15 ANNI DI MAREA - MAREA

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15 ANNI DI MAREA

i nostri primi 15 anni

Un periodico femminista ancora qui

di Monica Lanfranco www.monicalanfranco.it


Una intera parte dell’armadio di casa mia è dedicata all’archivio di Marea; confesso che non sempre è in ordine, anzi il più delle volte è bene non aprire quelle ante se non si è più che pronte allo spettacolo di pacchi di riviste in equilibrio precario sparsi in ordine casuale e numeri singoli che si combattono lo spazio con abiti e altro materiale sul quale è meglio non fare troppe domande. Ma questa è la realtà.
Marea non ha mai avuto una redazione, con ufficio diffusione, centralino e, strano a dirsi, questo trimestrale femminista edito a Genova che ha come sottotitolo (e intento di percorso) donne: ormeggi,rotte,approdi, è stato concepita sulle rive di un lago, quello di Garda.
Siamo nel 1994, forse l’ultimo rigurgito di energia da parte delle testate delle donne per costruire progetti comuni: vengo chiamata, in qualità di giornalista dichiaratamente femminista dalle amiche di Mezzocielo, Madreperla, Il paese delle donne e Dwpress a dare un contributo per la creazione di una rete tra i media indipendenti di donne.
Dopo quell’incontro non ci sono più state occasioni così fattive e concrete per riflettere in modo non rituale, o parziale, dello stato delle nostre testate, e della relazione tra noi. All’epoca esistevano riviste che oggi sono scomparse, come Noidonne (che non è più in edicola, ma allora compariva accanto a Gioia e Amica, altri tempi davvero!), e fui così dispiaciuta che al nord ovest, e in particolare nella mia città, non ci fosse una rivista di donne che mi venne fortissimo il desiderio di provarci.
Marea deve molto al lago, perché fu nel viaggio di ritorno che prese vita.
La scommessa dell’esordio, ovvero coinvolgere anche Genova, i gruppi di donne di allora e più in generale il pubblico di sinistra e di orientamento femminista della città fallì quasi subito, perché accanto all’aggettivo superba si dovrebbe anche aggiungere quello di ottusa parlando del capoluogo ligure, ma questa è un’altra storia.
L’importante è che oggi, a ben quindici anni di distanza, Marea è ancora qui; ha cambiato formato, dopo i primi cinque anni con la veste simile a quella dei supplementi dei quotidiani ed è passata a quella di un libro di media grandezza, nella speranza (quasi sempre persa) che le librerie fossero interessate a tenere tra gli scaffali una pubblicazione più libresca rispetto a quelle esistenti.
Almeno, così ci dicono le nostre lettrici, nella forma di un libro è più facile da tenere in borsetta.
La sfida è stata, e resta, quella di declinare ogni anno, attraverso quattro parole-chiave e i relativi quattro numeri, il racconto e la criticità della realtà e del dibattito di genere. Alcune parole tra le tante che abbiamo interrogato nei diversi numeri di Marea: pause, sesso, famiglie, sogni/bisogni, guerra, cibo, potere, conflitti.
Una declinazione non soltanto sotto la forma del saggio e della riflessione teorica: dal 1999 l’ultimo numero di ogni anno non parla il linguaggio del giornalismo, ma quello letterario. A marzo  Marea lancia il concorso, dedicato alle autrici, per la pubblicazione dei migliori racconti scritti seguendo l’indicazione di una parola chiave: tra queste ci sono state corpi, generazioni, pace, uomini, padri, clandestina.
Del nucleo iniziale di sette donne siamo rimaste in tre, ma intorno alla testata si è creata una bella cesta di collaborazioni. E’ stata l’esplosione di Internet a segnare la svolta: con l’apertura del sito www.mareaonline.it la rivista ha abbandonato l’illusione glocal, è diventata global e il primo evento che l’ha davvero lanciata è coinciso con l’avventura, straordinaria e terribile, del G8.
La nostra piccolissima rivista ha creato a Genova, un mese prima del luglio 2001, il primo evento politico e culturale di genere che ha segnato l’inizio di una nuova fase di relazioni tra i diversi movimenti di donne: Punto G, tre giorni di incontri, dibattiti, happening e manifestazioni per le strade del centro storico, ancora agibile prima della  calata dei muri di ferro che avrebbero cinto da lì ad un mese la città vecchia.  
Parteciparono oltre mille donne da tutto il mondo, di ogni generazione, fede religiosa, provenienza culturale. Di quell’evento, e delle pratiche femministe di luglio Marea realizzò un video e un numero speciale di oltre duecento pagine, per fermare la cronaca e la memoria della parte più creativa e vivace dell’opposizione al G8, prima che la forza nonviolenta della proposta e dell’analisi femminista fosse travolta dalla violenza di pochi facinorosi dentro i movimenti antagonisti e da quella, feroce e criminale, della polizia.
A cinque anni dal G8, a maggio 2006, abbiamo replicato l’appuntamento politico con la due giorni La libertà delle donne è civiltà, donne e uomini impegnanti nella lotta contro i fondamentalismi religiosi e per la cittadinanza.
