MAREA : VANDANA E LE ALTRE: L'ECOFEMMINISMO SALVERA' IL MONDO?

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VANDANA E LE ALTRE: L'ECOFEMMINISMO SALVERA' IL MONDO?

SOMMARIO MAREA 1 2010

PAG 2 L’EDITORIALE

Pag 3 FARO [news dal mondo]

Reti di donne: benvenuta IFE di Nicoletta Pirotta

News verdi

La Rete migranti di Reggio Calabria sui fatti di Rosarno

 Pag 8 ORCA [ecofemminismo]

Terra: lei ci assomiglia di Lidia Menapace

Terra: Ms intervista Vandana Shiva

Terra: nutrice e selvaggia di Rosangela Pesenti

Terra: una speranza tra le grida di Laura Fantozzi

Stati Uniti: paesaggi contestati di Valentina Simeoni

Naturalmente donne di Antonella Piperno

Ecofemminismo e istituzioni politiche di Laura Cima

Scienza, salute e ambiente di Laura Corradi

Sardegna: l’isola si ribella di Rossana Piredda

Venezia: senti il rumore del mare di Ierina Dabalà

Vicenza: il paese dell’acqua di Antonella Cunico

Calabria: aria e vento di Nadia Gambilongo

Val Susa: Tav, solo un popolo di no? di Dummies

Liguria: un’esperienza modello di Monica Lanfranco

Montagne: quando la pressione raggiunge il limite di Michela Zucca

 

Pag 53 MEDUSA [corpi che contano]

 Politica: che cosa è l’ecofemminismo

Principi costitutivi di una democrazia della comunità terrena

 

Pag 59 CONCHIGLIE [libri]


Editoriale

“Noi donne, in tutta la nostra vibrante e favolosa diversità, siamo testimoni della crescita delle aggressioni contro lo spirito, la mente e il corpo umano, e la continua invasione ed assalto contro la terra e le sue diverse specie. E siamo infuriate.”
Questa era la frase di apertura del numero di Marea del marzo 2001, prima del G8 di Genova, quando a giugno la nostra rivista organizzò PuntoG, appuntamento internazionale di donne sulla globalizzazione che aprì in anticipo i forum tematici per un’altra globalizzazione, contro il neoliberismo selvaggio e inumano. A dieci anni da allora i temi che ruotano intorno al rapporto umanità, stato della terra e delle risorse sono ancora al centro dei proclami delle enclave dei governi; ma la sensazione è che poco stia cambiando. I movimenti ecologisti premono perché soprattutto le nuove generazioni siano sensibilizzate e alfabetizzate verso un’idea e una pratica di consumo sostenibile, ma solo nicchie di mercato, di politica e di opinione pubblica vanno in quella direzione. Poco si fa per dare valore e impulso anche all’ecologia del quotidiano, facendo apparire come inefficace e quasi inutile l’impegno singolo, rimandando solo alle strutture forti (i governi) la possibilità di incidere davvero. L’ecofemminismo ha, fin dalla sua nascita, ribaltato questa visione, dando grande valore anche al cambiamento individuale come motore di quello collettivo. E sostenendo che l’oppressione subita dalle donne e il deterioramento ambientale sono prodotti dai valori patriarcali, che generano entrambi le ingiustizie.
Oggi le donne, da vittime come lo è la Terra, sono passate a prendere parola e a promuovere azioni per fermare la distruzione delle risorse, scongiurando la tragica ipotesi di un lascito di un pianeta devastato e infecondo. Come sempre, quando il movimento e il pensiero delle donne si connette con altre filosofie e pratiche di cambiamento, i risultati sono incoraggianti. In questo numero abbiamo cercato di dimostrare come l’ecofemminismo sia uno di questi.
Monica Lanfranco www.monicalanfranco.it




