casa, dolce spietata casa - MAREA
 

casa, dolce spietata casa

Casa , dolce spietata casa - con la cover di Pat Carra

Casa , dolce spietata casa - con la cover di Pat C...
Casa, dolce spietata casa. Un titolo che suona come un ossimoro, o anche come una dissonanza, uno stridore rispetto all'adagio rassicurante che stava lì, in quei graziosi cartelli di legno dai colori pastello, a ornare con grazia un pò leziosa gli appartamenti negli anni '50. Home, sweet home, appunto. Il tuo rifugio, il tuo nido, il luogo fisico e simbolico della protezione, dell'amore, della sicurezza, degli affetti, della famiglia. "Nelle case non c'è niente di buono, quando la porta si chiude dietro ad un uomo" , cantava Giorgio Gaber a fine anni '80, consigliando la strada, come unica speranza, e indicando la casa come il posto più ambiguo e pericoloso, proprio per quegli affetti. Lui, uomo di cultura e sempre controcorrente, aveva anticipato di circa vent'anni l'emergenza nella quale ci troviamo oggi: l'emergenza morale, politica e civile che ci vede, tutte e tutti, a domandarci se ancora la casa possa essere considerata dolce, o se invece davvero ce la si debba dare a gambe levate, dalla casa.
Ma non è solo una questione di sicurezza, nonostante per la verità la casa sia il luogo più pericoloso per donne e bambini. Si tratta anche di ricominciare a ragionare sull'investimento, tutto femminile, sulla casa come luogo delle identità, e degli stereotipi.
Nonostante le donne abbiano da qualche decennio varcato le porte del mondo del lavoro restano tuttavia inchiodate alla casa, nel simbolico e nel concreto della vita quotidiana, come se perdere il (faticoso e non retribuito nè riconosciuto) terreno di possesso e governo delle faccende casalinghe potesse significare non solo perdere potere, ma perdersi del tutto, diventare meno donne, agli occhi degli altri e di se stesse. E' così? Abbiamo bisogno della casa come luogo della nostra identità femminile? Perchè non riusciamo a trasmettere ai nostri figli, compagni e amici che la dimensione della casa non è meno importante di quella sociale del mondo esterno? Paura di perdere l'unico (ambiguo) potere che abbiamo? Buona lettura

SOMMARIO N 2 /08 

EDITORIALE

di Monica Lanfranco

FARO

[ ATTUALITÀ POLITICA DELLE DONNE VICINE E LONTANE ]

Pama sinatoa, imprenditrici nella terra del sahel

di Sabrina Gasparini

ORCA

[ IL TEMA: CASA DOLCE SPIETATA CASA ]

Da Roma a Varsavia le botte sono fatte in casa

di Tiziana Sforza

Dimore di cura

di Beth Baker

Donne, dichiarate la vostra indipendenza

di Martha Burk

Il disagio violento delle città

di Giancarla Codrignani

Cohousing per tutte?

di Lucia Berardi

La casa-cura del mondo

di Tiziana Plebani

Un presidio come casa

di Irene Rigon

F L US S O [ SATIRA E SARCASMO ]

Casa dooolce casa

di Emanuela Profumo

medusa

[ CORPI CHE CONTANO ]

Fuori dal lavoro, fuori dalla famiglia, reddito per

l'autodeterminazione!

a cura del gruppo A/matrix

Rianimare il feto anche se la madre non vuole

di Anna Maria Spina

Quando la malattia rende il corpo una vergogna

di Sabrina Gasparini

stelle marine

[ RITRATTI DI DONNE ]

Pat Carra - fumettando il mondo visto dalle donne e le donne

non viste dal mondo

di Emanuela Profumo

Conchiglie

[ FILM DA VEDERE E DA RIVEDRE ]

a cura di Barbara Romagnoli

Conchiglie cinema

di Veronica Pesce

SABBIA

[ IL RACCONTO ]

Grumo di sangue

di Marilena Giordi

Prigione dolce casa

di Lucia Cucciolotti

Un presidio come casa

 

di Irene Rigon

 

Se una notte d’inverno un viaggiatore si trovasse nel centro della bella Vicenza, e cercasse un posto asciutto dove potersi ristorare, potrebbe notare in lontananza un imponente struttura bianca. Domandandosi cosa fosse gli si risponderebbe che là è il Presidio. Seconda casa di chi lotta contro la costruzione di un’ulteriore base militare americana nel cuore della sua città. Eretto nel campo ai margini della zona che dovrebbe essere inglobata per ampliare il piccolo aeroporto Dal Molin. Dal 16 gennaio 2007 il tendone non è mai stato lasciato solo. Un’organizzazione attenta ha fatto in modo che ci fosse sempre qualcuno a sorvegliare, sia di giorno che di notte, come simbolo di difesa permanente del proprio territorio. All’interno del presidio convivono numerosi gruppi, non accomunati da una stessa linea politica, ma uniti dall’obiettivo di voler costruire un modello di città, di società, del mondo estranei alla pratica della militarizzazione. Al presidio si ritrovano, discutono, progettano, sognano, dormono, mangiano ragazzi, adulti, anziani, uomini e donne.