Tutto il convegno, raccolto in un numero speciale della rivista, è anche disponibile in video al sito di Arcoiris.tv.
In totale controtendenza la rivista continua ad insistere sulla validità del cartaceo, e non solo, abbiamo investito anche nella comunicazione orale: siamo già a due produzioni di cd audio, con la narrazione, in Viaggiatrici della parola, dell’avventura umana e letteraria di alcune grandi scrittrici italiane del novecento, e nel  secondo, Ritratto di signora, delle biografie di alcune maestre della libertà del pensiero femminile. Siamo alla ristampa del manuale delle donne in internet, Il web delle donne,  che entro il 2009 vedrà la versione dvd.
Oggi sono tali e tanti gli strumenti tecnologici dei quali si può far uso (internet e archivi telematici, tanto per citarne due soltanto) che se davvero si continua a praticare il giornalismo dell’articolo standard, scritto senza approfondire nulla lo si fa perché è la scelta più comoda, che non mette in gioco alcun commento o informazione difforme dal coro. A maggior ragione questo vale per l’argomento donne e differenza di genere. Tante sono le colleghe che in questi anni , sono entrate nelle redazioni, a tutti i livelli. Anche se sono sempre di più gli uomini a ricoprire i posti di comando, sono quasi tutte donne le direttore dei magazine femminili, e molte sono le caporedattrici e le inviate.
Ma questo ha cambiato davvero il modo di fare informazione, il suo linguaggio?  
Penso che il modo di fare informazione cambia, e in modo considerevole, solo se le donne, a qualunque livello della gerarchia si trovino, adottano regole diverse, sia nei contenuti di ciò che scrivono, o propongono, sia nelle relazioni tra donne e uomini che instaurano.
E’ inevitabile che si debba cominciare dal linguaggio che si sceglie di usare.
Se le giornaliste, consapevoli di quanto è importante abituare chi legge alle novità per farle diventare norma, introducessero la sessuazione del linguaggio, definendo ogni volta il maschile e il femminile e abbandonando il neutro (assessora, ministra, inviata, ecc.) intanto assolverebbero all’importante funzione di veicolare questo cambiamento.
Poca la fatica, buono il risultato.
Quanto alle relazioni tra giornaliste rimane per me importante un concetto che Marina Pivetta, direttora del Foglio del paese delle donne, ha espresso qualche anno addietro. Marina aveva indicato come uno dei motori più forti per disincentivare la competizione tra donne, specie tra le colleghe più anziane e quelle più giovani, la spartizione della propria ’agendina’, quello strumento ambito, misterioso e ricattatorio che contiene i numeri (riservatissimi?) attraverso i quali si accede alle persone che contano. Marina sosteneva che sul divide et impera il patriarcato ha costruito la spaccatura nel mondo femminile, e quello sul lavoro è senza dubbio il conflitto più doloroso e mortale che si può scatenare tra due donne. E se si provasse a sgombrare il campo dalla competizione, e se quell’agendina fosse  a disposizione di tutte, per favorire la collaborazione al fine di incentivare e migliorare la qualità di ogni singolo pezzo in ogni singolo comparto del giornale?
Un’altra domanda: quante giornaliste italiane che lavorano nella stampa mista sono a conoscenza che in Italia esistono una ventina (tra web e cartacei) di testate autogestite fatte da donne, in parte giornaliste e in parte no?
Quante di loro attingono a questo patrimonio come  fonti, in pari dignità con altre alle quali si rivolgono di solito?
Non in molte lo sanno, purtroppo in buona parte anche per la scarsa capacità di autopromozione delle testate femministe stesse, e qui il cerchio si potrebbe chiudere con un bilancio negativo.
Eppure.
Non è forse venuto il momento di cominciare a porsi all’attenzione anche degli stessi organi direttivi della categoria professionale, e verso quelli politici definendo proposte e programmi di formazione tematiche sul patrimonio del movimento delle donne, tra cui a buon titolo ci siamo anche noi stampa femminista?
Se riteniamo di essere una fonte autorevole allora è il caso di dirlo a gran voce, diventando titolari presso gli altri enti di formazione nel fare cultura e informazione di genere. Perchè il mondo delle parole e dei segni delle donne arrivi sempre più, e al maggior numero di donne possibile.
Per parte nostra, con questo numero speciale che raccoglie il meglio della storia di Marea, e con il cd che vi invita a conoscerne il percorso e la proposta, siamo qui a dire che non ci sono cambiamenti radicali senza memoria e traccia anche tangibile, come quella per esempio di un testo.
Marea,  avezza come è ovvio alle tempeste, guarda già oltre: stiamo per varare la prima radio femminista nel web, e tra il rassicurante fruscio delle pagine, e la rutilante tecnologia della rete, chissà dove approderemo ancora. Buona navigazione.








