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LEGGI ALCUNI ARTICOLI dal numero 3 2006 la libertà delle donne è civiltà

la libertà delle donne è civiltà

sommario n.3 ottobre 2006
La libertà delle donne può fermare la violenza globale di Monica Lanfranco
Le vittime invisibili dell'intrgralismo di Marieme Helié Lucas
L'islamismo contro le donne, ovunque nel mondo di Mimouna Hadjam
Dormendo con il nemico di Pragna Patel
Diritti umani e fondamentalismi di Gita Sahgal
Confinare ed escludere:il progetto iraniano di Sarvi Chitsaz

Un incrocio pericoloso: religione e aiuto allo sviluppo di Eman Ahmed

Di sicuro non vengono per me di Shirin Ebadi

Cristiane, ebree, musulmane di Grumm, Greenberg, Khan

Teocrazia di Katha Pollitt

Rispettare i tempi di Barbara Romagnoli

Togliti il velo! di Elham Manea

Spunti teorici di Antonella Sapio 

Fondamentalismi: che cosa sono

La libertà delle donne può fermare la violenza globale

di Monica Lanfranco
 
Razzismo, sessismo, xenofobia, omofobia: sono alcune delle piaghe più atroci che affliggono il mondo globalizzato di oggi. Nonostante l’informazione apparentemente libera, disponibile e moltiplicata all’infinito dalle nuove tecnologie nessun luogo e nessuna cultura può dirsi davvero immune da questi frutti malati e orrendi generati da due elementi indissolubili, quando si tratta di confrontarsi con l’altro, o l’altra da sé: paura e ignoranza. Non serve scomodare la psicoanalisi per riconoscere che senza la conoscenza non ci può essere incontro, e che solo con la pazienza e l’ascolto si può sconfiggere il pregiudizio, aprendo conflitti anche forti sulle differenze, ma non cedendo alla guerra e alla violenza. E’ altrettanto innegabile che esistano visioni del mondo, e dei rapporti umani molto diverse, spesso lontane, talvolta ingiuste su questo pianeta. E’ altrettanto vero che dove c’è violenza, ineguaglianza, ingiustizia, sopraffazione e impari accesso alle risorse non si possono affermare allo stesso tempo la libertà e la pace. Temi enormi, terribili realtà che si incarnano nelle vite di donne e uomini che soffrono, vivono esistenze dividiate, muoiono senza aver realmente vissuto. In molte parti del mondo le ingiustizie hanno origini complesse, ma sempre presente c’è un fattore umanissimo e devastante, che spesso regola scelte collettive e individuali: l’intreccio tra patriarcato e fondamentalismo religioso, che purtroppo è presente in ogni credo, nessuno escluso.
Su questo nodo la rivista Marea ha provato a riflettere con un appuntamento internazionale dal titolo La libertà delle donne è civiltà - donne e uomini che lavorano contro i fondamentalismi religiosi , per l’autodeterminazione e la cittadinanza, che si è svolto a Genova il 26 e 27 maggio scorsi, i cui materiali in gran parte sono stati pubblicati nel numero di settembre 2006 del mensile di Carta, e i cui interventi integrali sono scaricabili dal sito di Arcoiris. Si è voluto di proposito usare il concetto di ‘civiltà’, proprio perché è ormai difficile disgiungerlo da quello di scontro, mentre invece è proprio nel necessario legame tra civiltà e incontro che l’appuntamento genovese ha acceso i riflettori.
Quale civiltà? Per noi quella che origina il suo dispiegarsi nel percorso di liberazione degli esseri umani: quella che ha visto, per esempio, nell’occidente che oggi rischia di chiudersi a fortezza contro la disperazione degli ultimi di buona parte di ogni sud, nascere nel secolo scorso i movimenti per la dignità del lavoro, della liberazione delle donne dal giogo patriarcale, della piena autodeterminazione e l’inviolabilità del corpo e delle scelte riproduttive e sessuali. Tutte conquiste ancora chimere in molti paesi, risultati mai acquisiti e scontati del tutto dove sono leggi e senso comune, perché costantemente oggi minacciati, appunto, dal rigurgito fondamentalista che si configura come emergenza planetaria. In Italia proprio nell’ultimo terribile scorcio di estate si è manifestata la violenza contro le donne in maniera pesantissima: la recrudescenza di stupri, l’aumento delle violenze in famiglia, (famiglie italiane e cattoliche), accanto al disvelarsi della sudditanza di molte donne nelle comunità migranti, con l’omicidio della giovane Hina, pachistana, e il suicidio dell’indiana Kaur.
 
