CITTADINANZA NEGATA - MAREA

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CITTADINANZA NEGATA

SOMMARIO MAREA 2 2009

PAG 2 L’EDITORIALE di Monica Lanfranco

Pag 3 FARO [donne dal mondo]

Figlie di un dio minore  di Giuliana Sgrena
Uno stato che incarcera le donne di Laura Quagliuolo

Pag 8 ORCA [cittadinanza negata]

La giustizia secondo un genere solo di Giancarla Codrignani
A casa mia, il 25 aprile di Rosangela Pesenti
Quale Libertà? di Rossana Piredda
La città è la casa? di Tiziana Plebani
Straniera, non estranea di Adriana Nannicini
Il corpo e la città di Beatrice Monroy
Multiculturalismo e cittadinanza femminile di Jessica Wright
Multiculturalismo : un conflitto di Laura Guidetti
Lettera agli uomini lupo e ai re della foresta di Tiziana Plebani
La vecchiaia negata di Monica Lanfranco

Pag 35 FLUSSO [satira e sarcasmo]

Preghiera laica per la cittadinanza di genere di Sandra Verda

Pag 38 DELFINO [uomini rari si raccontano

Allunaggio di un immigrato (romeno) innamorato di Mihai Butcovan

Pag 40 MEDUSA [corpi che contano]

Il fascino della divisa: fare la carriera militare è una conquista? di Chiara Salvadori

Pag 48 CONCHIGLIE [ libri e cinema]

Pag 53 STELLE MARINE [ritratti di donne]

Una donna di Ragusa di Daniela Visalli
 

EDITORIALE

Sei migrante, e quindi non hai diritto alla cittadinanza; sei nata qui da genitori non italiani, ma per un codice assurdo allo scoccare dei tuoi 18 anni, se entro 6 mesi non richiedi la cittadinanza italiana, varrà solo quella dei tuoi, e quindi perderai i diritti civili del paese che fino a quel momento è stato il tuo. Ti perseguitano nel tuo paese, dal quale scappi per evitare leggi sessiste  criminali, ma i giudici ritengono che se nel paese d’origine ci sono quelle usanze non hai diritto a chiedere asilo in Italia, anche se rischi lapidazione e mutilazioni genitali. Tutto questo, e molto di più, compone il rosario da sgranare quando si parla di mancanza di cittadinanza femminile.
Torniamo di nuovo sull’argomento cittadinanza, declinata in modo diverso, in questo numero di Marea, dopo avervi proposto il tema della clandestinità attraverso il concorso letterario Clandestina del dicembre 2008, il nostro consueto numero solo di racconti.
Ci torniamo perché l’ondata di voto alla destra in tutta Europa è intrisa di venti xenofobi, e quindi anche fortemente sessisti, e perché la sensazione di estraneità anche in Italia, da parte di chi è italiano e italiana, c’è ed è pesante. Certo è incommensurabilmente peggiore e disumana la condizione di chi migra, e quindi si vede negata la cittadinanza in nome di un diritto che sembra discendere solo dalla casualità del suolo sul quale si nasce. Ma c’è anche il forte disagio di chi, pur avendo la cittadinanza per nascita, vive male nella sua terra: chi perde il lavoro, chi invecchia senza dignità e riconoscimento. Le donne vecchie, per esempio. Perché anche la vecchiaia, specialmente quella femminile, può essere una condizione di perdita di cittadinanza. In questo numero, nuovo nel formato come nella scelta di stampa, Marea apre una sua nuova fase: come tutte le testate delle donne rimaste in piedi sentiamo il fiato sul collo della crisi, e stiamo cercando di resistere. Non è facile, e per questo chiediamo a chi ci segue, da poco o da sempre, in questi nostri 15 anni di vita, di aiutarci. Abbonatevi, fateci conoscere ad altre lettrici e lettori. Seguiteci anche sul sito, e fate sì che questa rivista possa ancora continuare a uscire. Contiamo su di voi. Grazie