Terra: lei ci assomiglia

di Lidia Menapace

Il simbolico con il quale si indica la terra non è complicato, però muta nel tempo. Vorrei ripercorrerlo sommariamente e senza nessuna ‘scientifica’ pretesa di completezza. Sia in greco che in latino, voglio dire nelle rispettive mitologie, la terra è la dea madre, Demetra, oppure la dea che alimenta allatta, Alma Mater. Il rapporto con lei è tra i più semplici ed universali, poiché l’allattamento è il primo e più intimo rapporto tra due corpi distinti; esso segna l’estrema dipendenza e il primo distacco dalla fusione prenatale, insomma un simbolico vario di significati e di risonanze. Fino a quando le terra è percepita come madre, la relazione verso di lei è di rispetto e di possesso: gli antichi consideravano cave e miniere quasi una violazione sacrilega del grembo materno e perciò ci mandavano in punizione i delinquenti a scontarvi, lavorando duramente, la pena. Ma quando una miniera o una cava era esaurita coprivano tutto e cercavano di ripristinare l’integrità del corpo materno violato.
E nello stesso tempo (per continuare il cammino di un simbolico pieno di contraddizioni) per il possesso della terra fecero guerre e praticarono stupri. Ma qui i generi si dividono. Quando il potere era in una dea, le rivalità per la terra e i suoi frutti erano gestite con scambi e baratti. La regina egizia Hacipsut ci insegna che solo dopo che il genere maschile ebbe inventato le armi (invasione dei Dori, età del ferro) e non più solo strumenti per la caccia e la pesca, la guerra diventò il mezzo principe per conquistare la terra e le donne del ‘nemico’ da stuprare come garanzia del futuro della propria tribù o stirpe. Muta l’idea e l’immagine di terra, quando viene vissuta e rappresentata come un meccanismo perfetto e i suoi movimenti servono per misurare il tempo e le stagioni. Il rapporto con la terra si mescola di sentimenti di paura, minaccia, timore del vuoto; allora risuona consolatorio e insieme perentorio il comando: “Crescete e moltiplicatevi e dominate la terra”. Ma un ulteriore mutamento di senso avviene quando la terra comincia ad essere considerata una risorsa, dapprima infinita (siamo agli albori dell’economia classica), come l’aria e l’acqua, e perciò tutte e tre prive di valore economico, inesauribili, immense. Il che consente che verso di lei si indirizzino tutti gli appetiti (anche coloniali) e si concentrino tutti gli sforzi giuridici per normarne l’uso e la proprietà. Dopo un paio buono di secoli i più sensibili tra di noi si limitano a chiedere che non la stronchiamo: vogliamo uno sviluppo ‘sostenibile’, cioè che pesi addosso alla terra fino a che lo può reggere e non ne sia affranta. Dato che all’improvviso la terra, che pareva infinita, e l’acqua e l’aria e tutti i tesori che ha in grembo e tutti i frutti piante fiori ed animali che alimenta sono definiti ‘scarsi’, dobbiamo dire che per la verità sono misurabili e quindi dobbiamo farne un uso sobrio ed equilibrato, e non sprecarli. Non ci sono molte scelte, siamo a un bivio decisivo. Credo che tocchi a noi donne, che abbiamo un destino simile alla terra e alberghiamo nel nostro corpo la capacità di riprodurre la vita e di custodirla e proteggerla, prendere parola per dire che la cura della terra, e dell’aria e dell'acqua, della nascita e della morte, dell’uso delle risorse e del riuso degli avanzi stanno scritti nella nostra storia. Diciamo alto e forte che non intendiamo rinunciare a questo compito e diritto e dovere. La terra e tutto ciò che contiene e produce ci assomiglia e sul modo con cui noi donne governiamo la vita poggia il destino del mondo. Perciò ci spetta di indicare le strade possibili, le civiltà dolci. La terra si può salvare con l’economia della riproduzione, non con il profitto e lo spreco, ma col modo della cura, non con violenza e competizione, ma con la ragione sentimentale e appassionata. Basta guardare Haiti e i gesti originari della sua gente: il bimbo, la bimba tratti vivi dalle viscere della terra come in una nascita faticosa ma vitale, e accolti tra le braccia e al seno di un altro corpo caldo e vivente. Il simbolico più elementare e leggibile da tutti. Non so quante ‘lezioni’ dovranno raggiungerci, perché capiamo, speriamo che il presente basti.


Sardegna: l’isola si ribella: intervista a Mariella Cao del Comitato GETTIAMO le BASI
di Rossana Piredda

