uomini di età media 37 anni pochi sono sereni di fronte a quella porzione di corpo cavernoso, sangue, pelle e terminazioni nervose, che nelle barzellette tramandate dalla tradizione goliardica tristemente veridica è con orgoglio definita dagli ignoranti e orgogliosi possessori ‘per di più fatto da osso’. Oltre 300 sono stati gli italiani nell’ultimo anno a fare richiesta di intervento chirurgico per allungare o migliorare esteticamente il proprio pene, a fronte delle oltre 300 mila prescrizioni in tutto il mondo. Quello che fa riflettere, tra l’altro, è che solo un’infima parte delle richieste sono motivate da reali condizioni di minorità dell’organo. La stragrande maggioranza delle richieste è avanzata da uomini ‘normali’ (vengono i brividi a scriverlo) quanto a misure. La motivazione è, appunto, l’inadeguatezza presunta, dettata da regole non scritte ma fermamente radicate e quindi tiranne, la non perfezione estetica, la vergogna nel possibile confronto derivato dalla sindrome dello spogliatoio, quel luogo dove credevamo, noi ragazze, che gli uomini (ma quelli ormai dell’età della pietra) facessero gli sbruffoni magnificando le loro imprese amatorie, come pescatori bugiardi, in attesa di crescere grazie anche a questi passeggeri rituali tribali. Invece no, pare che lo spogliatoio, o qualunque altro luogo dove è possibile che lo sguardo sfugga lì dove il confronto duole, sia fonte di ansia e sconforto. Scriveva Francesca Duranti nel suo Piazza, mia bella piazza: “La sessualità maschile è un meccanismo delicatissimo che bisogna trattare con rispetto: soprattutto quanto si ha per compagno uno di quegli uomini, più fragili degli altri, che sollevano intorno alle proprie debolezze il polverone della logica”. Magari si trattasse di logica, qui siamo alla bruta quantità. Se Freud sapesse: ceffato il bersaglio con la ben nota teoria dell’invidia del pene da parte delle bambine, qui bisogna rimboccarsi le maniche del cervello e fare i conti con la permanenza perniciosa e pervasiva di quel triste celodurismo tutto italico e governativo che, dietro alla facciata greve e vincente, restituisce nella vita quotidiana uomini tormentati e fragili, quindi potenzialmente rancorosi e aggressivi, non perché intellettualmente o sentimentalmente inadeguati, ma perché il pisello è, forse, piccolo.
A dire il vero c’è un ambito dove la voce maschile si fa sentire, e vale la pena di prenderla in considerazione, visto che l’investimento economico per megafonarla è grandioso, come ad esempio il tappezzamento attuato nella metropolitana di Parigi da grandi cartelloni per pubblicizzarli: i nuovi magazine ‘maschili’. Il vociare è assai diverso da quello di Playboy e Playmen: se questi puntavano sulle immagini del corpo femminile, tranne rari articoli di firme prestigiose, questa ultima generazione (Fox, Men’s Health, Men’s Magazine), puntano sulla scrittura e sul corpo dell’uomo per l’uomo, e lanciano l’offensiva verso le donne con slogan come :”Ricorda che da che mondo è mondo è lei che ti stira le camice” oppure “Il mondo come Uomo comanda”. Gli articoli non solo promettono ricette per una forma fisica perfetta, (una costante ed ossessiva presenza della religione ‘sodo e tonico’ ad ogni costo) ma anche consigli per ‘tenere a bada le avversarie. Per esempio: ”Strategie per fare colpo su una donna: tenere in braccio un bebè senza sembrare a disagio. Donne colpite molto favorevolmente: 75%. Il trucco: tieni il bambino in verticale tenendogli la testa e il collo appoggiati al tuo petto, per sostenerli. Fallo saltellare delicatamente se si lamenta, passalo a qualcun altro senza farti prendere dal panico se puzza”. Espliciti gli editoriali sul sesso, di taglio ‘che sa da fa per rimorchiarè: “Gli esperti sostengono che le donne hanno bisogno di quindici minuti di preliminari. Diciamolo: un terzo di un tempo di partita di calcio non è poco. Passato a fare preliminari, poi, sembra un'eternità. A noi, lo sappiamo tutti, basterebbe molto meno (per proseguire col clima calcistico, ci fermeremmo al primo fallo)”. E via andare. Che ne pensa Sandro Bellassai, storico, uno dei pochi uomini che in questi anni, nella rete Maschileplurale, lavora per avviare anche in Italia una riflessione di genere dal punto di vista degli uomini? “I magazine maschili sono la versione nostrana di fenomeni editoriali, e più in generale di orientamenti politico - culturali già presenti da tempo in altri paesi (Usa in primis). È indubbiamente un backlash, sarà troppo banale ma è così: le trasformazioni dei modelli femminili e in generale le insicurezze diffuse a tutti i livelli dell'identità si riflettono ovviamente sulla mascolinità, e spingono gli uomini ad appoggiarsi ad autorappresentazioni in termini di virilità, dominio, potere. È la solita relazionalità del maschile e del femminile, per cui gli uomini non possono permettersi di stare fermi se le donne si muovono, anche andando "indietro". Di nuovo c'è che l'identità maschile in quanto tale esce parzialmente dalla tradizionale invisibilità, e non è poco: questi maschi parlano e si presentano in quanto maschi e non in quanto "persone" neutre. Già questo la dice lunga sulla rilevanza del confronto/competizione con le donne: è di fronte all'altra che vediamo noi stessi. Decenni fa l'altra era considerata muta, cieca e invisibile: adesso che il suo sguardo e la sua parola hanno acquisito una dignità sociale difficile da ignorare, e quindi gli uomini diventano "oggetto" di sguardo (vedi Full Monty), essi non possono fare a meno di vedere se stessi, quella parte sessuata di se che prima faceva loro comodo ignorare. Da questo punto di vista, non mi sembra che quello del neomaschilismo - riviste comprese - sia un fenomeno/fossile, ma che dica di una dinamica modernissima: è a causa del mutamento non più tradizionalmente controllabile che sorge l'esigenza di affermare una supremazia che prima era considerata così "naturale" da non aver bisogno, come il giorno e la notte e l'aria che respiriamo, di argomentazioni, spiegazioni, legittimazioni”.