Nel nome di Hina
 
Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. In questi giorni di ansia per il Libano, per l’Irak e per chissà quante altre guerre e pericoli che incombono rischia di passare come secondaria, o solo come fatto di ordinaria cronaca nera, la morte atroce, in luogo e tempo di relativa pace quale è la provincia bresciana, della giovane Hina Saleem, di origine pakistana, trovata uccisa e seppellita nel giardino della casa paterna. L’esecuzione di Hina è stata decisa da un consiglio di famiglia, che ne preferiva la morte piuttosto che il disonore di una convivenza con un uomo di diversa religione: la giovane si sarebbe sottratta ad un matrimonio combinato, trasgredendo al punto da osare convivere. La foto della ragazza pubblicata dai giornali la ritrae bella, profondi occhi scuri, il sorriso aperto e pieno di vita che ogni ragazza dovrebbe avere nell’affrontare le promesse dell’amore, del futuro, della costruzione della propria esistenza, che invece è stata fermata per sempre dal coltello che le ha tagliato la gola. L’orrore della sua morte ci ricorda che ancora troppi sono i pericoli che le donne corrono, solo perché sono donne: pericoli che hanno le sembianze non di maniaci sconosciuti, di uomini folli o spietati che ti aggrediscono per strada, ma che hanno il volto, lo sguardo e le mani di tuo marito, del tuo compagno, di un tuo parente, di tuo fratello, di tuo padre. Uomini vicini, vicinissimi, che hai amato, spesso che ti sei scelta, con i quali hai progettato la vita, o percorsi di esistenza. Ci rammenta che fino a quando la libertà di scelta delle donne di vivere pienamente e senza vincoli, terreni e ultraterreni, non verrà considerata indicatore prioritario per la realizzazione della civiltà, della cultura e della politica di un paese e di un popolo nessuna donna e nessun uomo saranno al sicuro. Ci testimonia che la pace e l’armonia tra i generi si costruiscono a cominciare dalla sconfitta delle tenaci e letali visioni fondamentaliste di chi usa le religioni brandendole come spade e come uniche fonti per tenere l’ordine e il controllo, visioni che diventano leggi di regimi totalitari, spesso succhiate con il latte dalle madri, che purtroppo sorreggono l’architrave patriarcale, potente alleato di ogni regime liberticida, sessuofobo e oscurantista. Ci incalza a non perdere di vista che la sfida, oggi specialmente in tempi di guerra e scontro di civiltà, che deve raccogliere chi si dice femminista e di sinistra è quella di rilanciare i valori della laicità e dell’autodeterminazione femminile, fragili sempre e da tramandare con costanza e ostinazione alle giovani generazioni, per metterli a disposizione di ogni persona, specialmente di chi arriva in occidente, come beni preziosi, collettivi, e irrinunciabili. Hina ne voleva godere, e forse è stata lasciata sola, troppo sola di fronte al pericolo. Così come era stata lasciata sola la giovane operaia italiana perseguitata dall’ex fidanzato, nonostante lo avesse più volte denunciato alla polizia, e uccisa dallo stesso alcuni mesi fa. Così come sole sono state lasciate le oltre 200 donne ammazzate tra le mura domestiche lo scorso anno, punte sanguinanti dell’iceberg della violenza di genere. Sole, perché accanto alla costernazione e all’orrore c’è ancora troppa gente, e troppe culture, e troppi modi di pensare, che giustificano la violenza contro le donne. Si dice: certo è orribile che sia stata stuprata, picchiata o uccisa. Però. Però forse una donna non dovrebbe essere troppo libera; non dovrebbe provocare con l’abbigliamento, e perché poi studiare, o lavorare fuori casa invece di sposarsi e fare la mamma, perché essere inquieta, non stare al suo posto, chiedere, volere vivere? Perché non sottostare alla legge del padre, a quella del clan, a quella di dio? Troppo spesso gli omicidi di donne vengono giustificati e letti , quasi compresi e quasi empatizzati, come gesti di uomini disperati che non sono riusciti a sopportare il dolore e il peso della separazione, per troppo amore, per troppo attaccamento. E va a finire che era lei, la vittima, quella donna così troppo autonoma, ad essere egoista, insensibile: troppo poco donna, appunto.
 