Ancora femministe dopo tutti questi anni

di  Michele Kort*   

All'età di 37 anni la rivista Ms. mantiene il femminismo in prima linea

Come tutti sanno, negli Stati Uniti questo non è il momento più felice per il giornalismo della carta stampata. I quotidiani si assottigliano con il diminuire della pubblicità; si fa a meno di scrittori di grande esperienza così come si restringono le redazioni; i pilastri del Quarto potere sembrano traballanti. I periodici si domandano se diventeranno altrettanto superflui, visto che i lettori si rivolgono alle pubblicazioni offerte gratis su internet, con tanto di blog e notizie d'agenzia. Ci si chiede quale sarà il futuro modello che possa garantire la sopravvivenza economica. Chi interverrà per salvare la carta stampata?
 Tuttavia il più improbabile dei sopravvissuti continua ad uscire quattro volte all'anno, creato da un piccolo staff in una sede ancora più improbabile - Beverly Hills, in California. È da qui che sette anni fa la rivista Ms. è approdata, dopo aver passato i suoi primi 30 anni a New York, il fulcro dell'editoria statunitense.
Los Angeles non è certo una città famosa per la sua industria editoriale (specie per le riviste), e Beverly Hills, più specificatamente, è conosciuta solo per la pubblicazione di giornali locali usa e getta finalizzati ad attrarre gli inserzionisti pubblicitari rivolti al mercato più esclusivo.
Ma Ms. sopravvive perché sopravvive il femminismo, anche se ad un settore consistente di pubblico piacerebbe credere che il bisogno di parlare in favore dei diritti delle donne sia finito, in quanto ora viviamo nel periodo del post-femminismo. Nello stesso modo si vuol fare passare l'ipotesi che gli USA siano oggi una società post-razziale, dal momento che siamo riusciti ad eleggere un Presidente Afro Americano. Queste idee sono entrambe ridicole.
Il femminismo sopravvive agli incessanti ancorché prematuri annunci della sua dipartita, perché organizzazioni come Feminist Majority Foundation (FM), l'editore di Ms., non smetteranno di parlare delle domande inesaudite e dei sogni irrealizzati delle donne. E poiché le femministe hanno bisogno di una voce per quelle domande e per quei sogni, Ms se ne fa carico e solleva il megafono.
Quando la rivista è stata lanciata nel 1972, le donne negli USA - e certamente nel mondo - avevano poche se non addirittura nessuna pubblicazione (di mercato) legata ad una visione femminista. Invece c'era una collezione di "riviste femminili", come Good Housekeeping, Redbook e Ladies Home Journal, che informavano le donne su come essere brave casalinghe, brave cuoche, brave madri e brave spose.
L'attrice Lily Tomlin una volta ha descritto queste riviste come tutte dedicate a cose come "tendine, polpettone e rammendi".  L'attrice Margaret Cho disse a Ms. nel 2003, che quando guardava i periodici femminili le veniva da pensare "se questo è ciò che  una donna deve essere, allora io non sono una donna".
Ms. è diventata una rivista per milioni di donne come Cho, che non si sentivano bene nei  ruoli prescritti tra gli anni '50 e '60, ma volevano più potere personale, sociale e politico; volevano il diritto di essere se stesse e non qualche ruolo stereotipato.
Ms. ha accresciuto la loro consapevolezza e la loro coscienza; Ms. è stato il loro anno zero da cui tutto comincia. Ms. ha iniziato a marcare il territorio del femminismo ed ha continuato ad estendere i propri confini per includere le nuove istanze man mano che queste emergevano.
Quando Feminist Majority ha acquisito Ms. la rivista ha iniziato ad assumere una nuova direzione, come succede quando una nuova proprietà subentra. Questa volta Ms. sarebbe stato meno separato dal movimento delle donne, piuttosto ne sarebbe diventato uno strumento. "Più che una rivista, un movimento" è lo slogan del XXI secolo scelto da Ms.
La rivista avrebbe  incentrato più fortemente la sua attenzione sulle questioni politiche che avevano risonanza per le donne, pur continuando a tenere sotto osservazione i mutamenti sociali e culturali nella vita delle donne.