“Il comitato GETTIAMO le BASI lavora per liberare la Sardegna dalla presenza militare con l’obiettivo che tutto l’apparato che sostiene la guerra, così come la schiavitù, il razzismo, ingiustizia sociale, finisca al più presto nell’archeologia della storia. Crediamo che la Sardegna possa dare un enorme contributo perché è enorme il peso dell’oppressione militare che la mortifica. Liberandosi del ruolo di vittima si libera del ruolo di complice e concorre a liberare l’umanità dall’incubo della guerra”.
Queste sono le parole con cui Mariella Cao del Comitato GETTIAMO le BASI chiude il suo intervento nel libro Il male invisibile, sempre più visibile (ed. Odradek): a lei chiediamo come si intreccia questo obiettivo con le rivendicazioni ambientaliste, se ritiene giusto definire la lunga lotta del Comitato non solo contro le servitù militari e le loro logiche di guerra anche lotta ecologica e perché.
E’ la nostra realtà che rende prioritaria la lotta ecologica. Sulla Sardegna grava il 60% del demanio militare italiano, che si concentra in tre poligoni, aree di sperimentazione, collaudo di ordigni di morte e perenni “giochi di guerra” giocati con vero munizionamento da guerra, a disposizione delle industrie belliche, delle truppe Nato ed extra Nato paganti per pezzi di Sardegna da stuprare per addestrarsi al massacro di popoli da saccheggiare. Il Pisq (Poligono Interforze Salto di Quirra), Capo Teulada, Capofrasca/Decimomannu sono i bombing test ranges più vasti e a più intenso utilizzo d’Europa, ciascuno corredato da immense zone aeree e marittime militarizzate, il mare adibito a bersaglio e pattumiera bellica supera la superficie dell’intera isola.
Un elenco il più sommario possibile dei crimini ambientali e attentati alla sicurezza pubblica (la demarcazione è sfuggente) comporta troppe pagine e troppi capitoli (cronici incendi ‘con le stellette’; suoli lunari per l’andirivieni di carri armati; distruzione di gioielli naturali di rara bellezza; proiettili, missili, aerei che piombano su vigneti, ovili, carciofeti, spiagge, periferie urbane; discariche illegali di rifiuti nocivi; dispersione di agenti tossici ecc).
L’abbandono, ‘improvviso e inspiegabile’, della base atomica Usa (di stanza a La Maddalena dal 1972 al 2008) è leggibile come tentativo di eludere il rendiconto dello sfacelo ambientale e sanitario, presentato con determinazione crescente dal popolo sardo a partire dal 2002, quando gli Usa avviano l’iter dell’imponente, miliardario potenziamento della base, nel quadro della “nuova visione strategica di guerra infinita e permanente” messa a punto dopo i fatti dell’11 settembre ‘01. Il conto danni e ripristino ambientale - sempre più pesante, dettagliato e documentato – è il corollario dello sfratto intimato alla base esistente, sorretto dall’attivazione di Corsica, Francia, UE, da istanze ai tribunali internazionali, dalla radicale messa in discussione del Parco eco-nucleare arcipelago della Maddalena, imposto dal Governo nel 1998 insieme agli
altri tre parchi naturali-ecomilitari. L’aberrante binomio parco/installazioni militari è fortemente raccomandato dai centri studi militari Usa.
Con l’escamotage del G8 Stato e Regione (Prodi, Berlusconi/Soru), sorretti da Wwf, FAI, Legambiente, hanno calato una valanga di cemento, ‘in deroga’ ma ecocompatibile, sono riusciti a deviare l’attenzione popolare dalla contaminazione prodotta in 35 anni dal branco stazionante e girovagante di sommergibili a testata e propulsione atomica, centrali nucleari di gran lunga più pericolose di quelle a terra. Zio Sam si è dileguato senza pagare dazio, lasciandoci la contaminazione, però manteniamo un barlume di speranza. L’UE ha aperto la procedura d’infrazione contro l’Italia per la mancata Valutazione d’Impatto Ambientale presentata da un’associazione ambientalista sarda e ha accolto la nostra petizione per imporre anche la Valutazione d’Impatto Sanitario sul sito atomico.
Paradossalmente la nostra lotta è anche lotta contro i settori potenti del mondo ecologista arroccati al dogma ‘le basi militari tutelano l’ambiente’ costruito sull’a priori pontificato dallo storico presidente del Wwf, F. Pratesi: “I poligoni hanno fatto da argine all’invasione del cemento, bisognerebbe aumentarne il numero. Meglio i proiettili del cemento.”
Qual è stato il peso delle donne nel percorso del comitato?