La pira di Kaur
 
Quando ho saputo del suicidio della donna indiana abitante a Modena che ha visto nella sua morte l'unica possibilità di assicurare un futuro ai figli mi è venuto in mente il film Il giro del mondo in 80 giorni, dove il giramondo inglese Phileas Fogg- (David Niven) riesce a salvare la bella indiana (una bellissima Shirley Maclaine) condannata ad essere arsa viva sulla pira dove giace il cadavere del marito, un uso tradizionale purtroppo ancora attuale in India oggi, nelle zone povere dell’interno del paese, nonostante ci sia una legge dello stato che lo vieta.
Ma la vicenda di Kaur, madre di due adolescenti, da dieci anni a Modena, non è una storia cinematografica a lieto fine. Nonostante fosse lontana dal paese d'origine Kaur è stata raggiunta lo stesso dalla condanna della pira: la morte non è arrivata con il fuoco, ma con lo stridio inutile dei freni di un treno italiano, sotto il quale si è gettata ieri: Kaur era stata richiamata in patria dai famigliari per sposare l'anziano cognato e tornare in India a vivere con la bimba di tredici anni e il bimbo di dodici avuti da un precedente matrimonio. La donna però voleva restare in Italia coi figli, che si erano ambientati e frequentavano la scuola a Soliera. La premeditazione del gesto sarebbe testimoniata da una lettera-testamento che avrebbe lasciato per raccontare le ragioni del suo tragico gesto. Come per il caso di Hina, e delle altre vicende di morte e violenza che coinvolgono le donne sempre più spesso all’interno delle famiglie ancora una volta ci troviamo di fronte al peso mortale che il legame tra religione, patriarcato e visione tradizionale della relazione tra i generi getta sulle donne, non dando loro scampo. E ancora una volta registriamo la solitudine delle vittime. Una solitudine sociale, nella quale le donne in generale e quelle straniere in particolare vivono grazie anche alle posizioni 'progressiste' che usano l'alibi del multiculturalismo per non affrontare uno dei nodi centrali del disagio creato nel nostro tempo dalle differenze culturali e politiche: quello del conflitto tra i generi. Da una parte c'è la soluzione razzista e leghista che vede tutti gli stranieri come un indistinto malefico,e li vuole fuori dalla fortezza di un occidente che mostra il peggio di sè; dall'altra c’è chi, per non apparire razzista e leghista, minimizza il problema della mancanza di libertà delle donne nella visione di alcune comunità straniere. Come scrive Pragna Patel, femminista del Southall Black Sister, che opera a Londra tra le comunità indiane e africane “il multiculturalismo fa spazio ai rappresentanti non eletti delle comunità, in genere maschi e appartenenti a gruppi religiosi, ma anche appartenenti alla classe degli uomini di affari, i quali determinano i bisogni della comunità e mediano fra la comunità e lo stato. Neanche a dirlo, questi leaders hanno scarso o nullo interesse nel promuovere la giustizia sociale o l’eguaglianza delle donne. Anche se gli interessi della comunità sono spesso declinati nel nome dell’anti-razzismo o dei diritti umani, ciò include molto raramente il riconoscimento dei diritti individuali delle donne o di altri sotto-gruppi all’interno della comunità. La maggior parte della vita religiosa istituzionale nelle comunità delle minoranze deve ancora passare attraverso il processo di liberalizzazione e democratizzazione che le istituzioni religiose della società mondiale sono state costrette a subire. Nelle comunità appartenenti a minoranze, le istituzioni religiose sono dominate da un’agenda religiosa conservatrice, misogina ed omofobica, e nonostante ci siano isole liberali all’interno delle comunità delle minoranze, le loro voci sono marginali”.
Bisognerà tornare, e seriamente, a considerare l’efficacia e la reale democraticità del concetto di mulsticuluralismo: ci fa piacere essere state, una decina di anni fa, tra le prime a diffondere un eccezionale analisi di Susan Moller Okins, che si faceva questa domanda: “Il multiculturalismo fa male alle donne?”. La risposta problematica e piena di negatività viene, oggi, anche da questo numero di Marea, nelle analisi proprio delle donne provenienti dal sud del mondo.
 