Monica Lanfranco www.monicalanfranco.it


La giustizia secondo un genere solo

Giancarla Codrignani

Ci sono stati anni in cui vecchi magistrati, richiesti di pareri sui diritti delle donne, si rifacevano, con un presunto motto di spirito, alla titolazione del loro ministero: ma, certo, non si chiama grazia e giustizia? Nessuno, oggi, oserebbe una battuta del genere; ma la situazione sostanziale non ha fatto grandi passi avanti.
La vertenza donne - giustizia è, infatti, sempre aperta, sia nei termini legislativi - per cui non riusciamo ad ottenere leggi di genere che escano dal neutro normalizzatore, e se otteniamo qualcosa, si tratta di erogazioni di benefici - sia per quello che si riferisce all'applicazione delle norme.
La prassi democratica ha spesso dimostrato quanto sia stato efficace l'avvento dei ‘pretori d'assalto’ che, per rappresentare una nuova generazione più ancora che per essere progressisti, estesero l'applicazione di norme tradizionalmente usate in senso restrittivo e diventate tristemente consuetudinarie. Anche nei confronti dei diritti di genere ci sono stati e ci sono giudici comprensivi e rigorosi nei confronti delle discriminazioni e delle persecuzioni a cui sono soggette le donne. Ma problemi generali ne restano, e ben complessi.
In premessa vorrei ricordare quale cappa di condizionamenti mentali rappresenti l'ordo studiorum per tutte noi che studiamo su testi neutri per definizione, in particolare, per giurisprudenza. Difficilmente, infatti, iniziative di coraggio nell'uso dei codici vengono da noi donne. Non si può negare la complessità dell'obbligo deontologico e morale di fare giustizia senza indulgere a parzialità: come è negata la possibilità che il giudice sia ‘di parte’ in senso politico, così violerebbe ogni correttezza professionale la giudice che facesse interferire proprie opinioni  femministe nell'azione penale. Ma i generi sono due e ormai è di piena evidenza la necessità di tutelare non più la donna come soggetto uguale nel ‘neutro’, ma i diritti delle donne. Quando il governo ha proposto l'istituzione delle ronde, i leghisti hanno ripreso lo slogan ‘difendiamo le nostre donne’. Anche ‘le leghiste’ sono sembrate contente, ma occorrerebbe anche il loro sdegno: la sicurezza femminile non dipende dal presidio dell'uomo forte, ma dal presidio delle leggi. Infatti sono gli uomini, più o meno forti. che devastano la famiglia picchiando, violentando e uccidendo mogli, madri, sorelle, compagne, amanti, amiche, conoscenti occasionali di strada e, per giunta, figlie e figli minori. Per quanto nel nostro tempo non si cessi di parlare di etica, si criticano le famiglie degradate, ma non si analizza mai quella formalmente regolare, garantita come modello sociale ideale.
Non è un caso se dai secoli ci viene tramandato che la sacralità della famiglia non ammette indagini al suo interno e interventi di tutela se non in casi estremi: non ci deve essere interferenza nel luogo privilegiato in cui le relazioni sono sempre state, forzando lo stesso concetto di natura, sbilanciate a danno del ‘soggetto debole’. Sappiamo bene - dato che viviamo un tempo di vittimismo maschile è bene mettere le mani avanti - che vi sono donne che imperversano inibendo qualunque autonomia e libertà dei loro uomini - ma non si arriva quasi mai al codice penale.
Invece lo scandalo di Ciudad Juarez dove decine e decine di donne sono state assassinate e da dove - ad opera di bravissime avvocate e giuriste - si è diffuso il termine femminicidio pone all'attenzione pubblica una questione di fondo: le uccisioni di donne in ragione del loro ‘genere’ non possono più essere semplici  ‘omicidi’. Si tratta di una diversa fattispecie di reato, su cui bisognerà lavorare perché solo la coscienza estesa di noi donne può indirizzare il legislatore.
Intanto restiamo alle sentenze. Credo che tutte abbiamo ancora in mente perché esemplare - io in particolare perché mi fu detto che ne era autore un mio collega della Sinistra Indipendente - la sentenza fiorentina detta ’sui jeans’, perché negava l'esistenza dello stupro ai danni di una ragazza che, portando tale rigido indumento, non poteva averli avuti slacciati dal violentatore. Terrificante.
Oggi capita di peggio, anche perché quando si tratta non solo di donne, ma di donne straniere, non c'è rimedio.
Riferisco - traendola dall'analisi che ne fa la rivista del Comitato Italiano Rifugiati (CirNotizie) - la sentenza n.24906/2008 della Corte di Cassazione italiana che si è pronunciata  contro l'applicazione sostanziale dello status di rifugiato alle straniere clandestine che ne fanno richiesta per evitare, se rimpatriate, le mutilazioni genitali femminili e le condizioni di sudditanza a cui sarebbero sottoposte nel loro paese. La Corte dice che la pratica della clitoridectomia e dell'infibulazione è “una condizione generale di tutte le donne del paese stesso e come tale priva della necessaria individualità  postulata dalla convenzione di Ginevra del 1951. Quindi mancano “i presupposti per l'adozione di una misura temporanea del divieto di respingimento in relazione al concreto rischio di trattamenti personali degradanti nel paese di provenienza”.
A prescindere dall'art. 3 della Convenzione, relativo ai valori fondamentali delle società democratiche e dalla protezione estesa ai casi di MGF dalle Corti di Gran Bretagna, Canada e Australia, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha equiparato le mutilazioni genitali femminili ai trattamenti disumani e degradanti contrari appunto all'art.3 della Convenzione stessa.  
Tali precedenti non dovrebbero essere ignoti ai giudici della Cassazione italiana. Resta, quindi, un solo sintomo: i talebani non abitano solo l'Afganistan.