E’ stata la fermezza di due donne sarde ad aprire gli occhi di Gettiamo le Basi e dell’intera Sardegna sull’uso di uranio impoverito nei teatri di guerra e nelle basi della guerra che devastano la nostra isola. Dal 1999 reclamano verità e giustizia per i loro figli uccisi dalla leucemia contratta in servizio militare, uno in Bosnia, l’altro a Capo Teulada. Nessuno è riuscito a tacitarle. La loro voce è il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo perfetto dell’arma invisibile che non lascia traccia e uccide in silenzio a distanza di tempo. In tutte le nostre iniziative è determinante la partecipazione della madre (francese) di Valery, il militare morto a 24 anni, diventato il simbolo della lotta contro l’uranio e i veleni di guerra.
Un tassello portante della lotta contro il mostro nucleare Usa è stato costruito da un’associazione di donne maddalenine che ha aperto il dialogo anche con le donne statunitensi, ha intessuto rapporti di sorellanza aiutandole a guardare e far venire alla luce il disastro sanitario anche della loro comunità militare. Oggi, una donna di 84 anni è l’ostacolo imprevisto alla cementificazione di La Maddalena. Nell’opposizione alla guerra e alle sue basi è preponderante la presenza delle donne, gli strumenti e i percorsi per certi versi riflettono le tecniche dell’ancestrale sapienza maieutica.
Il perché dell’antagonismo prevalentemente femminile suscita più interrogativi che risposte, se si vuole andare oltre la riaffermazione che le donne sono portatrici di vita, estranee alla cultura maschile di morte, argini ‘naturali’ alla cultura imperante di sopraffazione/dominio, costituiscono le sacche di resistenza, particolarmente forti in Sardegna dove il modello patriarcale non è mai penetrato del tutto (alcuni ci definiscono società matriarcale).
L’occupazione di ettari di terreni produttivi e ampi spazi di mare quanto incide sulla vita sociale e lavorativa delle donne che abitano quei territori?
Il commercio parallelo alle installazioni militari, il giro di prostituzione, non si è mai innescato. Alla Maddalena la US Navy ha organizzato regolari trasferte delle truppe, note come ‘mission love’, a Genova e Napoli a bordo della nave-madre della flotta di guerra. I marines non hanno rinunciato alla pratica dello stupro, i casi di violenza sono stati ricorrenti.
In Sardegna, come dovunque, i costi maggiori e peggiori dell’impoverimento e del saccheggio di un territorio sono scaricati sulle donne.
La sottrazione delle risorse naturali è aggravata da ulteriori danni economici e sociali, come peraltro riconosce e ribadisce la legge italiana (898/76; 104/90). Gli indici di “deprivazione materiale” pongono Teulada al primo posto, l’area del Pisq al secondo. Uno studio del 1996, finanziato dal Comune di La Maddalena, sull’impatto economico della base Usa quantifica un costo per la collettività di 1.798 milioni di lire all’anno (45 miliardi nei 25 anni esaminati). La realtà non attutisce il martellamento dello spot vecchio di mezzo secolo: “Le basi militari creano occupazione e benessere, sono il volano dello sviluppo economico”. Sindacalisti e politici di destra e sinistra fanno da testimonial. Oggi, lo strombazzamento della solita solfa è guidato dal gruppo dei parlamentari sardi del PD, alla testa della rivendicazione bipartisan per potenziare il Pisq e intensificarne le attività. Legambiente integra il progetto con la proposta dell’ennesimo Parco ecomilitare. Il Pisq nei suoi primi decenni di vita ha prestato una certa attenzione alle donne nel quadro della cosiddetta politica del mischiare il sangue, antitetica all’apartheid vigente negli altri poli. Per anni i vertici militari si sono impegnati con costanza e metodo per promuovere incontri e matrimoni tra soldati e indigene, per anni il poligono ha svolto la funzione di unica discoteca nel raggio di 60km, oggi è sede dell’unico teatro della zona. I nostri big osannanti allo sviluppo del Pisq (noto come il poligono della morte) e alle sue mirabolanti ricadute economiche hanno forse in mente i posti di lavoro di moglie/madre di soldato o pensano all’incremento delle imprese di pompe funebri e dei becchini?
Dopo le ultime ricerche e le varie Commissioni Parlamentari d’Inchiesta sull’uranio impoverito quanto la sperimentazione di armi chimiche sempre più raffinate ha inciso sulla vita delle popolazioni vicine alle servitù militari e soprattutto sulle donne?
