Consumi e bisogni
di Tiziana Plebani
Nell’estate 2002 il Manifesto pubblicò un appello di Carla Ravaioli e altri agli economisti cui fece seguito una lunga serie di interventi sul tema dello sviluppo sostenibile con una grande varietà di posizioni.
Fu un dibattito molto interessante che proposi alle mie amiche come base di discussione sull’economia e sul mercato spostando però il punto di partenza: da una visione generica a una prospettiva a partire da sé, una pratica femminista che riesce ad affrontare tematiche anche ardue e fa comprendere come il mercato siamo anche noi (su questo si veda di Luisa Muraro Quando il mercato è dentro di sé seminario di Diotima in rete nel sito della Libreria delle donne di Milano) e che la globalizzazione non è solo una parola di moda ma fa parte della nostra realtà.
A questa leva di soggettività, bisogna anche affiancare letture e riflessioni perché la complessità del tema è grande e vaste le implicazioni a livello planetario.
Il dibattito degli economisti aveva l’indubbio valore di riconoscere la necessità di un piano di consapevolezza e di pratiche politiche che focalizzassero la rilevanza del piano quotidiano degli scambi, delle pratiche, dei saperi della vita comune, ripensando ai bisogni e ai consumi anche in rapporti non solo di sfruttamento con la Madre terra. In alcuni, che riprendevano le tematiche care a Bateson, si prospettava un modello di villaggio primitivo dotato di tutti i ritrovati tecnologici, ovvero un’austerità moderna.
Abbiamo così iniziato una serie di incontri sulle nostre relazioni con il lavoro (quale la rilevanza nella nostra vita), il denaro e i bisogni, poi abbiamo sentito la necessità di maggiori approfondimenti e scambi con donne che avevano una competenza specifica. Le analisi e le pratiche politiche che si rintracciano nel vasto movimento antiliberista non ci sono estranee e danno strumenti di comprensione tuttavia sono spesso neutre e poco attraversate dal genere e dai conflitti.
Da tempo sono molto interessata a questo tema e vado ripensando il mio rapporto con le merci, i desideri che vi si celano, le compensazioni, la mia insoddisfazione rispetto a una concezione materialistica della vita e dei bisogni mentre desidero sviluppare e condividere un’idea di comunità e di spiritualità laica in cui anche il “consumo” trova un suo posto e la sua dimensione. Si tratta di immettere pensiero e capacità di scelta nei nostri consumi, desideri e bisogni, perché non vi sia solo coazione all’acquisto e volontà eterodiretta.
Come altre e altri ho sviluppato quindi delle pratiche di consapevolezza all’acquisto (mi documento sul materiale del movimento consumatori, Green Peace e altri), di conseguenza boicotto regolarmente, evito cioè di acquistare, i prodotti delle grandi multinazionali, preferisco acquistare prodotti locali e stagionali, evito il più possibile le grandi distribuzioni. Bisogna sfatare il luogo comune del risparmio nei grandi centri commerciali: quando vai in questi luoghi che sono stati definiti – non luoghi- anonimi e spersonalizzanti, si ha l’illusione di risparmiare mentre si viene spinti ad acquistare di più e altro di cui non si ha necessità; inoltre è importante mettere a fuoco lo scadimento di qualità del tempo occupato in questi ambienti.
Sono stata spinta ancor più sulla strada di un diverso acquisto per il fastidio causato dalla pressione sui consumi infantili, ho un figlio ancora piccolo, e non v’è dubbio che nella nostra società i bambini, a differenza della mia infanzia, sono al centro di un mercato e di una propaganda all’acquisto selvaggia e violenta.
Sempre più io vedo quindi nel ruolo di consumatrici, consumatori consapevoli una leva straordinaria di potere, che non è solo sottrazione dalle logiche macroeconomiche partendo dal piccolo, dal quotidiano. Scelta che può inoltre alimentare quelle economia informale che risponde di più ai bisogni dei cittadini e del rispetto del contesto locale, come scrive Saskia Sassen. Fare la spesa, consumare, data la centralità delle merci nella nostra società, se fatto in modo diverso, può davvero spostare gli equilibri macroeconomici, dando la possibilità anche, la possibilità –
fondamentale dal punto di vista esistenziale- di immettere soggettività in processi che paiono anonimi, governati da poteri invisibili e al contempo invasivi, rendendo più comprensibili e influenzabili anche dal basso le dinamiche economiche.