Non solo una vocazione
 
Ciò che emerge è che i fondamentalismi religiosi non hanno semplicemente una ‘vocazione’ misogina: sono una visione politica il cui profilo è senza esitazioni definito fascista ( ben prima e con ben altre motivazioni rispetto alla battuta di Bush) dalla rete internazionale del Women living under muslim laws:” Il fondamentalismo è la forma attuale del fascismo. Come il nazismo in Germania, esso emerge da un contesto di crisi economica e di impoverimento, si costruisce sul malcontento della popolazione, manipola i settori più poveri, esalta i loro valori morali e la loro cultura (l’identità ariana in Germania, il glorioso passato di Roma in Italia), si ammanta della benedizione del loro Dio (le SS portavano sulla loro cintura la scritta “Gott Mit Uns” – Dio è con noi), vuole convertire o sottomettere il mondo, eliminare e sradicare gli oppositori politici così come gli untermensch. Lontani dall’essere oscurantisti ed economicamente arretrati, i fondamentalismi sono modernisti e capitalisti. L’altra faccia della globalizzazione è la frammentazione delle comunità secondo i binari della religione, dell’etnicità o della cultura. È questa la situazione sfruttata dai fondamentalismi”.
Tacere su questa rimozione non solo fa fare a noi occidentali di sinistra e al femminismo un gigantesco passo indietro nella storia del percorso dell'emancipazione e dell'autodeterminazione, ma infligge un colpo mortale a quanti, donne e uomini in paesi e culture dove ancora la religione e il patriarcato sono leggi, anche dello stato, vorrebbero modificare questo stato di cose. Irshad Manji, nel suo Quando abbiamo smesso di pensare, ci chiede anche di assumerci questa responsabilità.
 
 

Togliti il velo!

Elham Manea

Togliti il velo!

(Yemen)

 

Questo è un invito rivolto a te, sorella musulmana, un invito a toglierti il velo.

E' un invito sincero.

Non è un atto di cattiveria.

E' un invito puro.

Non cerca di profanare una parte di te.

Così come non vuole spronarti alla perversione.

Anzi ti invita ad adoperare la tua mente,

a utilizzarla,

da sola.

Tu e la tua mente, bastate da sole.

Senza dovere cercare nei libri e nella storia.

Senza dovere esplorare nei quaderni le opinioni dei commentatori.

Per questo te lo chiedo, senza paura.

Ti chiedo di accogliere con benevolenza e ponderare le mie parole senza dubitare del mio intento.

Dopotutto tu sei libera.

Libera di decidere.

Libera di scegliere il tuo destino.

Di fare quel che vuoi.

Sei padrona di te stessa.

Solo tu.

Solo tu ti puoi proteggere.

Nessun altro.

Puoi indossare il velo oppure toglierlo. Rispetterò qualsiasi tua decisione.

Alla fine la decisione deve essere la tua.

Lascia quindi che ti illustri il motivo del mio invito.

Ho detto in un precedente scritto che l'uso del velo è iniziato di fatto nel mondo islamico con la rivoluzione islamica in Iran, che ha reso obbligatorio il velo per le donne dopo che i religiosi erano riusciti a convincere il ceto medio e le fazioni di sinistra a spargere il proprio sangue per cacciare lo scià Muhammad Reza Pahlevi.

Siccome questa rivoluzione ha rappresentato la prima vera rivolta nella regione è diventata per molti un esempio da imitare, così come l'abbigliamento delle donne iraniane (naturalmente, i mezzi di comunicazione hanno taciuto tutte le manifestazioni femminili contro l'imposizione del velo, ma questa è un'altra storia).

A questo si aggiunge un altro fatto, ovvero il boom petrolifero cui ha assistito il Regno saudita in seguito al quale alcune persone facoltose hanno iniziato a investire il proprio denaro per pubblicare la cultura della propaganda islamica wahhabita, e per avviare una enorme macchina mediatica che afferma da mattina a sera che il velo è obbligatorio.

Queste tradizioni della propaganda islamica si sono unite al pensiero dei Fratelli musulmani e delle fazioni politiche arabe e islamiche a loro ispirate, per diffondere nella società un pensiero nuovo, un pensiero strano, che ha cambiato molti comportamenti e modi di pensare.

Quindi l'ambito in cui è nata la questione del velo è politico. Due nazioni, in cui il regime politico governa in nome della religione, attraverso la quale cercano di diffondere il loro modello e al tempo stesso affermare la legittimità del loro potere. Entrambe impongono alle donne il velo, affermando che si tratta di un simbolo religioso, a prescindere dalla loro volontà.

A prescindere dalla volontà delle donne!

Il pensiero dei Fratelli musulmani mira unicamente a raggiungere il potere politico. Tuttavia, poiché usano la religione per giustificare il loro fine, devono anche fornirci un modello "comportamentale islamico" e l'"abbigliamento" risulta esserne una parte centrale.

Quindi, torno a ripetere la questione del velo è del tutto politica. Politica e basta.

Ma la sua giustificazione, la convinzione da parte della donna che sia un obbligo, ha assunto tre aspetti: i primi due umani, il terzo religioso.