Alcuni numeri possono delineare la strage di Stato in corso nell’area del Pisq. Riporto i dati di Gettiamo le Basi (approssimativi per forte difetto, in costante crescita) su morti/malati di sindrome Golfo/Balcani (‘sindrome di Quirra’ in Sardegna): 21 militari; 24 vittime tra le categorie ad alta esposizione residenti nei tre Comuni costieri (mogli, figli di militari, dipendenti civili, pastori, agricoltori che utilizzano le aree interne o adiacenti al poligono); Escalaplano, 2.500 abitanti, 14 bambini con gravi alterazioni genetiche; Quirra, 150 abitanti, 20 persone colpite da tumori del sangue, la percentuale è da campo di sterminio. Per allargare il quadro mi limito ad indicare tre picchi: La Maddalena, +177,6% linfoma Hodgkins, +335% melanoma; Teulada,
+92,2% donne con cancro al polmone (colpa del vento che soffia dai poli industriali, suggerisce il team di ricercatori ufficiali).
La Commissione Parlamentare d’Inchiesta, supportata da serie ricerche scientifiche, ha confermato quanto in Sardegna l’intuito popolare aveva colto con immediatezza dieci anni fa: le patologie che imperversano nei teatri di guerra sono le stesse che si concentrano nelle aree dell’isola condannate a ‘ospitare’ le basi della guerra; hanno una stessa causa, l’inquinamento bellico (uranio, plutonio, radiazioni elettromagnetiche, nanoparticelle, veleni di nuove, sconosciute armi ecc).
I risultati non hanno incrinato la feroce volontà politica bipartisan di persistere nella strage di Stato
Noi manteniamo fermo l’obiettivo dettato dal buon senso e imposto dalle norme internazionali: sospensione di tutte le attività dei tre poligoni, almeno fino a quando non siano identificati e isolati gli agenti killer; decontaminazione e ripristino ambientale; restituzione della nostra terra.
Sulle donne esposte ai veleni di guerra gravano non solo i rischi di contrarre patologie letali, ma anche i tradizionali compiti di assistenza e cura dei malati. L’elaborazione del lutto, l’accettazione della malattia sono insostenibili se s’insinua il dubbio che non siano fatti naturali, ancora più insostenibili se i sospetti convergono sui Potenti Intoccabili e la comunità, spaventata, non vuole ascoltare.
Non so tradurre in parole il groviglio di sentimenti forti risvegliato in tutto il mio essere da due donne coraggio. Ogni donna sa, dentro di se, cosa significa mettere al mondo un figlio gravemente malformato, gli insopprimibili sensi di colpa e di inadeguatezza, l’amore che prevale e assorbe tutte le energie, la lotta minuto per minuto per tenere lontana la Signora con la falce in agguato fin dal primo vagito, la quotidiana resistenza ai troppi che non vogliono essere disturbati dalla vista del tuo figlio diverso, che è la tua luce e vuoi che viva alla luce, la sfida all’ostilità del paese che chiede il silenzio per non mettere a repentaglio la fragilissima economia basata sulla vendita di prodotti agropastorali. E’ indicibile il carico di sofferenza di una madre/nonna che con pacata determinazione resiste alla pressione sociale. La leucemia da poligono le ha rubato l’unica figlia lasciandole un nipotino colpito dallo stesso male da far guarire e crescere contando solo sulle sue deboli forze e le scarse risorse economiche.
Si può connettere l’attività del Comitato con la parola ecofemminismo?
Lascio il giudizio a chi legge. Mi limito a buttare giù una convinzione profonda. La corsa dell’umanità verso l’autodistruzione può essere fermata solo se cresce una visione del mondo ‘altra’, a misura di donna. Il pensiero femminista ha messo a fuoco e intrapreso a scardinare il perno della nostra cultura costruito sulla fusione di sessualità e possesso/dominio/violenza/guerra. Le religioni patriarcali rappresentano con chiarezza la sacra unione, la coppia divina Ares-Afrodite, Marte-Venere o la divinità dai due volti, dio d’amore e degli eserciti, come la mesopotamica Ishtar.
Lo sguardo maschile stenta a cogliere l’orrore e la devastazione dello stupro della madre terra e della donna (psichico e carnale), tende a piegarsi con reverenza davanti alle colonne d’Ercole, la sacralità della guerra e dei suoi riti propiziatori che sgorga dalla sua sessualità, la esalta e la riproduce con modalità raffinatamente impercettibili o rozzamente plateali (linguaggio liturgico da caserma, arredi di culto, armi di penetrazione dalle forme falliche, ecc).
La coppia divina ha plasmato cuori e menti, la sua scissione travolge le fondamenta dell’universo di riferimento. Le donne sanno o percepiscono che il cataclisma le libera dalle loro catene e libera l’umanità.