Così il nostro obiettivo è alto. Forse questo è ciò che ci aiuta a stare a galla. La base delle lettrici/lettori e delle sostenitrici è minore rispetto al nostro periodo migliore, ma non è da trascurare. Siamo anche un'associazione no-profit, e questo ci aiuta a mantenere i costi bassi. Accettiamo pubblicità che rientrano nei confini del nostro profilo femminista e progressista - spesso sono inserzioni utili in quanto informano le lettrici su organizzazioni, eventi e pure prodotti con un forte carattere femminista. Questo potrebbe limitare le nostre entrate, ma accresce il nostro senso di libertà dalle pressioni corporative di mercato. Il nostro staff è "lean and mean" snello ed essenziale, come si dice in America. C'erano più di 20 redattrici nella precedente Ms., quand'era a Manhattan; a Beverly Hills attualmente ci sono solo tre dipendenti a tempo pieno e qualcuna a part-time. Il settore artistico consiste in una art-director freelance che vive e lavora dall'altra parte del Paese.
Le nostre direttora ed editrice sono anche vicepresidente e presidente di FM,  e infatti questo per loro è un secondo lavoro. In altre parole, ognuna si è adoperata per mantenere viva la tradizione del giornalismo femminista.
Essere un soggetto no-profit ha vari vantaggi: possiamo accettare donazioni deducibili dalle tasse, e non dobbiamo pagare le tasse sugli utili. Godiamo della generosità di FM, che ci fornisce gratuitamente sia il nostro bell'ufficio sia il magazzino: l'affitto a NY era esorbitante.
Siamo in grado di ottenere sovvenzioni. Una delle più significative ed interessanti è la sovvenzione della Fondazione Ford, finalizzata a dare visibilità alle ricerche e analisi condotte da un gruppo di diverse studenti di women's studies, provenienti dagli USA e dal mondo.
Dopo 37 anni Ms. continua ad essere unica nel suo genere.
Sì, ci sono un paio di altre riviste a livello nazionale con una ben definita collocazione femminista - penso a Bitch e a Bust - ma queste hanno una finalità più culturale e sono indirizzate verso una fascia di lettrici più giovani.
Ms. vuole raggiungere le/i lettrici/tori interessate/i al femminismo, non importa quale sia la loro età e il loro genere.
Io penso che sia una ricchezza essere diverse dalle altre: l'unica competizione che affrontiamo è con noi stesse. Non dobbiamo cercare di superare le altre; dobbiamo solo continuare a rispondere ai bisogni delle nostre lettrici/tori di avere un punto di vista femminista sul mondo. Mi piace credere che le lettrici/tori ci cerchino per sapere "cosa ne pensa Ms.?
In questi giorni negli States, il femminismo pervade molto il dibattito. Leggo ogni giorno articoli che portano avanti una prospettiva femminista, sia che si tratti di arte, sia che si tratti della lotta delle donne nei paesi in via di sviluppo. Questo è il trionfo del femminismo negli ultimi 37 anni, le questioni delle donne sono entrate nell'agenda delle priorità.
Ma non è abbastanza. Tutto ciò che facciamo a Ms. è femminismo e questo è insostituibile. Vogliamo mettere al vaglio delle lenti di genere qualunque cosa, dalla guerra alla pace, dall'ambiente, alla politica del Tesoro. Chi lo farebbe se non lo facessimo noi? Ecco su cosa la stampa femminista nel suo insieme ha bisogno di lavorare: mantenere la lente del femminismo (o il riflettore) su tutti gli aspetti del discorso. Ricordando alla gente quali leggi sono importanti per far avanzare gli interessi delle donne.
Senza una leale stampa femminista gli interessi delle donne come gruppo possono facilmente essere ignorati e dimenticati.
Per quanto riguarda la stampa femminista americana nel suo complesso  posso dire che è di dimensioni abbastanza ridotte, e consiste in poche riviste, alcuni giornali locali e almeno in una casa editrice, cioè The feminist press. Ma il loro impatto resta significativo e quelle di noi che stanno nell'arena dell'editoria femminista sanno che la nostra è una missione. A livello personale  vogliamo conservare il nostro lavoro e sopravvivere a questo periodo dove l'economia traballa, ma ad un livello più profondo  vogliamo che il sangue continui a scorrere nelle vene del movimento delle donne.

*Michele Kort è  senior editor di Ms. magazine, rintracciabile al sito www.msmagazine.com/ . E' anche scrittrice di molti testi tra i quali  Soul Picnic: The Music and Passion of Laura Nyro (Thomas Dunne Books/St. Martin's Press, 2002).




































































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