Le donne sono un gruppo eterogeneo per età, professione, stile di vita.  Il gruppo donne del presidio no dal Molin è formato da oltre trenta persone che ha steso un manifesto per rappresentare il proprio modo di esser –e, esser -ci nel presidio come nella realtà. Donne che si sentono mobilitate dall’interno per affermare un diritto esterno, quello di vivere in un territorio che rispetti la dignità umana e che non sia calpestato dalla ferocia militare. Sono donne innamorate di ciò che fanno, decise ad andare fino in fondo, ma soprattutto ad andare oltre. A non restare ancorate alle proprie esigenze ma ad avere uno sguardo più profondo, un orizzonte mentale più vasto, un linguaggio adeguato. E proprio alla necessità di un linguaggio specifico si è riferita Monica Lanfranco in un intervento fatto al presidio durante il quale suggeriva alle donne di scegliere con precisione le parole da usare per dare un significato fedele a quello che fanno e a quello si sentono di essere in quel movimento nuovo nelle istanze e nel pensiero. Le donne dicono no a una città recintata per dire si a una città colorata, pacifica, attiva, aperta alle differenze e al dialogo, libera. Come dice Nora: “Il gruppo donne è stato fondato con la missione di far rete con la città, dare informazioni e divulgare le nostre ragioni. Adesso vorrei uscire fuori e portare la gente qua dentro con iniziative culturali che mancano in città”. Il gruppo donne ha camminato in molte direzioni; è stato in Chiapas e in molte località italiane. Abbandonando la rigidità e i pregiudizi hanno guadagnato il gusto della collaborazione, della pazienza, dell’ironia. Loro insegnano l’importanza della mediazione, un atteggiamento che, usando le parole di Annarosa Buttarelli durante una conferenza tenuta allo stesso presidio, si potrebbe tradurre con un “passo a lato”, quello che serve per rendersi conto di quando è giusto togliersi per non farsi assorbire dall’eccesso di emergenza che offusca il pensiero e che è necessario per trovare un accordo.

“Il messaggio che vogliamo comunicare è che noi facciamo una lotta non violenta ma ferma. Abbiamo fatto dei corsi per prepararci alla resistenza passiva e durante le manifestazioni balliamo e cantiamo per trasmettere una modalità allegra di far contestazione”, dice Pinuccia, “ma siamo sempre molto rumorose”, aggiunge Antonella, “ci chiamano il popolo delle pignatte perché sin dalle prime dimostrazioni siamo scese in piazza battendo le pentole per farci sentire”.

Il tendone del presidio è stato allargato, ricostruito e reso un ambiente accogliente. Nella terra attorno sono state seminate piante aromatiche e fiori. “Mi rendo conto di trascurare casa mia, di trascorrere quello che una volta era il mio tempo libero al presidio, ma ci si diverte di più qui. Sotto il tendone si proiettano film che sostituiscono le mie serate al cinema, si fanno le pesche, i tornei di briscola, le cene a tema e tantissime altre attività” dice Nicoletta.

In questi quindici mesi sono state invitate e sono passate da qui molte persone provenienti da altre parti della città, da tutta Italia, dal mondo e ciascuna ha lasciato qualcosa di sè e della propria cultura. Una foto, un manifesto, un oggetto che testimonia quanta energia il presidio è riuscito a raccogliere e a convogliare verso  un medesimo fine.

E questo medesimo scopo ha unito le persone con un filo indistruttibile che ha tessuto relazioni preziose. Racconta Pinuccia: “Stai male se non vieni in presidio. Una parte di noi è qua anche quando non ci siamo, perché qui sono le altre. Ci potremmo definire una famiglia allargata anche perché al presidio si riproducono i meccanismi familiari. Di scontro, come quando arriviamo alla mattina e troviamo che chi ha fatto il turno di notte ha lasciato sporco e disordine…” “…ma anche di crescita” aggiunge Antonella, “come quando i ragazzi del gruppo dei disobbedienti che fino a qualche mese fa non ci salutavano nemmeno, adesso vengono a chiederci consigli e riconoscono di aver imparato a controllarsi e a non opporsi a tutto senza possibilità di mediazioni.”  Pinuccia prosegue: “Mi sento una privilegiata a vivere questa esperienza. Dal punto di vista umano è stata una cosa grandiosa, una crescita per noi”. E con un po’ di amarezza Maria aggiunge: “e d’altra parte purtroppo ci sono stati dei cambiamenti nei rapporti di amicizia con le persone che non hanno condiviso questa realtà perché non vivendo in questo posto non riescono a comprendere la nostra dedizione”.

Luisa Muraro è stata tra le prime a sostenere il movimento con la parola e, invitata a una riunione delle donne il lunedì sera, individua nell’agire del gruppo donne una politica trasversale, “la qualità dei rapporti è il segno della politica delle donne; i legami che si instaurano, il capirsi, il superare la negatività, la relazione donna con donna: un rapporto che non è solo collettivo ma anche io e tu. Se si vive in un ambiente favorevole si tira fuori il meglio delle persone e diventa una ricchezza per me”.

“Certo che anche tra noi ci sono incomprensioni e disaccordi, ma da quando il gruppo si è costituito nessuna se ne è andata, nonostante le divergenze. Anzi, il gruppo è in continua espansione” afferma soddisfatta Paola.

“È una sensazione fisica quella che mi lega al presidio. La terra è stata violata, sporcata dalla base. È come se si portassero via un pezzo di me stessa” dice Pinuccia. E aggiunge: “Questa lotta mi ha fatto capire come potrebbe essere diversa una città senza basi, prima non ci avevo mai pensato”.

 

 

P.S. Un ringraziamento di cuore a tutte le donne del presidio e in particolar modo ad Antonella Cunico, Pinuccia Felici, Nicoletta Dal  Martello, Paola Ziche, Paolo Manfredotti, Bepi Bertoncin, Maria e Nora

 

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