In Italia, e più in generale nei paesi europei più vicini, come Germania, Francia e Inghilterra una delle trasformazioni delle abitudini maschili a cui si è dato mediaticamente più risalto è quella legata al fenomeno del ‘mammo’, orribile neologismo che sottende, nel concreto, l’assunzione priva di responsabilità, creatività e autonomia da parte del neo papà del ruolo materno (in fotocopia) supplente. Miss Doubtfire docet. Silenzio totale, tranne che sui femminili nelle rubriche dedicate alla sessualità, sullo stato delle relazione uomo – donna, con rare eccezioni per le analisi emergenziali sulla famiglia quando la cronaca nera si impone, e le statistiche ci informano che i delitti tra consanguinei, conoscenti e colleghi hanno superato, per ferocia e numero, quelli tra sconosciuti, e che sono gli uomini in grande maggioranza gli assassini, e le donne (con bambini e bambine) le vittime.
Possibile che una trentina d’anni di movimenti delle donne non abbiamo provocato alcun smottamento nella cultura delle relazioni tra i sessi, e ingenerato tra gli uomini qualche, seppur lieve, spostamento? Non è del tutto così. L’attività più evidente non è all’esterno, (qualche anno fa ci provarono gli uomini in nero, in occasione dell’8 marzo, a chiamare i maschi ad una presenza specifica contro la violenza maschile, ma non ci fu seguito) ma le sorprese arrivano da Internet, dove vale la pena di navigare alla ricerca di virtuali agorà maschili. Stile di analisi, spunto d’esordio, capacità di comunicazione e creazione di rete sono assai differenti nei diversi luoghi nel web, ma in tutti è trasparente un fattore comune: il rifiuto della violenza sulle donne inflitta dal loro stesso genere. È il caso del sito nato in Canada dopo il massacro di Montreal, quando il 6 dicembre del 1989 un giovane di 25 anni entrò in una scuola e fece fuoco uccidendo quattordici studentesse, scelte proprio perché donne, e ferendo gravemente altre tredici persone; lo shock fu enorme, e nel nome delle vittime fu avviato un processo straordinario di dibattito all’interno della città che ha portato il Canada ad essere non solo lo stato che ha un numero di persone con il porto d’armi più basso nel Nord America, ma anche ad avere un programma di monitoraggio e di attenzione alla violenza tra i giovani mai eguagliato nel continente americano. Non è un caso che nel magistrale Bowling Columbine il regista metta in bocca ad un ragazzo canadese la frase “Non capisco perché negli States tutti sono armati; noi quando ci sono problemi parliamo”. Nel sito sono riportati i link del web ring dedicati alle associazioni maschili contro la violenza, dove rintracciare persino i kit di aiuto immediato per uomini in difficoltà a controllare l’aggressività, nonché i siti mondiali della campagna white ribbon, fiocco bianco, simile come logo a quella per sostenere la lotta all’AIDS e alla discriminazione nei confronti delle persone malate dedicata in questo caso all’estensione della sensibilizzazione contro la piaga della violenza alle donne, dentro e fuori la famiglia. Tra i link segnalati colpiscono quelli latino-americani, brasiliani in particolare, che stanno facendo un grande lavoro contro la cultura machista specialmente tra i ragazzi, e globalmente impressiona la creatività grafica e l’impegno a comunicare speranza, nonviolenza e positività nella grafica e nei contenuti. Più aggressivo e rivendicativo il sito italiano Uomini 3000, portale utile per connettersi con le risorse italiane in materia. Rino Barnart, owner del sito spiega così i motivi dell’aggressività del portale nei confronti del femminismo: “Le donne hanno il pieno diritto di combattere per i propri interessi ed il proprio potere in tutte le forme possibili, hanno anche il pieno diritto di negare che questa lotta avvenga contro i maschi dissimulandola come lotta contro il maschilismo. Anche questa dissimulazione è legittima perché fa parte del conflitto. Il punto è che anche gli uomini stanno incominciando a fare altrettanto, ma questo loro diritto viene negato sulla base del fatto che essi sono ancora i privilegiati. Le donne raccontano la loro storia ed esigono che sia creduta. Anche gli uomini incominciano a farlo ma il loro racconto viene dichiarato falso in quanto, se vero, potrebbe rappresentare una fonte di vincoli e di responsabilità per le donne”. Il sito è molto visitato, e sono in molti i giovani che vi fanno riferimento, segno che l’assenza di punti d’approdo e di modelli è un problema diffuso.