Ma oltre a ciò si tratta di innescare un’etica dei bisogni e dei desideri che va ricreata a dignità del valore della vita, dove non sia più possibile che le merci riempiano, occultino e ingombrino il posto di relazioni, tempi e spazi per il sé e la socialità, coprano silenzi e solitudini.
Vi sono altri campi dove, a mio parere, pulsa la dimensione del presente, la posta in gioco del nostro tempo. Il lavoro sui bisogni e sulle merci, che abbiamo iniziato con alcune è un campo di lavoro a partire da sé sui temi della riduzione a merce della nostra vita e le strade per uscirne. Ha ragione chi dice che facciamo politica facendo la spesa e le donne su questo hanno in mano un potere straordinario, di cui forse non ci rendiamo conto. Nel rapporto tra merci e i nostri desideri ruota la trasformazione del modo di produrre e la tirannia dell'economia, la sacralizzazione del denaro: temi che paiono lontani, quell' antiglobalizzazione un po' troppo generica che lascia molte di noi perplesse, ma che invece se ripensati a partire da sé, dal proprio nocciolo di desideri, fa intravedere un percorso nuovo di soggettività, fuori dagli schemi del dominio e dell'impero.Un libro interessante e coinvolgente a questo proposito perché pensato a partire dalle proprie pratiche, anche se impregnato di quel pragmatismo tipico americano che crea indubbiamente delle distanze, è il Julia Butterfly Hill e Jessica Hurley, Ognuno può fare la differenza.
E dentro a questo ambito certo le donne hanno molto da ripensare, a partire dal desiderio illimitato di maternità e il suo versante di biotecnologie. In quel campo, che è certo territorio di capitali e potere ma fa perno su un desiderio, si gioca una partita cruciale del presente. Si pensi al rapporto tra Ogm e geni umani modificati: il senso del limite che abbiamo perso è fondamentale per trasformare alle radici il nostro modo di pensare, per sottrarci alle logiche di dominio nella mente, perché un altro mondo è possibile ma certo bisogna cambiarne le coordinate. In quel campo genetico, che è certo territorio di capitali e potere ma si è alimentato su un desiderio, quello della maternità e paternità senza limiti e vincoli, onnipotente e che va rivisto.
Ritengo quindi assai importante tutto il Movimento di altroconsumo e ora di boicottaggio delle merci prodotte dalle multinazionali scorrette che è emerso all’attenzione anche grazie a prese di posizione come quella di Umberto Eco.
Tuttavia credo che una leva reale di soggettività e resistenza all’invasione del modello merce nella nostra vità debba comportare una maggiore analisi che mette in rilievo anche le differenze nell’uso del corpo e dei consumi ad esso legato (si pensi inoltre alla violenza dei modelli estetici proposti oggi per il corpo femminile e il relativo mercato di cosmetici, dimagranti ecc., la ricaduta in depressioni, anoressia, disturbi alimentari…)
Sono andata a prendere un libro che avevo appena scorso anni fa Il Mondo delle merci. Oggetti, valori, consumi di Mary Douglas che smentisce l’analisi economica classica che divide i consumi in materiali e spirituali e che motiva il consumo con la competizione e l’invidia degli individui. Douglas invece afferma che i beni (le merci) sono necessari per rendere visibili e stabili le categorie della cultura, essi sono dotati di significato e quindi sono strumenti di comunicazione tra gli individui. La Douglas spiega che “le decisioni di consumi sono tutte scelte che determinano un particolare incalanamento delle risorse…e in ultima analisi esse sono giudizi morali su che cosa è un uomo o una donna, scelte che possono determinare l’evoluzione di una cultura”.
La Douglas mette in collegamento i beni e i consumi come linguaggi sociali e culturali smentendo l’individualità isolata dei soggetti e esaltandone la relazione, la necessità degli altri.
Dunque i bisogni e i beni sono legami societari e fanno da sfondo alle idee di comunità, a utopie, a modelli sociali.
Questo mi spinge a pensare che il bisogno e il consumo e il mondo delle merci siano elementi da riattraversare con questa consapevolezza del loro valore culturale, non appiattendo solo sulle pratiche di boicottaggio ma svelando le relazioni e le diversità: per le donne spesso il rapporto tra spreco e bisogno, lusso e austerità, sono stati diversi nella storia anche per la manipolazione diretta delle risorse e una diversa visibilità del corpo femminile.