La prima giustificazione si basa sul fatto che la donna, indossando il velo, copre la sua femminilità e protegge quindi l'uomo dalla trasgressione.

La seconda vuole che comportandosi così la donna contribuisca a fondare una società virtuosa.

La terza sostiene che di fatto sia nella sua essenza un dovere religioso.

La prima giustificazione presuppone che l'uomo arabo sia un animale voluttuoso che non riesce a dominare i propri istinti, poiché il sesso domina la sua mente per cui è inaffidabile e la donna deve quindi coprire le parti del suo corpo che possono sedurlo per proteggerlo dal diavolo che ha dentro di sé. Questa premessa è dannosa e ingiusta nei confronti dell'uomo arabo, che conosciamo come fratello, padre e marito, che conosciamo come essere umano.

Perché è capace di trattare la donna come un essere umano, e non come un mero oggetto di piacere.

Perché è in grado di dominare i propri istinti, nonostante li abbia e ne sia consapevole, così come fa la donna.

Perché io come donna quando ho a che fare con lui parto dal presupposto che è un essere umano.

Un essere umano che mi rispetta.

Allo stesso modo, la prima giustificazione rappresenta la donna niente meno che come un oggetto sessuale, l'organo genitale, non come un essere umano, non come una persona nella sua interezza, o un essere razionale, ma come un oggetto che risveglia gli istinti, con la voce, con i capelli, con il corpo, tutto in lei provoca e sconvolge l'uomo.

Dimenticando che la donna può benissimo farsi rispettare dall'uomo e da chi la circonda con il suo comportamento, con il suo modo di rapportarsi agli altri, non coprendosi il capo, indossando un mantello o una tunica.

Con il comportamento.

Con il modo di rapportarsi agli altri.

Facendosi rispettare.

La seconda giustificazione si fonda sulla premessa che esista una connessione tra l'indossare il velo e l'istituzione di una società virtuosa. In base a questa logica la società virtuosa è quella in cui non esistono rapporti sentimentali tra le persone al di fuori del matrimonio. Tuttavia questa giustificazione è come minimo errata. Poiché le società in cui il velo è obbligatorio e in cui si ha la segregazione dei sessi non sono certo quelle in cui i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono inferiori.

Anzi è vero il contrario.

La segregazione forzata ha portato alla diffusione dei rapporti omosessuali, così come è dimostrato da studi e rapporti pubblicati che il velo non ha evitato che alcune ragazze nel mondo arabo e islamico avessero relazioni amorose al di fuori del matrimonio. Dopodiché, come è d'uso, sono ricorse alla chirurgia per la ricostruzione dell'imene.

La terza giustificazione si fonda sulla premessa che la religione ha una posizione precisa sulla questione del velo, mentre di fatto ci sono testi religiosi diversi tra loro a riguardo, da sempre. E tu donna puoi leggere questi brani da sola, non hai bisogno di un intermediario. Noterai che non solo esistono numerosi testi, ma che questi hanno anche diverse interpretazioni.

Tuttavia abbiamo deciso di limitarci e interpretarli in base a idee che risalgono al Medio Evo.

Se vuoi la verità, la terza giustificazione che dice a te e a me che la religione impone alla donna il velo è la più debole delle tre, perché abbiamo sentito questo discorso solo verso la fine degli anni Settanta, e l'abbiamo visto applicare solo dopo che l'interpretazione ortodossa dell'islam ha iniziato a dominare il mondo arabo e musulmano.

Questa è la logica sulla quale si fonda il mio invito.

Ti supplico di prendere in considerazione le mie parole, la mia richiesta.

Non ti chiedo di smettere di pregare.

Non ti chiedo di smettere di digiunare.

Non ti chiedo di smettere di credere in Dio.

Ti chiedo di togliere il velo.

I tuoi capelli sono come i miei. Non sono un simbolo sessuale di cui vergognarsi.

Il tuo corpo è come il mio. Non è un oggetto di brame sessuali.

Il tuo corpo è come il mio. Va rispettato e lodato.

Sei come me. Una persona completa.

Dotata di capelli

e corpo.

Sei come me, sei in grado di essere "virtuosa" nei modi e nel comportamento, senza un velo che ti copra.

E' il mio comportamento che mi definisce, non un pezzo di stoffa.

Sii come vuoi essere.

Rispetterò la tua decisione.

Ma alla fine devi essere te stessa.

Una donna.

Non un oggetto sessuale.

Ikhla'i al-hijab!

http://www.metransparent.com/texts/elham_manea/elham_manea_take_off_the_veil.htm