“Le nuove generazioni sono sempre più diversificate come identità maschile, - spiega ancora Bellassai. – e non da oggi ma sempre più da almeno un secolo (con un'accelerazione a partire dagli anni cinquanta-sessanta). Questa è già una dinamica di crisi-trasformazione della mascolinità: le opzioni identitarie si moltiplicano, non esiste più una norma trascendente e assoluta ma si afferma progressivamente una sorta di libero arbitrio identitario. Molti ragazzi sono oggi incredibilmente a loro agio di fronte al femminile in trasformazione o al maschile "eterodosso". Altri, naturalmente, seguono la vecchia strada del sentirsi meno "uomini" se deprivati del potere sulle donne come genere (nel loro complesso), o di una parte di esso. E quindi reagiscono nell'unico modo che conoscono: rafforzare i tratti legati alla forza, alla violenza, affermare con le cattive un dominio che non è più disponibile con le buone. Lo stupro può essere considerato anche come la drammatica occasione di affermare simbolicamente e materialmente tutto questo. D'altra parte lo stupro è la manifestazione estrema di una dinamica sessista che agisce anche ad altri e più sottili livelli: e questo ha a che fare con quello che dicevo sopra.
Fatto questo quadro che aspettarsi dagli uomini, in un ragionevole futuro di breve periodo, accanto e oltre la cifra ragguardevole di oltre 459 miliardi in prodotti cosmetici spesi nel 2001 non più dalle donne ma dagli uomini?
“Per gli uomini nel loro complesso la legittimazione a una certa cura di sè, dal punto di vista estetico, è un fenomeno abbastanza nuovo (50 anni circa)- risponde Bellassai-. Questo è diventato possibile quando gli uomini sono stati rassicurati da se stessi (dalla pubblicità, dalla cultura di massa, dagli "esperti" della psiche umana) che non sarebbero diventati meno virili per il fatto di essere più attenti al proprio aspetto, cosa che prima - e per molti anche dopo - era associata all'effeminatezza. Ed essere tacciati di effeminatezza è una delle più terribili angosce degli uomini, che in definitiva si sentono sicuri solo entro un chiaro e invalicabile recinto identitario, e solo piazzati su un piedistallo che li ponga, loro uomini bianchi occidentali eterosessuali ossessionati dal dover esibire la propria virilità in ogni momento pubblico e privato della vita, al di sopra delle donne e degli uomini "devianti". Finché non si esce dal circolo vizioso virilità-potere-sicurezza non so quanto si possa e si voglia praticare un confronto realmente costruttivo con l'altra e gli altri. Molto è già in movimento, perché sempre più ragazzi e anche uomini rifiutano questa ideologia performativa e prescrittiva della virilità, ma bisogna considerare che non abbiamo a disposizione modelli di mascolinità, culturalmente tramandati, in cui non sia sempre presente il legame fondante potere-identità. E quindi ci vorrà un pò, prima di vedere qualcosa di nuovo in giro: qualcosa di ampio e diffuso, intendo”.
BOX
In Italia si può ricevere gratuitamente la newsletter di Uomini in cammino web.tiscalinet.it/uominincammino del gruppo di Pinerolo, oppure isciversi alla lista Maschile plurale maschileplurale@libero.it . A Bologna è attiva l’associazione uomini contro la violenza alle donne www.comune.bologna.it/bologna/zerotolerance/menu/menu_associazione.htm
Da non tralasciare il sito www.uominicasalinghi.it
All’estero sulle attività dei gruppi (anche istituzionali) ‘profeminist’ si può consultare www.europrofem.org ;molto interessante anche il sito dedicato all’analisi e alla prevenzione maschile della violenza contro le donne www.webring.org/ che a sua volta rimanda a decine di altre risorse. Esiste anche la campagna del fiocco bianco (simile a quello rosso per l’Aids, qui tematizzato contro lo stupro) www.whiteribbon.ca/ e il sito storico aggionatissimo, fondato nel 1982, www.menstoppingviolence.org .Tutto sul massacro di Montreal lo si trova su www.howdyneighbor.com/